Smart city, da slogan a infrastruttura necessaria: la città del futuro si gioca su dati, reti e governance
Smart city, da slogan a infrastruttura necessaria: la città del futuro si gioca su dati, reti e governance
Il focus della community Teha va oltre la tecnologia. L’importanza della regia pubblica come condizione per centri urbani integrati e inclusivi
Oggi in Italia circa tre quarti della popolazione vive in aree urbane e, secondo le proiezioni, questa quota continuerà a crescere fino a superare l’80% entro il 2050. Un dato che cambia completamente il modo di guardare alla trasformazione urbana: più popolazione nelle città significa più pressione su reti, servizi, energia, mobilità, acqua, suolo e qualità dell’abitare. In altre parole, significa che le città dovranno diventare più intelligenti non per diletto tecnologico ma per necessità strutturale.
È da qui che si è aperto il primo appuntamento del kick-off dedicato alle smart cities della Community Valore Rigenerazione Urbana, la piattaforma multistakeholder di analisi e confronto promossa da The European House of Ambrosetti (TEHA Group). Il punto emerso con maggiore chiarezza è che
la smart city non può più essere considerata un fine ma deve diventare un mezzo: uno strumento per affrontare problemi concreti, dalla resilienza climatica alla competitività economica, dalla gestione delle risorse al miglioramento della qualità della vita
Il tema è particolarmente rilevante in un Paese che continua a scontare un ritardo competitivo. A livello internazionale, lo Smart City Index 2025 colloca Zurigo, Oslo e Ginevra ai primi tre posti; la prima città italiana è Bologna, ma solo all’83° posto, seguita da Milano al 97° e Roma al 139°. Se il confronto si restringe al quadro nazionale, nell’EY Smart City Index 2025 Bologna si conferma al primo posto tra i 109 capoluoghi italiani, seguita da Milano e Torino; Venezia è quarta e Roma quinta. Lo scarto tra classifiche internazionali e nazionali evidenzia una criticità ancora aperta legata alla misurabilità e alla definizione degli indicatori, con framework chiari e condivisi in grado di superare logiche puramente comparative e di tradurre le performance in esiti concreti. In questa prospettiva, diventa centrale la capacità di associare agli indicatori effetti tangibili, sia in termini economici sia sociali, evitando che la misurazione si riduca a un esercizio di posizionamento privo di impatti reali.
L’importante contributo di Deerns al tavolo, con le ricerche e gli approfondimenti di Arianna Surace, business development manager, e Giambattista Brizzi, expert building physics, sposta il focus sugli ambiti urbani. Le città metropolitane concentrano popolazione, produzione di valore, filiere della conoscenza, servizi avanzati. In Italia il margine di crescita è ancora ampio e la pianificazione di smart cities può diventare leva per aumentare attrattività, produttività e capacità di risposta delle città. Città dove il tessuto urbano diventa sempre di più una piattaforma. Non più soltanto spazio fisico, ma sistema di reti tangibili e intangibili in cui edifici, infrastrutture, dati, servizi e utenti dialogano tra loro. È qui che la digitalizzazione può fare la differenza, a patto però che serva a ridurre le disuguaglianze e non ad ampliarle. Una città più connessa, ma meno accessibile, più sensorizzata ma meno inclusiva, non è una smart city: è solo una città più complessa.
La priorità non è solo la digitalizzazione ma una coerenza di sistema con equilibri difficili da trovare. Ad esempio, un edificio completamente smart può arrivare a richiedere infrastrutture di gestione paragonabili a un data center, con conseguenti aumenti di consumo energetico e complessità operativa. Nei contesti ad alta densità, la crescita in verticale riduce la disponibilità di superfici utili per la produzione energetica in loco – ad esempio pannelli fotovoltaici – rendendo più difficile coprire il fabbisogno attraverso fonti rinnovabili. In questo quadro,
la smart city non può essere interpretata come la semplice somma di edifici intelligenti, ma come un sistema integrato
Serve un cambio di paradigma: dal singolo building al distretto, dove infrastrutture, energia, dati e servizi sono progettati e gestiti in modo coordinato. In questo quadro diventa centrale riguarda il ruolo del pubblico. Se l’operatore privato può realizzare edifici o distretti smart, è la regia pubblica a determinare la possibilità di costruire città realmente integrate e inclusive.
Su questo fronte i benefici sono evidenti: riduzione dei consumi, resilienza climatica, maggiore flessibilità, minori emissioni e migliore qualità dell’abitare. Un segnale interessante arriva dal settore idrico di Milano, dove la società pubblica MM ha portato le perdite nelle tubature di rete al 10,4% contro una media nazionale del 37,4%, grazie a un modello digitale che usa algoritmi predittivi, fibra ottica e immagini satellitari per individuare in anticipo le criticità. Tuttavia, energia, acqua, rifiuti, verde, mobilità e dati restano spesso ambiti gestiti separatamente, generando una costellazione di iniziative intelligenti ma non un sistema urbano realmente smart. La priorità diventa quindi l’integrazione: assumere la circolarità come principio di pianificazione e dotarsi di strumenti condivisi di misura e governance.
In copertina © Sisterscom.com/Shutterstock

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