Expo Dubai 2020 sotto la lente italiana: storytelling e monumentalità

04-10-21   I   | Lettura : 4 Minuti

Intervista a Matteo Gatto, ex direttore Expo2015, ora in campo a Dubai
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xpo 2020 Dubai sotto la lente italiana: una kermesse che ha sposato la monumentalità con i contenuti, un’esposizione meno “light” della versione milanese, ma anche il simbolo di una magnificenza che si racconta attraverso la tecnologia d’avanguardia e le grandi opere. Un’Expo – che come accade spesso – ha aperto le porte il 1° ottobre con pochi visitatori e qualche cantiere da ultimare, ma che si conferma una tappa da non perdere anche per l’affinamento della progettazione per la candidatura di Expo Roma 2030. Matteo Gatto, architetto e titolare dell'hub creativo matteogatto&associati è stato chief architect e direttore della Visitor Experience di Expo Milano 2015, è stato direttore dell'urbanistica e della progettazione architettonica di Arexpo spa (la società nata con l'obiettivo di valorizzare il territorio su cui si è svolta l'Esposizione Universale di Milano), ed è riuscito a capitalizzare l’esperienza con il grande evento di Dubai. In team con Carlo Ratti e Italo Rota ha lavorato al Padiglione Italiano e si è occupato direttamente dell’esposizione di altri 39 paesi: 30 assistiti da Expo 2020, distribuiti nei tre petali dei distretti tematici, e 9 CYP (country young program) pavillions. A lui, thebrief ha chiesto un racconto in presa diretta da Dubai.

 

In cosa consiste il lavoro per i 30 padiglioni tematici che vi siete aggiudicati?

I distretti tematici sono parte integrante del sito di Expo 2020 Dubai e comprendono 86 edifici permanenti distribuiti su tre petali separati, che ospitano 136 paesi partecipanti. Ad ogni petalo è stato dato un carattere unico e memorabile, raffigurato attraverso una diversa geometria, paesaggio e colori per riflettere i tre temi principali di Expo 2020 Dubai: mobilità, opportunità e sostenibilità. Progettati da Hopkins and Partners, i quartieri hanno lo scopo di evocare la vecchia Dubai, con facciate che ricordano le tradizionali torri del vento emiratine, e passerelle fiancheggiate da flora indigena. Matteogatto&associati si è occupata della progettazione dei contenuti espositivi in collaborazione con Blossom che ne ha realizzato il graphic design. Beyond the Limits Ltd (società con sede a Dubai) ha curato la commessa e i rapporti con il cliente, Mancini Worldwide ha intrattenuto le reazioni diplomatiche e internazionali con i paesi coinvolti e infine Mosae ha ingegnerizzato l’installazione e svolto il project management complessivo fino alla messa in opera delle 39 mostre.

Concretamente?

Dal foglio bianco, in stretta collaborazione con i paesi, abbiamo curato decine di mostre: dalla ricerca delle eccellenze dei partecipanti al loro rapporto con il tema “connecting minds, creating the future”, dallo sviluppo dei contenuti specifici allo storytelling espositivo, dalla visitor experience all’identità visiva di ogni paese realizzata ad hoc, fino alla stampa e all’installazione dei contenuti.

Su 68 padiglioni tematici, 60 sono curati da team italiani. Che valore ha questo “made by italians”?

Altri 30 padiglioni sono stati affidati ad un’altra società italiana, Simmetrico. L’Italia si è distinta per la sua forte capacità di dialogo con i piccoli paesi del mondo, più che per l’architettura ci siamo occupati di sviluppare i contenuti e il ruolo diplomatico ci è stato riconosciuto per quello che è stato fatto per Expo 2015.

Il vostro team è nella cordata che si è aggiudicata il concorso indetto da Invitalia per il Padiglione Italia. In sintesi il concept?

L’edificio progettato da CRA-Carlo Ratti Associati e Italo Rota Building Office, con F&M Ingegneria e Matteo Gatto, incorpora nella sua copertura tre scafi di navi a grandezza naturale, i quali potrebbero potenzialmente navigare in mare al termine dell’evento. L’edificio presenta una facciata multimediale composta da oltre 70 chilometri di corde nautiche e utilizza un avanzato sistema di mitigazione del clima alternativo all'aria condizionata. Il padiglione italiano propone quindi un coraggioso esperimento di architettura riconfigurabile, attenta al riciclo e alla circolarità.            

 Dubai è realtà. Un anno dopo. Per quali caratteristiche si distingue come Expo di una nuova era?

Si è cercata una terza via tra l’innovazione tematica ed esperienziale dei contenuti, avviata a Milano, e la monumentalità delle esposizioni che hanno preceduto l’appuntamento italiano del 2015, com’era accaduto a Shanghai o ad Aichi. A Dubai si apprezzano i grandi investimenti, la magnificenza dell’architettura, la sintesi tra tecnologia, design e racconto.

A Dubai l’investimento è stato di gran lunga superiore a quello di Milano, con un approccio che fa passi indietro rispetto alla sostenibilità e al “light touch” che a Milano era stato scelto per un Expo a basso impatto, pensando di costruire per smontare e far sparire tutto dopo l’evento. Qui c’è stato un grande sforzo costruttivo, dove non c’era niente.

Non solo effetti speciali però: alcuni padiglioni come quelli della Svizzera, dell’Olanda, di Singapore hanno scelto un tema solo, per dare chiari messaggi sul futuro e la sostenibilità. A livello architettonico le differenze con Milano sono tante: si parla di un investimento di 5, 6 volte superiore per un’area molto più estesa, nel deserto, con regole più semplici e con più tempo a disposizione.

Un’idea per la candidatura di Roma per il 2030?

Le grandi avversarie a Dubai sono presenti: l’Arabia Saudita, ad esempio, ha candidato Riyad che è protagonista nel padiglione del Paese. Roma non emerge in quello italiano, dovrà pensarci. Ogni Esposizione è a sé: si parte dai valori del proprio territorio, Roma potrà eventualmente trarre spunto dall’esperienza milanese.

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