Genere e social impact: anche Roma sperimenta un nuovo modello di urbanistica inclusiva
Dopo Milano, Bologna, Parma e Verona, anche la Capitale riorienta la prospettiva
Verso una città più equa e consapevole. Come? Roma Capitale ha scelto anche “la prospettiva dell’urbanistica di genere a Roma” per orientare lo sviluppo urbano verso accessibilità, partecipazione, sicurezza e inclusione. Alla presenza dell’assessore all’urbanistica Maurizio Veloccia e della Presidente di Human Foundation Giovanna Melandri (in questi stessi giorni protagonista di un altro approfondimento sull’impact investing) , affiancati da esperti del settore come Héléne Chartier di C40, la presidente della commissione pari opportunità dell’assemblea capitolina Michela Cicculli e il presidente della commissione pari opportunità dell’Anci Enrico Di Giuseppantonio , è stato illustrato un percorso che traguarda una trasformazione strutturale del modo in cui lo spazio pubblico viene concepito e vissuto.
Una riflessione e uno strumento operativo che sono stati presentati come il risultato di una sinergia tra Roma Capitale, Human Foundation e Risorse per Roma, con l’obiettivo di fornire linee guida concrete per un’urbanistica che sappia interpretare la pluralità dei bisogni dei cittadini, superando il concetto di neutralità dello spazio pubblico.
L’adozione di una lente di genere rappresenta una scelta politica e tecnica precisa: riconoscere che la città non è un contenitore asettico, ma uno spazio che riflette e, talvolta, amplifica le diseguaglianze sociali
Progettare a partire dall’esperienza delle donne significa costruire una città più sicura e accessibile per tutti, dai bambini agli anziani, dalle persone con disabilità alle comunità marginalizzate. Il primo “Quaderno della città che cambia”, un documento intitolato “La prospettiva dell’urbanistica di genere a Roma. Come orientare lo sviluppo della città verso accessibilità, partecipazione, sicurezza e inclusione”, presentato all’ Urban Center Metropolitano di Roma (27 marzo 2026), nasce infatti dalla necessità di rispondere ai dati emersi da studi recenti, come l’indagine “Spatium Urbis” condotta con l’Università La Sapienza, e le analisi sulla mobilità di genere che evidenziano come la percezione della sicurezza e l’efficienza dei servizi siano vissute in modo profondamente diverso a seconda del profilo dell’utente. Le donne, in particolare, sono spesso protagoniste di una mobilità complessa legata ai compiti di cura, che richiede spostamenti frequenti e interconnessi tra servizi di prossimità, scuole e centri di assistenza, una realtà che la pianificazione tradizionale basata sui flussi casa-lavoro ha faticato a intercettare.
Il documento è una sorta di manuale d’azione per funzionari e decisori pubblici, offrendo casi studio, domande guida e criteri di valutazione dell’impatto sociale tramite le metodologie della impact economy, capaci di misurare come le scelte urbanistiche incidano sulla qualità della vita reale
La metodologia proposta si basa sull’idea che ogni fase della trasformazione urbana, dall’ideazione alla gestione, debba integrare la partecipazione attiva dei territori. Un esempio tangibile di questa applicazione sarà il progetto pilota nel quartiere di Spinaceto, dove gli interventi di urbanistica tattica previsti per Largo Niccolò Cannella diventeranno un laboratorio per testare soluzioni di arredo urbano, illuminazione e percorsi pedonali orientati alla dimensione di genere. Questa iniziativa si raccorda direttamente con il programma “15 Municipi, 15 progetti per la città in 15 minuti – raccontato da thebrief nelle sue principali milestone, dal 2022, nel 2023 e nel 2024”, promuovendo un modello di città della prossimità dove i servizi essenziali siano raggiungibili in tempi brevi, riducendo le barriere spaziali e temporali che limitano la libertà di movimento.
La visione di Roma si inserisce in un più ampio contesto nazionale ed europeo, allineandosi a esperienze di avanguardia che hanno già dimostrato l’efficacia di tali mappature. Tra queste spicca il caso del Comune di Livorno, che ha sviluppato l’“Atlante di Genere”, uno strumento volto a rendere visibili le diverse modalità di fruizione dello spazio cittadino per orientare le scelte di pianificazione verso una distribuzione più equa delle risorse. A questo si aggiunge l’importante contributo del “Gender Atlas” di Milano, un’approfondita ricerca che analizza il capoluogo lombardo attraverso dati disaggregati e mappature critiche, mettendo in luce le lacune di un sistema urbano spesso disegnato su un utente neutro-maschile e proponendo visioni alternative basate sui vissuti femminili e sulle reti di cura.
Da Livorno a Milano, atlanti urbani che non sono semplici raccolte di dati, ma strumenti di democrazia spaziale che permettono di visualizzare le “città invisibili” abitate da chi, quotidianamente, gestisce la complessità del lavoro domestico e sociale
Entrambe le esperienze, che si aggiungono a quella di Verona dove recentemente è stato presentato il “Verona Gender Atlas”, una ricerca sulla città scaligera in questo caso sviluppata dal Comune in collaborazione con Sex & the City APS e Il borgo delle donne, e poi le tante altre da Bologna a Parma, unitamente al nuovo progetto di Roma Capitale, sottolineano come la giustizia spaziale sia una precondizione essenziale per il benessere collettivo: una città che ascolta le esigenze di chi la attraversa e la abita ogni giorno è una città capace di generare valore sociale e di garantire, finalmente, un reale diritto alla città per ogni cittadina e cittadino. Il percorso avviato a Roma, che proseguirà con ulteriori momenti di formazione come la masterclass del 22 aprile, conferma l’impegno istituzionale nel promuovere modelli di sviluppo innovativi, capaci di rispondere alle sfide contemporanee attraverso l’inclusione, la sicurezza percepita e la partecipazione democratica alla bellezza del bene comune.
In copertina © Philippe Ruault

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