Dal bene pubblico al bene comune: Firenze laboratorio di responsabilità etica
Nel terzo workshop organizzato dall’Agenzia del Demanio il patrimonio dello Stato diventa leva di comunità, cura e futuro
I beni pubblici non sono solo asset economici, ma un insieme di relazioni e comunità. La rettrice dell’Università degli Studi di Firenze, Alessandra Petrucci, introducendo la terza tappa dei workshop dedicati alla Responsabilità etica per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato organizzati dall’Agenzia del Demanio insieme alle Università, cita il progetto di una Costituzione della Terra e di una federazione di tutti i popoli del pianeta, proposto dal giurista Luigi Ferrajoli. Uno tra i più autorevoli eredi di Norberto Bobbio, è arrivato alla conclusione che la salvezza dell’ecosistema passa da un’evoluzione del diritto che porti ad un vero salto di civiltà, cioè un’espansione del costituzionalismo oltre lo Stato, all’altezza dei poteri globali da cui provengono le minacce al futuro dell’intero genere umano. Nel suo intervento, la rettrice ha richiamato il concetto di “demanio planetario” come chiave per ripensare il rapporto tra istituzioni, comunità e beni collettivi.
A Firenze si è parlato di appartenenza a una casa comune «perché la cura è un atto di responsabilità etica», spiega la rettrice. Dunque, bisognerebbe applicare i principi della cooperazione e del consenso perché la gestione etica è una forma di giustizia partecipativa.
Approccio fondamentale nell’ottica di una sostenibilità sociale del patrimonio dello Stato non come proprietà ma anche come indicatore eco -sostenibile. Responsabilità collettiva, giustizia partecipativa e sostenibilità sociale sono i tre principi attorno ai quali si è articolata la riflessione. Il patrimonio dello Stato, ha sottolineato Petrucci, non può essere percepito come un’entità astratta, ma come una risorsa comune, che appartiene alla collettività.
Da qui l’idea dell’istituzione pubblica come “custode responsabile”: un soggetto chiamato a prendersi cura del bene comune con attenzione, competenza e senso di responsabilità, secondo una logica vicina a quella del “buon padre di famiglia”.
In questo quadro, la rettrice ha presentato la consistenza del patrimonio dell’Università di Firenze: oltre 180 edifici complessivi, di cui 141 nel Comune di Firenze e 43 distribuiti negli altri comuni della città metropolitana, fino a Prato e Pistoia. Una parte significativa di questo patrimonio, pari al 16,4%, è costituita da immobili demaniali: circa 30 edifici che ospitano funzioni strategiche e, in alcuni casi, essenziali per la vita dell’istituzione. La restante quota è invece prevalentemente di proprietà diretta dell’Università. Tre sono i poli principali richiamati da Petrucci: il centro storico di Firenze, il complesso delle Cascine e l’area collinare di Arcetri. Nel cuore della città si concentrano sedi di grande valore, come il complesso di via Laura e via Capponi e la Specola, storico museo di via Romana, sulla sponda opposta dell’Arno. Alle Cascine resta invece la traccia della vocazione agraria e forestale dell’Ateneo, testimoniata dalla storica palazzina originaria. Arcetri, infine, rappresenta un ulteriore nucleo di pregio, dove gli immobili universitari si inseriscono in un contesto paesaggistico di particolare qualità. Un sistema territoriale, un patrimonio che non è solo da amministrare, ma da interpretare come leva di responsabilità istituzionale, qualità urbana e valorizzazione condivisa.
Per il direttore dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme, bisogna accorciare la distanza percepita tra patrimonio dello Stato e bene comune. Una distanza solo apparente, perché il patrimonio pubblico appartiene alla collettività e lo Stato ne è espressione. Da qui deriva una responsabilità etica condivisa: cittadini, amministrazioni e articolazioni dello Stato sono chiamati a pretendere, garantire e praticare una cura adeguata dei beni pubblici. Il ruolo dell’Agenzia del Demanio viene quindi riletto non come semplice gestione tecnica o contabile, ma come azione strategica di governo, valorizzazione e trasformazione del patrimonio pubblico. «Quando Stato, territori, istituzioni e comunità agiscono insieme, il bene pubblico torna a essere espressione di bellezza, identità, memoria e servizio. In questa prospettiva, la responsabilità etica del manager pubblico consiste nel trasformare il patrimonio dello Stato in una risorsa viva, accessibile e capace di generare futuro», conclude.
La città ha una vocazione, e questa vocazione è relazionale. Per padre Bernardo, abate della Comunità monastica dell’Abbazia di San Miniato al Monte, i luoghi non sono neutri, ma possono essere reinterpretati secondo una vocazione più alta, quella della pace e dell’incontro.
L’apertura con il grande poeta Mario Luzi e il riferimento a Giorgio La Pira, che fornisce la chiave teorica del discorso, citato per affermare che ogni città — e in particolare Firenze — ha una missione da riconoscere. Non si tratta quindi solo di amministrare spazi, ma di interpretarne il senso profondo. «Non può esserci futuro senza un presente vissuto responsabilmente con la cura del bene ricevuto e nel rifiuto di una logica di sfruttamento o profitto», spiega l’abate. E il riferimento a Pierangelo Sequeri per superare l’idea individualistica della proprietà. «Abitare significa appartenere, condividere un destino comune. È attraverso questa appartenenza che l’essere umano diventa pienamente umano”, riporta. Un’ultima riflessione riconduce alla celebre osservazione dello scrittore greco Pausania il Periegeta (II sec. d.C.) sulla città di Panopeo con la visione architettonica e urbanistica di Giovanni Michelucci. Pausania e la definizione di città: Pausania, nella sua Periegesi della Grecia, descrive Panopeo come un luogo che, pur avendo abitanti, non possiede edifici pubblici, ginnasi, teatri, né piazze (agorà) o fontane, concludendo che «se un luogo non ha queste cose, non si può definire città».
Il pensiero di Michelucci, maestro dell’architettura moderna, rilegge questa definizione in senso evolutivo: la definizione di città è anteriore alla costruzione di edifici pubblici. La città risiede nel rapporto sociale, nella comunità e nella “corale” volontà di convivenza degli abitanti.
Dunque, «una città è tale prima ancora che sia costruita» e non semplicemente perché sono sorti edifici. Il legame sociale e lo scambio umano precedono e fondano la forma fisica della città, la quale nasce come un’estensione del tessuto sociale, non come un’imposizione burocratica o puramente tecnica. Costruzione della città, dunque, come processo sociale e relazionale. Padre Bernardo chiude con una poesia di Mariangela Gualtieri, fondatrice del Teatro Valdoca, per parlare di un’umanità che deve prendersi cura di sé stessa e della natura.
Il rapporto tra responsabilità giuridica e responsabilità etica, il principio della paura della firma, il concetto di burocrazia difensiva e la responsabilità non come un fardello ma come un’opportunità. Questi i tanti spunti rilanciati dal consigliere di Stato Antonella Manzione. «Quando si sceglie di essere civil servant, viene trasmessa con forza l’idea della responsabilità giuridica. Tuttavia, accanto a questa dimensione, esiste una responsabilità etica che, dal punto di vista dell’azione amministrativa, si fonda sul concetto di discrezionalità: la capacità di scegliere e di assumersi il peso delle decisioni», spiega Manzione. «Chi ha il privilegio di ricoprire un ruolo dirigenziale nella pubblica amministrazione non decide mai solo per sé, ma compie scelte che producono effetti sulla collettività. Naturalmente, questo processo coinvolge enti e istituzioni più vicini ai territori, capaci di interpretarne bisogni e istanze. Ma, all’interno di ogni catena decisionale, esiste sempre un punto in cui qualcuno è chiamato ad assumere una scelta. Per questo responsabilità giuridica e responsabilità etica non sono concetti distanti: al contrario, l’una diventa il presupposto dell’altra». il sistema giuridico oggi tende a favorire chi decide e agisce, piuttosto che chi resta fermo per timore di sbagliare. In altre parole, è meglio un’amministrazione che assume responsabilità piuttosto che una che si paralizza.
Dentro questo quadro si inserisce anche il tema del bene comune, che Manzione collega a una lettura evolutiva del diritto. Richiama infatti la giurisprudenza che ha superato la rigida distinzione tra bene pubblico e bene privato, introducendo una categoria più ampia, quella del bene comune, fondata direttamente sui principi costituzionali di solidarietà, inclusione e funzione sociale della proprietà.
Dono e restituzione. Il tema, dunque, è quello di una rigenerazione umana che precede e alimenta la rigenerazione urbana. Una comunità che eredita valori riceve anche un dono sociale, e con esso una responsabilità: custodire, comprendere e rinnovare il patrimonio perché continui a generare senso nel presente. Per il professor Paolo Giulierini, etruscologo e direttore museale, il concetto di restituzione, oggi, non può limitarsi alla semplice riconsegna di un bene o di una memoria alla collettività. Guardando alla storia, dall’antichità fino ai giorni nostri, emerge con forza che restituire non basta: occorre rendere la comunità consapevole, sensibile e partecipe. L’arte, nel corso dei secoli, è stata spesso una forma ambivalente: serena e tremenda allo stesso tempo. Ha celebrato la bellezza, ma è stata anche strumento del potere, al servizio del sovrano o del potente di turno. In questo racconto, però, esiste anche un’umanità rimasta ai margini, non sempre posta al centro dell’attenzione: gli invisibili, coloro che hanno contribuito alla storia senza essere celebrati, come i soldati che si immolavano per difendere il re persiano Dario. «Educare e restituire alla comunità significa, quindi, riconoscere che la comunità stessa deve essere messa nelle condizioni di comprendere il valore di ciò che eredita. È qui che risiede il nodo centrale: senza una comunità consapevole, i beni culturali possono anche essere conservati, ma rischiano di perdere il loro fine ultimo”, spiega. Per questo è necessario ampliare i linguaggi della divulgazione, superando un approccio esclusivamente accademico. Fumetti, videogiochi, narrazioni digitali e strumenti contemporanei possono diventare mezzi efficaci per recuperare e trasmettere anche le componenti immateriali del patrimonio. La prima forma di tutela, infatti, dovrebbe riguardare non solo gli oggetti, ma le comunità che quei beni li hanno prodotti, abitati, usati e tramandati. Altrimenti il rischio è quello di trasformare il patrimonio in una collezione muta, simile a un museo etnografico ricco di oggetti ma povero di vita.
Per l’Agenzia del Demanio è intervenuto anche Fabrizio Tucci, responsabile dell’Area Qualità della Progettazione che ha introdotto lo strumento centrale dell’Agenzia del Demanio: il Piano Città degli immobili pubblici, interpretandolo come espressione di una trasformazione più ampia in corso nella pubblica amministrazione e come evoluzione recente dell’Agenzia sotto la guida della direttrice Alessandra dal Verme. Il lavoro sul Piano Città di Firenze si basa su una vasta analisi del contesto. In particolare, sono stati mappati 177 beni pubblici, integrati tra Stato, Comune, Università e altre amministrazioni. Dall’analisi sono emerse alcune criticità principali. Sul piano ambientale, Firenze produce circa 2 milioni di tonnellate di CO₂ annue, di cui una quota significativa è attribuibile agli immobili pubblici coinvolti. Il consumo di suolo raggiunge il 42%, mentre la distribuzione del verde urbano risulta poco equilibrata nel centro storico. Sul piano sociale, viene evidenziata la forte carenza di student housing. Firenze si conferma inoltre una città a forte vocazione culturale globale, ma esposta ai rischi di turistificazione e gentrificazione. A partire da queste analisi, il Piano ha definito gli obiettivi strategici: rigenerazione dei vuoti urbani e rifunzionalizzazione degli immobili pubblici, valorizzazione del patrimonio storico-culturale, rafforzamento della rete ecologica urbana e potenziamento dei servizi per studenti, ricerca e giovani. In chiusura, Tucci richiama l’importanza della dimensione progettuale internazionale del Piano, sottolineando la gara in corso che coinvolge gruppi di progettazione da tutta Europa, destinati a contribuire alla costruzione della qualità urbana futura.
In copertina: Facciata abbazia San Miniato, ©Agenzia del Demanio









