Rigenerare significa costruire senso, valore e futuro
Dibattito alla Sapienza sulla costruzione della città pubblica
Il termine rigenerazione urbana non può più essere un’etichetta di comodo. «Il patrimonio culturale non è più solo quello dei centri storici, ma si estende a tutte le forme urbane, comprese le periferie. È tempo di costruire una città pubblica come struttura portante di un nuovo welfare urbano». Così Laura Ricci, coordinatrice del dottorato Pdta della Sapienza, in occasione del seminario “Patrimonio culturale, rigenerazione urbana e sperimentazione” organizzato a cura del Curriculum di Pianificazione territoriale, urbana e del paesaggio dell’Università La Sapienza di Roma.
Il nodo, secondo Ricci (e come ribadito dalle professioni tecniche) è normativo prima ancora che progettuale: «Senza una riforma organica della legislazione urbanistica nazionale e del governo del territorio, la rigenerazione resta una parola vuota. Non bastano interventi episodici, né deroghe edilizie. Serve un impianto regolativo nuovo, capace di integrare strumenti tecnici, indicatori di performance e una governance pubblica consapevole».
Posizione che rilancia la centralità della pianificazione come processo integrato, capace di generare qualità e inclusione
«Non possiamo più permettere che siano altri – le soprintendenze, le urgenze di mercato – a guidare la trasformazione delle città. Il governo del territorio è un compito che spetta agli urbanisti. Non c’è rigenerazione senza un progetto condiviso di città pubblica», il commento di Ricci.
Dall’urbanistica all’architettura. Massimo Alvisi, architetto e cofondatore di Alvisi Kirimoto, interviene nel dibattito aggiungendo che: «Rigenerare non è decorare o sostituire: è costruire senso, valore e futuro attraverso la trasformazione». Due i progetti presentati da Alvisi. Il primo riguarda la Basilica di Massenzio, nel cuore del Parco archeologico del Colosseo, dove l’intervento si è concentrato sulla rifunzionalizzazione di uno spazio straordinario: «Abbiamo lavorato non solo sul recupero architettonico, ma sulla memoria d’uso del luogo. La Basilica non è un monumento cristallizzato, ma uno spazio pubblico che deve vivere, essere attraversato e interpretato».
Il secondo, al Palazzo dei Congressi all’Eur, è un esempio di dialogo virtuoso con la soprintendenza: «La tutela è stata compresa non come vincolo statico, ma come leva progettuale. Abbiamo introdotto soluzioni reversibili, integrate e tecnologicamente avanzate, per rendere gli spazi compatibili con le esigenze degli eventi contemporanei, senza tradire l’identità originaria dell’edificio».
Durante il seminario, due interventi hanno delineato con chiarezza il nodo strategico che lega spazio pubblico, progettazione urbana e cultura del patrimonio. Da un lato, Paolo Desideri, architetto e professore di Composizione architettonica e urbana a Roma Tre, ha posto l’accento sulla crisi dello spazio urbano come dispositivo progettuale; dall’altro, Paolo Galuzzi, coordinatore del curriculum in Pianificazione territoriale, urbana e del paesaggio (Dottorato Pdta), ha inquadrato la riflessione in una prospettiva culturale e politica più ampia, sottolineando l’urgenza di un nuovo modo di intendere la trasformazione urbana.
«Le nostre città, che ci piacciano o no, sono ormai costruite quasi esclusivamente attraverso logiche legate alla rendita. Il grande assente della città contemporanea è lo spazio pubblico progettato, vissuto, curato» ha affermato Desideri, descrivendo una condizione sistemica in cui anche gli interventi pubblici si muovono entro margini ristretti, spesso indifferenti al contesto urbano. «Anche quando il promotore è un ente pubblico, il progettista si trova a operare in un perimetro chiuso, delimitato rigorosamente dal lotto tecnico o dalla volumetria finanziata, senza possibilità di intervenire sull’intorno urbano».
Desideri ha illustrato in dettaglio il caso della Linea C a Roma. Più che un’opera infrastrutturale, ha detto, «è un progetto pubblico: coinvolge lo spazio collettivo, la storia della città, la sua stratificazione culturale, la sua rappresentazione». La tecnica stessa dello scavo, ancora oggi in parte basata su aperture a cielo aperto, impone una riflessione critica sulle modalità costruttive, ma anche sulle implicazioni urbane e culturali dell’intervento. «Roma non è costruita su un suolo neutro: è letteralmente stratificata su sé stessa. Ogni intervento è anche un atto culturale, un gesto di responsabilità collettiva».
La scoperta della caserma della milizia adrianea sotto la futura stazione Amba Aradam ha costretto a ripensare completamente il progetto, integrando i ritrovamenti archeologici come parte della stazione. «Si tratta di musealizzare l’intera caserma: rimuoverla con precisione, restaurarla, e poi ricollocarla nella posizione originale, all’interno della stazione. Non è arredo urbano: è architettura museale integrata, è progetto pubblico nella sua forma più ambiziosa».
Verso una sintesi tra rigenerazione, cultura e sperimentazione progettuale. Secondo Galuzzi, è proprio nella tensione sperimentale del progetto che si gioca oggi la possibilità di trasformazione.
In copertina: © Adobe Stock

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