Città che sanno accogliere le differenze. Le esperienze di Vanolo e Quaglia
Quando la fragilità è motore di cambiamento, dal margine alla centralità
Nella capacità di accogliere le fragilità si misura la qualità di uno spazio urbano. Continua a Piacenza, nell’ambito della terza edizione del festival Pensare Contemporaneo , la riflessione sulla rigenerazione urbana che lo scorso anno si concentrava sulla progettazione dello spazio pubblico.
Quest’anno, partendo dal saggio di Alberto Vanolo La città autistica (Einaudi editore), che immagina un ambiente più ospitale per le neurodiversità, e dal racconto di Renato Quaglia in Il laboratorio della città nuova (Rubbettino), nato dall’esperienza di Foqus nei Quartieri Spagnoli di Napoli, il dialogo si è articolato su come trasformare i luoghi quotidiani in spazi capaci di generare inclusione, comunità e nuove possibilità di convivenza.
In linea con il concept “Vite Svelate”, esposte, portate alla luce, vulnerabili, senza protezione, e che, proprio nello svelarsi, trovano nuova forza, queste due storie – che partono rispettivamente da Torino, con Teo, figlio di Alberto, e da Napoli, dove un immobile abbandonato è stato rinato dieci anni fa a partire da un nuovo progetto educativo – testimoniano come dalla vulnerabilità possa germogliare un rapporto autentico con il reale.
Storie di vite ai margini, storie di giovani, storie di relazioni da inventare che hanno strettamente a che fare con la città
Percorsi critici rispetto a una visione performativa e abilista raccontate da Quaglia, project manager, direttore organizzativo, coordinatore di istituzioni e iniziative culturali e direttore generale della Fondazione Foqus, e da Vanolo, professore di geografia politica ed economica presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino, dove si occupa di geografia urbana e culturale.
Un confronto che si muove intorno ai temi della rigenerazione urbana inclusiva, della neurodivergenza e delle politiche pubbliche, con focus su narrazioni non stigmatizzanti dell’autismo, sulla relazione tra spazio e comunità, e su rinnovati modelli educativi in contesti di profondo disagio.
Due storie messe a sistema anche con gli esiti di un processo di ascolto tra i più piccoli, promosso nell’ambito del progetto La Piacenza che vorrei (con 628 questionari raccolti attraverso un’indagine proposta da Unionservizi, Confapi Industria Piacenza, tra i ragazzi delle ultime classi della scuola primaria e quelli della scuola secondaria di primo grado della città emiliana).
Tra i temi emersi nelle risposte libere: inclusività, ambiente disinquinato/non inquinato, rispetto delle persone, sicurezza per le ragazze la sera, desiderio di essere un bravo bambino, imparare l’italiano, percezione degli adulti come persone gentili, città accogliente, proposte concrete (fast food, molti pianoforti gratis), idee valoriali (“avere meno soldi così le persone sono più felici”).
«Ho iniziato a occuparmi di autismo a partire dall’esperienza personale con mio figlio» racconta Vanolo, che riconosce l’utilità indispensabile della narrazione medico-scientifica, ma anche i limiti di un linguaggio focalizzato su patologizzazione, deficit e assenze: «è una delle possibili narrazioni, non l’unica».
E così, forte della sua esperienza diretta, Vanolo indaga il tema con un approccio alternativo e relazionale: «l’autismo non è contenuto ‘dentro una testa’, ma emerge nei contesti, nel setting, nelle relazioni e negli incontri», dice.
Da professore, utilizza il suo campo (quello della geografia e della lettura dello spazio) per interpretare l’autismo in chiave spaziale, sottolineando il valore delle storie singole come metodo di scienze sociali.
Da tante assenze, decolla anche il progetto Foqus. Assenza di luce, come quella dell’illuminazione pubblica che nei vicoli dei Quartieri Spagnoli arriva solo nel 1999.
Un ambito urbano di 30mila abitanti, in due kmq: «una densità paragonabile a quella di Tokyo», dice Quaglia. Un luogo dove un terzo dei ragazzini dagli 8 ai 14 anni abbandona la scuola, «ed è chiaro che senza titolo di studio non potrà avere contratti regolari, lavorerà a nero o peggio rischierà l’arruolamento nella criminalità organizzata».
In entrambe le storie è forte la relazione tra spazio, comunità e inclusione nei luoghi quotidiani
Vanolo racconta come, oltre alle barriere fisiche, esistano barriere sensoriali (rumori, luci, calore, presenze) difficili da standardizzare: le sensibilità variano e serve mettere in atto conoscenze e competenze per restituire spazi sensorialmente più amichevoli. Va detto che «la progettazione fisica è solo una parte, forse la minore».
Il problema non è il comportamento in sé, «ma l’ambiente stigmatizzante». Ecco che la questione diventa culturale. Vanolo richiama “la città delle donne”, “le teorie queer” e dice: «è tempo di includere la neurodivergenza nelle categorie considerate nella progettazione della città».
Quaglia porta invece all’attenzione l’esperimento napoletano dove, a partire da un edificio vuoto, undici anni dopo, più di 3mila persone ogni giorno gravitano in questo complesso.
Mille sono i bambini in questo contesto ad alta dispersione scolastica. «Qui si insegnano tre lingue: italiano, inglese e spagnolo. E gli arredi sono di alta fascia, gli stessi del nido della Casa Bianca e dei dirigenti della casa imperiale giapponese».
Due storie, personale e di comunità. Punti di vista privilegiati che invitano a superare la “normalizzazione” per incontrare fragilità e differenza. E innovare il paradigma, verso un futuro dove la governance cittadina torni a porsi obiettivi alti che migliorino la vita
Un messaggio corale: la scuola è decisiva in qualunque azione di trasformazione sociale e in progetti di rigenerazione urbana. Produce persone capaci di approccio critico, informate e consapevoli.
Serve lavorare con bambini e genitori, chiamandoli a partecipare al lavoro educativo. E ancora, urge riconoscere i bambini come abitanti già titolari di diritti, senza aspettare che diventino adulti per relazioni paritarie.
In copertina: NON I BAMBINI. Tre giorni in difesa dei diritti dei bambini © Foqus

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