Partenariato pubblico–privato: tra leva necessaria e terreno fragile
All we need is home. La governance decisiva per le sfide dell’emergenza abitativa
Il partenariato tra pubblico e privato è il protagonista assoluto del dibattito sulle politiche urbane e abitative.
Non come soluzione miracolosa, ma come snodo inevitabile in un contesto in cui le risorse pubbliche non bastano e il capitale privato, da solo, non ha né mandato né interesse a farsi carico del diritto all’abitare. Il punto non è più se attivare il partenariato, ma come governarlo, con quali strumenti, con quali metriche, con quali garanzie e con quali obiettivi pubblici chiaramente esplicitati.
Dal lato delle istituzioni emerge la consapevolezza che la crisi abitativa non è affrontabile solo con politiche redistributive o con interventi puntuali. Servono operazioni di scala, capaci di aumentare significativamente lo stock abitativo e di incidere sui costi strutturali del costruire.
In questa prospettiva, il partenariato pubblico–privato viene letto come leva moltiplicativa: ogni euro pubblico, se ben progettato, può attivarne tre o quattro di capitale privato
Nell’ambito di uno dei quattro tavoli di lavoro a margine della seconda puntata della conferenza “All we need is home” promossa da Roma Capitale l’approfondimento sulla questione del partenariato e della governance ha messo in luce come l’esperienza dei fondi immobiliari a partecipazione pubblica (come nel caso delle 14 piattaforme territoriali attivate da Investire sgr per realizzare housing sociale, studentati e senior housing) sia un esempio di discontinuità rispetto al passato: contributi pubblici più contenuti, ma mirati, in grado di mobilitare investitori istituzionali e capitali pazienti. Sempre con la consapevolezza che senza un modello di remunerazione credibile e trasparente, il capitale non arriva.
E Domenico Bilotta, direttore generale di Investire sgr commenta in questo contesto «Entro marzo se non troveremo un’operazione per un nuovo studentato a Roma, lo faremo altrove. I capitali non aspettano».
Nel dibattito a più voci emerge chiaro il punto di vista degli investitori: il privato non è solo “finanza”. Non chiede solo incentivi, ma certezza: tempi autorizzativi, stabilità normativa, chiarezza sugli strumenti urbanistici e sulla gestione dei rischi sono condizioni preliminari, non dettagli tecnici.
Tra le voci anche quella di Valeria Falcone, Ad di Colliers, che ribadisce un equivoco ricorrente: considerare il privato esclusivamente come fonte di finanziamento; in realtà, il valore aggiunto sta anche nelle competenze: capacità di gestione, controllo dei tempi, organizzazione del processo, industrializzazione del cantiere. Elementi che incidono direttamente sui costi finali e sulla fattibilità delle operazioni.
E quando queste competenze non vengono integrate a monte, il partenariato si riduce a una formula vuota o, peggio, a un trasferimento di rischio che produce contenziosi e blocchi operativi.
Il nodo vero: la remunerazione del capitale (e la sua legittimità). Senza un ritorno adeguato al rischio, nessun investitore, istituzionale o meno, può intervenire in modo strutturale. E qui il discorso si fa politico, oltre che tecnico. La questione non è se il capitale debba essere remunerato, ma come, quanto e in relazione a quali obiettivi sociali. E l’assenza di una chiara esplicitazione dei ritorni – economici, sociali, territoriali – alimenta diffidenza, opacità e conflitto.
Se a Roma è il caso degli ex Mercati Generali a far discutere cittadini e non solo in queste settimane, a Piacenza in queste ore è partita la commercializzazione delle residenze a libero mercato del progetto di riqualificazione dell’ex Manifattura Tabacchi, un’area di 60mila mq nel quartiere Infrangibile (che ha beneficiato del Pinqua), destinata a diventare un nuovo polo di vita urbana. Iniziativa che Paola Delmonte ha commentato sui suoi social con riferimento “alla tenacia di tutti i promotori che lo hanno caparbiamente voluto e portato avanti in tutti questi anni.
Infrangibile come la postura bipartisan che ha sempre caratterizzato le istituzioni nazionali e locali che lo hanno sempre sostenuto. Sì perché se è vero che la casa è un diritto costituzionale e non un asset, è altrettanto vero che non deve mai essere considerata un bacino elettorale o un terreno di scontro politico ma un impegno di tutte le istituzioni verso il territorio e la comunità. Infrangibile come il partenariato pubblico privato plurale, quella alchimia difficile da raggiungere ma che quando sprigiona la sua forza non la ferma più nessuno”.
Rigenerazione, non solo edilizia: la questione della governance. La rigenerazione non può essere ridotta a un’operazione immobiliare: implica infrastrutture, servizi, spazi pubblici, qualità della vita, e quindi richiede regie pubbliche forti, capaci di coordinare urbanistica, politiche sociali, ambiente e sviluppo economico.
Tra gli operatori emergono anche alcune autocritiche: accordi di programma mal gestiti, piani decaduti, urbanizzazioni mai completate. In generale si concorda sul fatto che il partenariato fallisce quando il pubblico abdica al proprio ruolo di controllo e indirizzo, limitandosi a “concedere” senza presidiare l’attuazione.
In questo senso, le esperienze di monitoraggio introdotte dal Pnrr vengono lette come un passaggio culturale rilevante: trasparenza, rendicontazione e accountability diventano parte integrante della politica urbana
La questione dell’abitare, oggi, costringe tutti gli attori a una presa di responsabilità: il pubblico a governare, il privato a misurarsi con obiettivi sociali, le politiche urbane a uscire dall’ambiguità. Senza questa chiarezza, il partenariato resta una parola d’ordine. Con essa, può diventare una leva reale di trasformazione.









