Locanda Officina Monumentale: da cascina a hub per gli artigiani 4.0

25-11-22   I   | Lettura : 4 Minuti

Con Andrea Borri Architetti, recupero e modernità per uno spazio sociale all’insegna dell’upcycling
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om sta per Locanda Officina Monumentale e rappresenta per Andrea Borri Architetti una sorta di ‘progetto manifesto’: un’iniziativa di rigenerazione urbana di cui è stato esecutore e committente, un’architettura improntata sui concetti che sono alla base della filosofia dello studio milanese, che ha appena portato a termine un borgo contemporaneo con una cinquantina di alloggi, insieme ai colleghi di Consalez Rossi Architetti Associati.

La storia della Lom parte dal recupero di una cascina costruita intorno al 1850 alle spalle del cimitero Monumentale di Milano (in via Galileo Ferraris). «Ai tempi un contesto ben più rurale rispetto ad oggi – racconta Andrea Borri – la cascina aveva un uso tecnico e manifatturiero e faceva parte di un complesso più grande che aveva il nome di “Cascina Lupetta”. L’immobile poi era stato abbandonato e quindi occupato e lasciato in condizioni di totale degrado».

Lo spazio, rilevato da Andrea Borri, Michele Borri, Stefano Micelli e Alfredo Trotta e radicalmente ristrutturato da Andrea Borri Architetti, ha acquistato una vita completamente nuova. I 1.200 mq della cascina oggi vengono utilizzati in diversi modi: 700 mq ospitano aziende aderenti al progetto di accelerazione d’impresa – con artigiani 4.0 che realizzano produzioni custom made con una profonda attenzione alla qualità e alla sostenibilità –, 200 mq sono aperti al pubblico con attività di bar e ristorazione; altri 70 mq sono spazi comuni e i restanti adibiti a formazione e ospitalità.

Rigenerazione urbana, riattivazione del patrimonio architettonico esistente trasformato in spazio sociale, upcycling, restauro radicale, sostenibilità: questi i concetti che hanno guidato la realizzazione della Locanda Officina Monumentale, che è diventata così non solo un progetto innovativo, intraprendente e sperimentale, ma anche un nuovo punto di partenza per il territorio e per lo studio stesso.


Nei 1.200 mq della cascina oggi trovano posto aziende, artigiani 4.0, attività di ristorazione e spazi comuni destinati a formazione e ospitalità.


In tutta la ristrutturazione la scelta dei materiali e dei partner è stata guidata da criteri di sostenibilità: le solette del primo e del secondo piano sono state realizzate utilizzando travi in larice provenienti dagli alberi abbattuti dalla tempesta del 2018 in val di Fiemme; il viale d’accesso e i camminamenti perimetrali dell’edificio sono composti dalle pietre derivanti da vecchi gradini e dal ballatoio originario; ancora, i serramenti provengono da un’azienda belga di nome Reynaers, che lavora utilizzando alluminio riciclato per oltre il 70% della produzione. Il manto di copertura è stato realizzato con un sistema “Prefa”, il quale nonostante sia in alluminio deriva per oltre 60% dall’uso di materiale riciclato. I pavimenti del primo e del secondo piano sono in legno Bauwerk con plance spesse solo 9 mm da lavorare con soli assemblaggi ad acqua; mentre i pavimenti esterni delle terrazze sono in gres riciclato, gli isolanti in fibra di legno. La copertura, le gronde sono riciclati. I rubinetti miscelatori sono tutti a basso consumo idrico.

«Partendo dalla matrice originale e dall’idea di ri-caratterizzare un edificio divenuto anonimo, si è partiti da una fase di strip out radicale; l’immobile è stato per prima cosa spogliato in tutto e per tutto degli elementi in legno, oltre che delle solette e di tutti i sottofondi, fino ad arrivare ai piedi di fondazione. Modernità e restauro radicale – raccontano dallo studio – ma anche conservazione dei segni lasciati dal tempo, nel rispetto della storia del luogo. All’ultimo piano, ad esempio, è stato recuperato il sottotetto attraverso un intervento piuttosto radicale, con lo slittamento verso il basso d’incirca 60 cm della soletta che divideva primo piano e sottotetto».

Per la progettazione del giardino è stato coinvolto il paesaggista Vittorio Peretto che ha proposto di realizzare un “Dry Garden”: un giardino che non necessiti di essere innaffiato, se non in minima parte per le poche piante mobili. Niente erba quindi, per lasciar posto a un grande sistema di distesa di ghiaia, per favorire la permeabilità del terreno, ma anche per rendere più fresco lo spazio; tutte le piante scelte sono a basso consumo idrico e tendenzialmente tropicali. Per sicurezza è stata posizionata una cisterna da 5mila litri di accumulo di acqua piovana, riutilizzata per le poche fasi di innaffiatura necessaria.

Foto di copertina © Marco Manta

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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