Dai materiali ai rifiuti: la prima analisi sull’impatto a 360 gradi dei data center

05-02-2026 Mila Fiordalisi 4 minuti

05-02-2026 Mila Fiordalisi 4 minuti

Dai materiali ai rifiuti: la prima analisi sull’impatto a 360 gradi dei data center

Data4 e APL Data Center presentano uno studio dettagliato a servizio di progettisti e decisori pubblici

Qual è il reale impatto ambientale dei data center in termini economici e di utilizzo delle risorse? Quante sono realmente le variabili da prendere in considerazione e cosa accade lungo il ciclo di vita? A presentare, e si tratta di una prima assoluta, la prima analisi completa sul ciclo di vita di un data center sono le due società francesi Data4, colosso nella costruzione dei data center, e APL Data Center la principale società d’Oltralpe in tema di consulenza per la progettazione e l’ingegneria dei data center. Lo studio – che thebrief ha potuto visionare – è frutto di una misurazione dettagliatissima su un’infrastruttura già operativa dal 2023, il data center localizzato nel campus di Marcoussis, nei pressi di Parigi. Ed è importante soprattutto considerando i numerosi progetti al via nel nostro Paese.

È sui consumi energetici e idrici che si è concentrato il dibattito a livello mondiale negli ultimi mesi nonché sulle questioni regolatorie ma quel che emerge dal report è che c’è ben altro.


«Ci sono altri fattori spesso invisibili ma che incidono pesantemente: l’estrazione di metalli, le minacce alla biodiversità, la produzione di rifiuti elettronici. Le aziende devono tener conto anche di questi impatti e adottare misure concrete per mitigarli»,


si legge nella prefazione a firma di Linda Lescuyer, head of Environment & sustainable innovation di Data4 e Thomas Martin, deputy cto e head of Sustainability & innovation di APL Data Center. «Abbiamo deciso di analizzare attentamente tutti i componenti di un data center. Perché sebbene la riduzione del consumo energetico e l’utilizzo di energia da fonti rinnovabili siano misure essenziali, da sole non sono sufficienti». E dunque per valutare il reale impatto bisogna analizzare tutto il percorso, dalla costruzione all’operatività, fino alla fine del ciclo di vita delle apparecchiature. Analisi che è stata effettuata utilizzando la metodologia di valutazione dell’impatto del ciclo di vita (LCIA) environmental footprint 3.0, elaborata dalla Commissione europea.

E veniamo ai risultati dell’indagine. Per cominciare la tipologia del data center preso in esame, affinché si possano fare delle comparazioni con progetti analoghi al via: il data center di Marcoussis si estende su una superficie totale di 4.278 mq e quella delle apparecchiature informatiche ne cuba 2.025. Il data center ha una potenza di 5 MW. Riguardo alla struttura è composta da 5.200 mc di calcestruzzo e 500 tonnellate di acciaio, oltre a 3.868 mq di isolamento e 5.880 mq di copertura impermeabile. E ancora: l’elettricità è distribuita tramite armadi elettrici (8 quadri elettrici generali di bassa tensione) e 30.268 metri di cablaggio. Il sistema di raffreddamento è composto da 20 unità chiller dedicate alle sale apparecchiature IT e 3 unità aggiuntive per i locali tecnici. C’è anche un sistema di alimentazione di riserva composto da batterie (2.800 kg) e quattro generatori diesel.


Dall’analisi è emerso che sono due le fasi che hanno il maggiore impatto nell’intero ciclo di vita: quella di costruzione (che include la produzione di apparecchiature e materiali, oltre al progetto edilizio) e quella di gestione e manutenzione.


Dal 40% al 61% degli impatti ambientali sono legati alla fase di gestione in un arco di vita di 20 anni, mentre dal 31% al 60% alla produzione di materiali e apparecchiature, si legge nel report. Relativamente marginali gli impatti associati al trasporto di apparecchiature e materiali verso il cantiere. «Gli impatti sono direttamente correlati non solo alla produzione di materiali per l’infrastruttura del data center (materiali da costruzione come cemento e acciaio) e alle apparecchiature elettriche (utilizzo di rame e altri metalli), ma anche al consumo di elettricità per le operazioni del data center. La produzione dei materiali richiede grandi quantità di acqua, risorse minerali e metalliche e combustibili fossili. Inoltre, i processi di produzione rilasciano gas serra nell’ambiente, contribuendo al riscaldamento globale», si legge ancora nel report, in cui si evidenzia che l’analisi del ciclo di vita diventa dirimente per capire come intervenire per abbattere il più possibile l’impatto ambientale complessivo.

Ad esempio, l’uso di calcestruzzo a basse emissioni di carbonio per fondazioni e solai alveolari prefabbricati abbatte del 50% la necessità di calcestruzzo tradizionale e del 13% l’impronta di carbonio per ogni MW. E l’utilizzo di strutture prefabbricate prodotte localmente (limitando la distanza di trasporto a 30 km) riduce significativamente l’impronta di carbonio legata alle attività di trasporto. E fra gli altri accorgimenti ci sono l’uso di materiali da costruzione frutto del riciclo o il riuso di determinati componenti IT o elettrici. Per migliorare l’efficienza energetica determinante la gestione in tempo reale del consumo elettrico, l’ottimizzazione della gestione delle temperature nelle sale IT e quella delle tecnologie di raffreddamento, in particolare utilizzando il “free cooling” (che sfrutta l’aria esterna). È possibile poi riutilizzare il calore di scarto: a Marcoussis è stato lanciato un progetto pilota con tecnologia biocircolare, in collaborazione con l’Università Paris-Saclay, per riutilizzare il calore prodotto dal data center per coltivare alghe, che vengono poi trasformate in biomassa da utilizzare come bioenergia e nell’agroindustria. Determinante il rafforzamento degli accordi di acquisto di energia (PPA) per garantire l’approvvigionamento di energia rinnovabile e l’uso di combustibile a basse emissioni di carbonio per i generatori elettrici.

In copertina ©️ PowerHouse Data Centers

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Mila Fiordalisi
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