ASArchitects, l’architettura come pratica collettiva
Lo studio con sedi a Ferrara e Roma racconta le esposizioni del futuro attraverso l’esperienza al Museo Archeologico di Taranto e al Mudet di Alba dedicato al tartufo
Il concorso e le gare di progettazione come via principale per disegnare i luoghi e i “pezzi” di città. La ricetta dello studio ASArchitects STP, con casa a Ferrara e a Roma, la racconta a thebrief uno dei fondatori, l’architetto Antonello Stella, anche professore associato presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara.
«Le procedure sono complicate, non c’è dubbio, dunque gli studi si devono organizzare per avere un team che governi tutte le pratiche amministrative. Questo ha trasformato le competenze e la professione. Noi come studio abbiamo comunque scelto questa come strada privilegiata per progettare e il pubblico l’interesse principale dove operare», spiega l’architetto.
Dunque, un approccio che si inserisce contro la pratica solitaria dell’architettura «perché progettare significa porre e creare relazioni di buon senso per la collettività. Ed è anche per questo che l’assetto dello studio privilegia una struttura orizzontale e non verticistica».
L’architettura come linguaggio, come mezzo di comunicazione e potente strumento di riflessione sul futuro della società.
Un esempio emblematico di come l’architettura possa assumere una forte valenza narrativa sono i progetti museali dello studio che conta tra i componenti del collettivo anche Alessandro Argentesi, Simone Braschi, Francesca Cosentino, Miche Croce e Chiara Finizza. Il Museo archeologico nazionale di Taranto (MArTA 3.0) e il Museo del tartufo di Alba e Montà d’Alba (Mudet), rivelano come la progettazione possa diventare un veicolo di storie, emozioni e riflessioni: il tangibile e l’intangibile come esperienza del mondo. Il design come invito a riflettere sul senso architettonico dello spazio museale, in relazione con l’esposizione di oggetti fisici (come i manufatti archeologici di Taranto) o concetti effimeri e intangibili (come il tartufo di Alba).
Il progetto per il Museo archeologico nazionale di Taranto parte dalla necessità di potenziare ed ampliare l’esposizione dei reperti presenti nella collezione e nei depositi del museo oltre ad un potenziamento dei servizi offerti al pubblico. L’intervento ha reso riconoscibili i nuovi supporti e le vetrine espositive rispetto a quelle esistenti lavorando però con una maggiore volontà di trasparenza e minimizzazione dei contenitori e di messa in “evidenza” dei reperti. «La volontà generale del progetto è stata quindi quella di rispondere alla domanda di incremento delle opere da esporre e dei nuovi arredi richiesti, senza però aumentare la densità», racconta Stella.
L’intervento ha riguardato in particolare il riallestimento della sala di ingresso al piano terra del Museo sia per l’accesso automatizzato che per la nuova biglietteria-bookshop. «La grande vetrina espositiva, in acciaio e cristallo, è una delle più grandi realizzate in Italia ed è improntata con un criterio di massima trasparenza, al fine di meglio valorizzare il contenuto».
Al Museo del tartufo, a partire dalle prime idee sviluppate negli elaborati di concorso, solo in parte modificatesi nel corso delle successive fasi di progettazione, si è voluto restituire in architettura una narrazione come quella del tartufo bianco d’Alba che rappresenta per quel territorio una storia esemplare e densa di significati, tali appunto da giustificare la nascita di un museo dedicato.
«Il museo tradizionale non esiste quasi più, oggi si espongono non solo oggetti, ma si costruiscono narrazioni dove l’esperienza conta quasi quanto il reperto». Quel patrimonio culturale vivente costituito da pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che le comunità riconoscono come parte della loro eredità, in poche parole la cultura immateriale, è oggi un elemento distintivo delle gallerie e dei musei contemporanei.
Il Museo affonda le proprie radici nel Cortile della Maddalena, nel cuore cittadino dove si svolge la Fiera Internazionale del tartufo bianco d’Alba. Si tratta di 530 metri quadrati che raccontano tutto l’anno le varie sfaccettature di un prodotto straordinario della terra: gli aspetti naturalistici, storici, culturali e gastronomici di un fungo ipogeo che negli anni ha saputo affermarsi a livello mondiale.
L’articolazione del museo si sviluppa su 140 metri di percorso espositivo suddiviso in quattro sezioni tematiche. Le dieci sale includono uno spazio laboratoriale e raccontano il mondo del tartufo attraverso 140 metri di illustrazioni grafiche, dispositivi multimediali e la raccolta di oltre cinquanta oggetti tematici esposti.
Il valore della memoria, della cultura e della narrazione, come quello esplorato da ASArchitects, rimane un ancoraggio fondamentale per costruire un futuro che non dimentichi mai il suo passato.
In copertina: Foto Museo Taranto e Museo Alba ©Alessandra Bello

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