Case green e decarbonizzazione: il Piano Italia in ritardo, ma il Paese è pronto
La Direttiva Epbd un’occasione per gli attori della filiera. Per la Rete Irene: non è una minaccia, ma un’occasione per modernizzare il patrimonio edilizio.
Ancora uno stop per l’Energy performance of buildings directive (Epbd). L’Italia infatti non ha inviato il Piano di attuazione della Direttiva Green in scadenza a dicembre 2025.
Facciamo un passo indietro. Cos’è esattamente la direttiva chiamata “Case green”? Si tratta di un tassello fondamentale nel percorso di decarbonizzazione del patrimonio edilizio di tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea, da raggiungere entro il 2050. L’obiettivo è ridurre progressivamente le emissioni di gas serra e i consumi energetici nel settore edilizio entro il 2030 e arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Una sfida per tutti i Paesi Ue e anche per l’Italia: un passaggio fondamentale perché la transizione energetica, in parallelo al recente regolamento delegato Ue sulla tassonomia, non può non prescindere dalla riduzione del fabbisogno energetico primario degli edifici residenziali privati, responsabili del 40% dei consumi nazionali.
L’Italia, per la verità, non parte indietro, visto che in questo arco temporale sono conteggiati anche i risparmi ottenuti con il tanto discusso Superbonus. A far luce anche il Report 2025 firmato dal team Research & Data Intelligence di Patrigest e Gabetti Lab, entrambi del Gruppo Gabetti, che si basa sull’analisi di un campione altamente rappresentativo: 202 cantieri chiusi gestiti direttamente da Gabetti Lab in qualità di appaltatore, su un totale di 645 interventi promossi sempre da Gabetti Lab ma realizzati da appaltatori partner. Parliamo di oltre 4.000 unità abitative, per un investimento complessivo di 159 milioni di euro.
L’analisi ci restituisce un quadro chiaro: ogni euro investito direttamente dai cittadini ha generato fino a 10 euro di valore immobiliare aggiunto.
In media, il salto energetico ha superato le 3 classi per edificio, con una riduzione del 54% del fabbisogno energetico e del 53% delle emissioni di CO₂. Un risultato che va ben oltre le aspettative iniziali e che evidenzia come l’efficienza energetica non sia solo un obiettivo ambientale, ma anche un potente strumento di valorizzazione economica.
A dare un quadro generale sul tema, anche la Rete Irene, un network di 15 imprese e 8 partner industriali specializzati nella riqualificazione energetica degli edifici. Nel quinquennio 2021-2025 Rete Irene ha realizzato 230 interventi di rinnovamento profondo per un valore economico totale degli interventi di riqualificazione energetica e sismica pari a 297 milioni di euro, che producono ogni anno un risparmio complessivo di energia primaria da fonti fossili per 32,6 milioni di kWh.
«La riqualificazione del patrimonio edilizio esistente – spiega il presidente della Rete Irene, Manuel Castoldi, deve tornare con urgenza al centro del dibattito pubblico: non è solo una questione ambientale, ma una scelta strategica per il Paese. Intervenire sugli edifici significa ridurre le emissioni, abbassare drasticamente i consumi energetici delle famiglie e valorizzare un patrimonio immobiliare spesso datato e vulnerabile». Dal 2013 Rete Irene lavora per questo: creare cultura e consapevolezza, fornire competenze, mettere in rete imprese e professionisti. «È per questo che desta preoccupazione la mancata presentazione da parte del legislatore italiano del piano di attuazione della direttiva Case Green.
L’Italia sta affrontando questo passaggio senza un metodo e un approccio organizzato, quando servirebbero invece chiarezza, stabilità regolatoria e una strategia strutturale di lungo periodo. La direttiva EPBD non è una minaccia, ma un’occasione per modernizzare il nostro patrimonio edilizio e ridurre la dipendenza energetica del Paese.
Chiediamo quindi alle istituzioni di presentare al più presto in Europa la necessaria documentazione, in coordinamento con una filiera ha dimostrato lungimiranza e disponibilità. Servono regole chiare per non perdere questa grande opportunità: il rinnovamento energetico, e sismico, non è un tema per pochi, ma un diritto di tutti», conclude.
Avanti nella transizione ecologica alcune amministrazioni locali. Il dialogo con l’Europa e l’aver saputo capitalizzare le risorse e le esperienze locali ha portato il Comune di Brescia la prima città italiana a declinare l’Agenda Urbana per l’Europa 2050. Un esempio che porta alla luce come la visione politica possa velocizzare percorsi che sembrano lontani e irrealizzabili. L’Agenda urbana bresciana non è un documento calato dall’alto, ma un processo continuo, che cresce con il contributo della città stessa. Un modello che punta a diventare riferimento per tutte le medie città europee. «L’Agenda Urbana prevede e attiva un processo partecipato “con la città” e non “per la città”, basato sulla condivisione e riconoscendo la sfida di coinvolgere i più giovani. Dunque, la pianificazione urbana futura richiede una visione olistica che colleghi lavoro, casa, sostenibilità e inclusione, superando la suddivisione settoriale delle competenze. Questa la vera sfida», precisa l’assessora Michela Tiboni, con deleghe alla Rigenerazione urbana per lo sviluppo sostenibile, alla Pianificazione urbanistica e all’edilizia privata.
In copertina ©bilanol

Abitare Architettura ArchitetturaChiECome Arte Brescia 2050 Città Concorsi Culto Cultura Design Energia Festival Formazione Futuro Hospitality Housing Industria Ingegneria Italiani all'estero Legge architettura Libri Masterplanning Milano Mipim Norme e regole Platform Real Estate Premi Progettazione Real estate Retail Rigenerazione Urbana Salute Scommessa Roma Scuola Sostenibilità Spazi pubblici Sport TEHA Trasporti Turismo Uffici

GBC Italia: In 18 anni, certificati edifici per un’ipotetica città sostenibile da 500mila abitanti

Pianificazione urbana, a firma del Mit la mappa pedonale di New York

Dai materiali ai rifiuti: la prima analisi sull’impatto a 360 gradi dei data center

Monte Rosa 91, con la cultura il ritorno sociale supera l’investimento




