Dalla gestione alla visione: l’urbanistica chiede una svolta
Tra pressioni urbane e strumenti inadeguati, la necessità di una regia pubblica capace di orientare il cambiamento
Torniamo all’urbanistica!” non è solo il titolo del volume curato da Paolo Urbani, ma una presa di posizione critica verso una rumorosa assenza sempre più evidente: la mancanza di una visione strutturata di governo del territorio. L’incontro del 22 aprile 2026 a Roma, promosso dalla fondazione Ifel in occasione dei suoi vent’anni, ha riportato al centro una questione rimasta al di fuori del dibattito politico: la necessità di rimettere ordine nei processi di trasformazione urbana, oggi spesso affidati a deroghe, pratiche negoziali e interventi frammentati.
Le città stanno cambiando più velocemente degli strumenti che dovrebbero governarle. Dinamiche demografiche, transizione energetica, nuove forme dell’abitare e crescente tensione sociale stanno ridefinendo la domanda urbana.
Ma a questa complessità non corrisponde una capacità di indirizzo altrettanto solida da parte del pubblico. Ne emerge un paradosso: mentre aumenta la pressione sulle città, allo stesso tempo diminuisce la capacità di pianificazione strategica. L’urbanistica, nata come strumento per dare forma al futuro, si è progressivamente ridotta a dispositivo tecnico o procedurale, spesso chiamato a inseguire trasformazioni già avvenute.
Non è un caso che uno dei temi più ricorrenti emersi nel confronto riguardi proprio l’uso improprio del significato stesso di “rigenerazione urbana”. Una parola sempre più utilizzata, ma sempre meno definita. In molti casi, più che indicare una strategia complessiva, finisce per legittimare interventi puntuali, privi di una visione di insieme.
Concetto espresso durante l’evento dal senatore Mario Occhiuto: «le scelte strategiche vengono fatte fuori dai piani», evidenziando come l’urbanistica abbia progressivamente perso il suo ruolo di guida, trasformandosi in uno strumento che spesso insegue decisioni già prese altrove.
Il confronto, introdotto da Pierciro Galeone, direttore della Fondazione Ifel, ha visto anche la partecipazione di esponenti istituzionali e del mondo dell’urbanistica, tra cui Maurizio Carta, assessore alla rigenerazione urbana del Comune di Palermo, il senatore Nicola Irto (in prima linea per la proposta di una legge per la qualità dell’architettura), Michele Talia, presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, e Silvia Viviani, assessora alle politiche urbanistiche del Comune di Livorno (pioniera nel suo comune sul temi del riuso temporaneo). Voci diverse, ma accomunate dalla necessità di riportare l’urbanistica al centro delle politiche pubbliche.
In questa occasione è emersa la richiesta, condivisa da amministratori, urbanisti e giuristi, di una riforma che non sia solo normativa, ma culturale e politica.
Infatti, tornare all’urbanistica significa prima di tutto ridefinirne il ruolo: non un insieme di regole rigide, ma un’infrastruttura strategica capace di orientare le trasformazioni, integrare politiche e redistribuire valore. Al centro del dibattito anche il tema del rapporto tra pubblico e privato, oggi segnato da forti squilibri. Senza una regia pubblica solida, il rischio è che le trasformazioni urbane siano guidate esclusivamente da logiche di profitto, con effetti evidenti in termini di disuguaglianze territoriali e accesso ai servizi. In questo scenario, torna con forza una domanda: dov’è che oggi, in città, si esercita la responsabilità pubblica? Non solo nella parte storica e centrale, ma soprattutto in quella diffusa ed estesa.
«Quella che noi chiamiamo periferia, quasi fosse il bordo della città, è la città contemporanea» commenta l’assessore Maurizio Carta, in libreria in questi giorni con un nuovo libro dedicato al “La città del quarto spazio”, ed è qui che si dovrebbe giocare la partita dell’urbanistica.
Nei prossimi mesi il lavoro avviato da Ifel (che tra l’altro ha promosso una serie di podcast con Will, il primo dedicato al binomio Abitare/Disabitare con un approfondimento sul caso Torino e un contributo di PPAN) proseguirà con nuove pubblicazioni e approfondimenti, con l’obiettivo di costruire una base di riflessione condivisa. Il tema è aperto, anche se rimane complesso. Ma una cosa appare chiara: senza un ritorno a una pianificazione consapevole e integrata, il rischio non è solo quello di città più disordinate, ma di città meno eque.

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