Rigenerare comunità, non solo edifici: alleanze e progettualità contro l’emergenza Neet

19-11-2025 Cristina Giua 4 minuti

19-11-2025 Cristina Giua 4 minuti

Rigenerare comunità, non solo edifici: alleanze e progettualità contro l’emergenza Neet

Alla presentazione del progetto della Fondazione Asilo Mariuccia, l’intervento del commissario Fabio Ciciliano

La fotografia è impietosa: «In Italia ci avviciniamo al 20% di ragazzi tra i 14 e i 19 anni che non svolgono nessuna attività di studio, lavoro o formazione professionale». Così Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia, aprendo i lavori della tavola rotonda «Con i giovani, contro la violenza. Prevenire il disagio e difendere le relazioni per una Lombardia Zero Neet», promosso da Fondazione Asilo Mariuccia insieme all’Università Cattolica e ad Altis Graduate School of Sustainable Management.

Un appuntamento carico di conseguenze operative, visto che il fenomeno dei giovani Neet (Not in education, employment or training) sta assumendo contorni strutturali anche nella regione più produttiva del Paese: «In Lombardia la quota di Neet, secondo uno studio di Assolombarda riferito al 2024, è pari all’8,9% – ha aggiunto Fontana – in un periodo in cui la domanda di lavoro esiste, ma non si riescono a trovare le competenze adatte». Non un semplice disallineamento: una frattura.

La risposta più concreta e misurabile arriva dalla stessa Fondazione Asilo Mariuccia, centro nevralgico della formazione dei giovani in condizioni di vulnerabilità da oltre un secolo. La Fondazione rilancia il proprio ruolo con il progetto «Un porto nuovo», intervento di rigenerazione e ampliamento del polo educativo di Porto Valtravaglia, in provincia di Varese.


Qui la riqualificazione edilizia diventa volano di trasformazione sociale: grazie a un finanziamento da 3 milioni di euro – Fondazione Cariplo, Regione Lombardia e Presidenza del consiglio – nasceranno due nuove comunità educative, un polo sportivo, un centro diurno e cinque laboratori di formazione professionale: florovivaismo, carpenteria navale, ciclomeccanica, cucina e barberia.


Risultato atteso: capacità recettiva triplicata e fino a 90 ragazzi al giorno accompagnati verso percorsi reali di autonomia lavorativa. Risultati degli ultimi anni? Oltre 500 giovani formati nei laboratori di educazione al lavoro della Fondazione, con progetti come «Coltivare inclusione» e «IntegrAzione», dove 30 minori stranieri non accompagnati hanno appreso competenze tecniche e relazionali nei laboratori di carpenteria navale lungo il lago Maggiore.

 

Se «Un porto nuovo» rappresenta una grande operazione di rigenerazione educativa e immobiliare, la cornice concettuale arriva dalle parole di Fabio Ciciliano, capo della Protezione civile e Commissario straordinario per i territori ad alta vulnerabilità. Ciciliano ha descritto un approccio che nasce dall’esperienza sul territorio del Comune di Caivano ma mira a diventare replicabile.


«Quando si parla di realtà vulnerabili, si dice tutto e non si dice nulla. La vulnerabilità è un concetto astratto, ma quando si scende nella realtà emergono esigenze molto diverse tra loro». Una diagnosi che porta a una conclusione strategica: bisogna agire dove il rischio di marginalità cresce, e farlo velocemente.


Il nodo è la velocità. «Una comunità che non si fida delle istituzioni deve vedere i cambiamenti in maniera tangibile. Per farlo è necessario essere veloci, e per essere veloci bisogna utilizzare le leggi che accelerano le procedure», ha sottolineato Ciciliano. E ancora: «Non dobbiamo pensare alle periferie come luoghi geografici. Oggi le periferie sono agglomerati sociali anche dentro i centri cittadini». Una lettura che gli addetti ai lavori del real estate sociale conoscono bene: la marginalità non è questione di latitudine, ma di densità di relazioni interrotte.

Da qui la direzione del modello: «Mettere insieme il mondo dell’università con le esigenze contingenti dell’impresa – è entrato in dettaglio Ciciliano – sottraendo i giovani al più facile avvicinamento a mondi criminali». Un’operazione di rigenerazione sociale che procede in parallelo a quella urbana. La collaborazione tra settori diversi diventa così cardine operativo. Fontana lo ha ribadito con chiarezza: «La prima strada da percorrere è la collaborazione tra pubblico e privato, soltanto così si può far fronte al problema».

È proprio in questa intersezione che progetti come «Un Porto Nuovo» cambiano di scala: non solo riqualificazione fisica, ma ecosistemi di formazione, sport, lavoro e cura. In altre parole, infrastrutture (vocabolo complementare a rigenerazione urbana e ribadito nell’ultimo forum Platform Real Estate) che non si limitano a ospitare, ma a generare competenze, dignità e occupazione.

Una visione che trova sintesi nelle parole di Emanuela Baio, presidente della Fondazione Asilo Mariuccia: «Accompagnare un giovane nel suo percorso di rinascita – ha detto Baio – significa offrirgli non solo un aiuto, ma un senso di appartenenza. Restituiamo dignità, fiducia e autonomia lavorativa, partendo da ciò che spesso manca: il rispetto dell’identità di ciascuno». «Nessun ragazzo è irrecuperabile – ha concluso Baio – se trova adulti capaci di crederci davvero». Una dichiarazione che suona sorprendentemente simile a un manifesto architettonico: rimettere al centro la persona e, attorno, progettare spazi, comunità e competenze che possano sostenerla davvero.

Tra riqualificazione edilizia e innovazione sociale, la Lombardia sta disegnando un modello che potrebbe diventare riferimento nazionale. Nel mezzo, una regola semplice: le periferie – sociali, culturali, educative – si trasformano solo con progetti capaci di tenere insieme luoghi, competenze e reti. E se il progetto «Un porto nuovo» funzionerà come promette, potrebbe non restare un caso isolato, ma il primo tassello di un’Italia che ricostruisce il futuro dei suoi giovani partendo da case, laboratori, comunità e relazioni.

In copertina:  Porto Valtravaglia © Riccardo Scarparo

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Cristina Giua
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