Ascolto, impatto e convivenza. Cosa lasciano le trasformazioni urbane alle comunità?

21-05-2026 Luigi Rucco 3 minuti

21-05-2026 Luigi Rucco 3 minuti

Ascolto, impatto e convivenza. Cosa lasciano le trasformazioni urbane alle comunità?

Dall’Imam Nader Akkad a Giovanna Melandri, il dibattito spazia dal progetto al suo ruolo nelle comunità, con Portoghesi come maestro

La base del progetto è la relazione». Nader Akkad, Imam della Grande Moschea di Roma, sceglie di partire da qui per riportare il tema delle “Architetture di pace” dentro una dimensione concreta, fatta di ascolto, accoglienza e convivenza quotidiana. L’incontro promosso da Ppan Academy – Dipartimento Futureproof Cities e dal Dipartimento di Studi Islamici, entrambi parte del Cuirif (eCampus e Pontificia Università Antonianum), nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026, ha trasformato la moschea in uno spazio di riflessione su città, impatto sociale e nuove forme di prossimità.

Non solo simbolicamente. Per Akkad, il fatto che «la più grande moschea d’Europa sorga nella città dei papi è un atto di civiltà». Un luogo nato e pensato non solo come spazio di culto, ma come infrastruttura culturale aperta alla città: conferenze, presentazioni di libri, incontri pubblici. «La moschea non è solo dei musulmani, ma anche dei romani», sottolinea l’Imam, ricordando come l’architettura stessa dell’edificio sia stata immaginata da Paolo Portoghesi, progettista della Grande Moschea, come forma di accoglienza e relazione.

È proprio il tema dell’ascolto ad attraversare gran parte del confronto. Luca Ribichini, professore di architettura alla Sapienza di Roma e collaboratore storico di Portoghesi, legge la Moschea come «un ritorno alla città aperta all’ascolto». Non una città chiusa nelle proprie identità, ma uno spazio costruito per confrontarsi «con le ragioni del prossimo». Anche qui l’architettura diventa dispositivo relazionale: Ribichini ricorda come la conformazione della sala principale permetta alla parola pronunciata al centro di diffondersi naturalmente nello spazio, trasformando l’edificio in una metafora fisica dell’importanza dell’ascolto reciproco.


Ma il tema della relazione, durante l’incontro, si sposta rapidamente dalla dimensione simbolica a quella politica e operativa. Giovanna Melandri, presidente di Human Foundation e co-fondatrice di Gsg Impact, introduce il tema dell’impatto come nuova misura delle trasformazioni urbane e sociali.


«Nei progetti non basta spendere risorse, bisogna tracciare un processo di reale generazione del valore ambientale, sociale e culturale». Da anni Human Foundation lavora proprio su questo: misurare ciò che resta nel tempo delle politiche pubbliche, degli investimenti e dei processi urbani. Melandri cita il lavoro avviato su Parma Capitale Europea dei Giovani 2027, dove la fondazione analizzerà gli effetti concreti prodotti durante l’anno di attività.

La domanda di fondo è la stessa che attraversa anche il dibattito sulle città: cosa lasciano davvero le trasformazioni urbane alle comunità? Per Melandri il punto centrale è una “frattura percettiva” che attraversa le società contemporanee. «Non ci rendiamo conto che vediamo l’altro come diverso». Una distanza che riguarda le persone, ma anche il rapporto con l’ambiente e con l’ecologia. Da qui il richiamo alle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti come strumenti per superare la frammentazione sociale e culturale. «Senza il superamento di quella frattura si arriva alla tirannia», osserva, riprendendo un recente passaggio di Papa Leone.

Il tema delle fratture ritorna nell’intervento di Paolo La Greca, presidente del Centro nazionale studi urbanistici ed esperto del sindaco di Catania (che su thebrief è intervenuto anche nei giorni della frana di Niscemi): «Le città sono un atto consapevole: sono il risultato di scelte su chi includere e cosa valorizzare». Le tensioni contemporanee – sociali, energetiche, economiche – si scrivono ormai direttamente nello spazio fisico delle città e delle periferie.


Per questo, secondo La Greca, urbanistica e governance non possono più limitarsi a progettare “per” qualcuno, ma devono progettare “con” qualcuno.


L’urbanistica, in questo scenario, ha il compito di “riparare la casa comune”, ricucendo le fratture che attraversano la città contemporanea, come ha anche testimoniato Fabio Ciciliano, capo del Dipartimento della Protezione Civile. «Anche la transizione energetica rischia di produrre nuove esclusioni se non accompagnata da politiche di prossimità e accessibilità. La visione senza governo è velleitaria», conclude La Greca.

In copertina: © La Grande Moschea di Roma – Associazione Roma Bella

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Luigi Rucco
Articoli Correlati
  • Invimit prepara il bando per il Piano Casa: focus sul riuso degli immobili pubblici

  • Italia fuori traiettoria sull’Agenda 2030: raggiungibili solo 11 obiettivi su 38

  • Non basta costruire: l’architettura italiana cerca una nuova responsabilità

  • Palermo, da custode di cultura a motore del cambiamento