Architetture di pace: come trasformare le fratture della città in spazi di relazione e inclusione
Architetture di pace: come trasformare le fratture della città in spazi di relazione e inclusione
Con PPAN Academy e il Dipartimento di Studi Islamici (Cuirif) un confronto sulle trasformazioni urbane necessarie per affrontare sfide sociali, culturali e ambientali del futuro
L’architettura come pratica concreta, capace di attraversare i luoghi, costruire comunità e qualificare le politiche pubbliche: punto di partenza per parlare di pace, città e futuro. L’incontro “Architetture di pace. Diplomazia culturale, benessere collettivo e nuove geografie urbane”, promosso da Ppan Academy e dal Dipartimento di Studi Islamici (due dipartimenti del Cuirif) e tenutosi presso la Grande Moschea di Roma, ha messo al centro una domanda decisiva: come possono le città contemporanee trasformare le proprie fratture in spazi di relazione e pace?
L’evento si inserisce nel quadro del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026 e il luogo scelto non è casuale.
La Grande Moschea di Roma è il più grande centro islamico d’Europa e rappresenta, nella città dei Papi, un gesto non solo architettonico ma anche culturale e sociale, fondato sull’incontro.
Un edificio nato per accogliere, ma anche per rendere visibile la possibilità di una convivenza tra tradizioni, linguaggi e comunità diverse. Proprio da qui è emersa una riflessione sul ruolo dei luoghi di culto come presìdi culturali e civili, aperti non solo ai fedeli, ma all’intera città.
«Il sogno si è realizzato quando il Comune di Roma ha donato il terreno», ha ricordato Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia-Grande Moschea di Roma, sottolineando l’impegno del Centro nel promuovere una cultura della pace fondata su istruzione, scienza, cultura, rispetto dei diritti umani, non violenza e solidarietà. «La voce della moschea per il cessate il fuoco, ad esempio all’inizio del conflitto ucraino, è stata una voce non solo della comunità islamica, ma di tutta Roma».
La pace, dunque, non riguarda solo la diplomazia internazionale. Si costruisce anche nei quartieri, nelle scuole, negli spazi pubblici, nei luoghi di culto, nei cantieri, nelle case. È una questione urbana, perché la città è il primo spazio in cui le differenze si incontrano o si separano, si riconoscono o diventano conflitto.
In questo senso le periferie non possono più essere lette come margini da correggere, ma come territori in cui si misura la capacità delle istituzioni di generare fiducia, servizi, prossimità e appartenenza.
A richiamare questo passaggio è stato Fabio Ciciliano, capo della Protezione Civile, che ha insistito sulla necessità di superare una visione puramente tecnica dell’intervento pubblico per agire dove il rischio di marginalità cresce. «I luoghi di culto sono fondamentalmente luoghi di cultura. L’architettura non va intesa solo in senso tecnico, ma come conoscenza sociale». A partire dalla sua esperienza come Commissario straordinario per i territori ad alta vulnerabilità, Ciciliano sottolinea come il termine periferia sia ormai insufficiente per descrivere la complessità dei territori contemporanei.
«Ci sono aree periferiche anche nei centri delle città. La vera sfida è fare in modo che la parte sociale del contesto in cui si opera sia riqualificata insieme alla parte materiale».
Il tema della fiducia diventa centrale. Nei luoghi fragili, dove le comunità hanno spesso sperimentato distanza istituzionale, promesse incompiute o interventi calati dall’alto, la rigenerazione non può limitarsi all’opera costruita. Deve produrre riconoscimento. «Un programma di riqualificazione sociale è importante quanto la ricostruzione materiale» ha aggiunto Ciciliano.
«Quando si agisce in una comunità sfiduciata, per lavorare insieme serve fiducia. E la fiducia nasce anche dal vedere con i propri occhi che qualcosa sta cambiando».
La città, in questa prospettiva, non è solo una somma di edifici. È un organismo di relazioni, un sistema di opportunità, un campo in cui si decidono accesso, mobilità, salute, casa, educazione e qualità della vita. Lo ha ricordato anche Enrico Giovannini, co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS) – il cui Festival è giunto alla decima edizione – collegando pace e sviluppo sostenibile.
«L’impegno delle istituzioni per proteggere la pace è uno dei pilastri della sostenibilità. Vorrei rinascere architetto, non economista, perché progettare luoghi vuol dire avere la possibilità di architettare la pace in un tempo di scontri e conflitti».
La riflessione ha attraversato anche il ruolo dell’urbanistica. Se il Novecento ha prodotto modelli urbani spesso fondati su funzioni separate, standard e certezze progettuali, oggi la complessità sociale impone un cambio di paradigma. Le città europee ospitano generazioni, culture e bisogni differenti. Non possono più essere pensate per un abitante astratto, ma devono aprirsi a una pluralità di domande. «I luoghi contano. Attorno a noi si stanno compiendo degli urbicidi: non vengono colpite solo le persone, ma anche le città, la loro linfa vitale, la fiducia e la sicurezza delle comunità», ha affermato Maurizio Carta, assessore alla rigenerazione urbana e mobilità sostenibile del Comune di Palermo, che nel 2025 era tra i firmatari del Patto della Pace di Castel Gandolfo. Da qui l’attualità di una diplomazia delle città, capace di leggere lo spazio urbano come terreno di convivenza o di frattura. «L’urbanista oggi deve accettare la perdita delle certezze. Nelle città europee convivono otto generazioni, con otto domande diverse. Bisogna lasciare spazi bianchi da riempire».
Anche il professore della Luiss Gian Luigi Albano ha riportato la questione al tema della responsabilità verso le nuove generazioni. «Aprirsi a un altro punto di vista significa riconoscere che oggi abbiamo capacità di esplorare il mondo che altre generazioni non hanno avuto. La responsabilità intragenerazionale è capire come restituire queste possibilità ai giovani». Il diritto alla città passa anche dai costi dell’abitare, dall’accesso allo studio, dalla possibilità di costruire relazioni.
«I costi per studiare e per trovare casa stanno diventando una frattura per le relazioni e le conoscenze. Le istituzioni pubbliche devono dare concretezza a un modello di convivenza».
Il nodo dell’abitare è tornato anche nell’intervento di Silvia Viviani, assessora all’Urbanistica del Comune di Livorno che ha messo in guardia dal rischio di parlare di casa solo attraverso categorie tecniche o finanziarie. «Oggi la casa va di moda, ma spesso se ne parla con il linguaggio dell’investitore e non con quello delle persone». Per Viviani, ascolto e conoscenza sono condizioni indispensabili per costruire politiche urbane credibili. «A Livorno stiamo risanando 171 alloggi nel primo quartiere residenziale popolare d’Italia. Abbiamo fatto molta partecipazione, perché le persone non sono numeri: vivono quei luoghi, aspettano risposte, portano bisogni concreti». Il messaggio è chiaro: l’architettura, quando assume le responsabilità, non si limita a disegnare spazi, ma costruisce condizioni di relazione, fiducia e futuro.
In un tempo segnato da conflitti, disuguaglianze e transizioni difficili, parlare di architetture di pace significa riconoscere che ogni scelta spaziale produce effetti sociali.
La città può amplificare le distanze o ridurle. Può escludere o accogliere. Può diventare una somma di frammenti o un’infrastruttura di comunità. La sfida è trasformare il progetto urbano in un esercizio concreto di pace.
In copertina: ©️Grande Moschea di Roma – PPAN









