
Sisma 2016, la ricostruzione entra nella fase più complessa: dalle case ai territori
Il rapporto del Governo a dieci anni dal terremoto che ha colpito il Centro Italia
Dieci anni dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, la ricostruzione del sisma 2016 non può più essere letta soltanto come una somma di cantieri. È questo il punto centrale del rapporto “Ricostruire è prevenire” presentato dalla struttura commissariale guidata da Guido Castelli. Sicurezza e coesione territoriale sono tra le parole ricorrenti del rapporto, che interpreta il cratere dell’Appennino centrale come un campo di prova nazionale per la sicurezza sismica, la rigenerazione delle aree interne e le politiche di coesione
Parliamo di un’area composta da 138 Comuni tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, con circa 540mila residenti, interessata da ricostruzione privata, opere pubbliche, investimenti produttivi, infrastrutture, con ricadute su lavoro e politiche contro lo spopolamento.
Sul fronte della ricostruzione privata, al 31 maggio 2026 le richieste di contributo presentate sono 36.149, per un importo complessivo di 17,82 miliardi di euro, di cui concessi 12,59 miliardi, mentre le liquidazioni di Cassa Depositi e Prestiti hanno superato gli 8 miliardi. I cantieri autorizzati sono 23.361; quelli conclusi 14.968, pari a oltre il 64% degli interventi avviati. Nei 44 Comuni maggiormente colpiti sono state presentate 17.840 richieste di contributo (per un fabbisogno di 10,43 miliardi) e i contributi concessi ammontano a 7,27 miliardi, con 4,49 miliardi già liquidati. Nonostante i tempi lunghi, la macchina sembra andare oltre l’istruzione delle pratiche, verso le autorizzazioni in pagamenti e cantieri.
La ferita resta aperta: alla fine di aprile 2026 sono ancora 8.759 i nuclei assistiti dalle misure di sostegno abitativo post-sisma, anche se il dato è in calo del 13% rispetto al 2025 e del 38,4% rispetto al 2022.
Nell’ultimo anno, oltre 1.300 famiglie sono rientrate nelle proprie case, per circa 2.800 beneficiari. Il ritorno nelle abitazioni non esaurisce però il problema: la fase attuale è quella della ricostruzione più difficile, legata ai danni gravi, agli edifici complessi, ai centri storici e ai territori dove il sisma si è sovrapposto a fragilità demografiche, economiche e idrogeologiche già presenti.
Per Castelli i numeri indicano un «cambio di passo». Il Commissario ha collegato l’avanzamento non solo alla riparazione degli edifici, ma anche alla possibilità di mantenere popolazione, lavoro e attività economiche nei territori colpiti, richiamando il tema del diritto a restare e il ruolo della collaborazione tra Governo, Regioni, Comuni e strutture tecniche.
La ricostruzione pubblica interessa 3.667 interventi programmati, per un valore superiore a 4,85 miliardi di euro. Secondo il Rapporto, il 97,5% degli interventi risulta almeno avviato, mentre lavori in corso e opere concluse rappresentano circa il 40% dell’intera programmazione. Il capitolo scuole, a titolo di esempio, conta 459 interventi per circa 1,6 miliardi; tra i modelli richiamati figurano l’Itts “Eustachio Divini” di San Severino Marche e l’Istituto comprensivo “Ugo Betti” di Camerino. Per quanto riguarda gli edifici di culto, gli immobili danneggiati dalla sequenza sismica sono 2.456: gli interventi programmati sono 1.276, per oltre 750 milioni di euro. Il 2025 ha registrato 108 interventi approvati, contro gli 85 del 2024, mentre nei primi quattro mesi del 2026 le approvazioni sono state 39.
Il rapporto insiste su un passaggio ulteriore: ricostruire non significa soltanto riparare edifici. Nell’Appennino centrale il sisma ha colpito un territorio già interessato da spopolamento, invecchiamento, rarefazione dei servizi e fragilità produttive. Per questo la ricostruzione viene letta come un’azione di prevenzione e di presidio territoriale.
Da qui il ruolo di Next Appennino, programma da 1,78 miliardi finanziato dal Fondo complementare al Pnrr. La macro-misura A che riguarda “città e paesi sicuri, sostenibili e connessi) sostiene 892 interventi su digitalizzazione, rigenerazione urbana, infrastrutture e mobilità. La macro-misura B, rivolta alle imprese, ha raccolto 2.353 progetti di investimento per oltre 2,5 miliardi; le domande finanziate sono 1.351, per circa 490 milioni di euro.
Secondo le elaborazioni riportate, l’impatto economico complessivo delle misure attivate potrebbe portare a regime a una crescita del Pil reale di circa 3,87 miliardi di euro e alla creazione di oltre 15mila posti di lavoro nelle quattro regioni coinvolte.
L’effetto già misurabile degli investimenti attivati è stimato in circa 1,49 miliardi di Pil e quasi 9.840 occupati. L’integrazione tra fondi europei, Pnrr, Piano complementare e politiche di coesione viene definita come un «modello di grande valore» dal vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, ritenendo che tale schema possa diventare una buona pratica anche in vista della programmazione europea 2028-2034, soprattutto per le aree interne e i territori fragili.
Dalle Regioni arriva una lettura orientata alla prosecuzione del lavoro avviato. Marco Marsilio, presidente dell’Abruzzo, ha parlato di una fase di «piena maturità», sottolineando il passaggio dalla riparazione dei danni a una strategia più ampia su infrastrutture, servizi e attrattività. Francesco Acquaroli, presidente delle Marche, volendo sottolineare la mole di lavoro svolto, ha richiamato il «cantiere più grande d’Europa» e indicato nella rigenerazione economica e sociale l’obiettivo successivo alla ricostruzione materiale.
Per il Lazio, l’assessore alla Ricostruzione Manuela Rinaldi ha definito l’accelerazione dei cantieri e degli investimenti un «segnale di fiducia» per le comunità colpite. Il tema, ha spiegato, è continuare a lavorare in sinergia con Governo, Commissario, sindaci e cittadini, trasformando la ricostruzione in servizi, opportunità e qualità della vita per chi resta e per chi potrà tornare.
Dall’economia di cantiere allo sviluppo stabile. Il quadro restituito dal Rapporto segnala quindi un avanzamento misurabile, ma non privo di punti interrogativi che riguardano la demografia (il sisma avrebbe aggravato una traiettoria di declino già in corso, con una perdita potenziale stimata in 66mila abitanti in circa trent’anni), la sicurezza di un territorio fragile e la legalità per fare alcuni esempi. L’auspicio è che Il laboratorio Appennino possa diventare un modello solo se il passaggio dalla spesa alla rigenerazione produrrà comunità stabili, economie non dipendenti dai cantieri e territori più sicuri di prima.
In copertina: Amatrice oggi © EASA Network

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