Università, dal riuso del patrimonio all’urbanistica relazionale per il futuro delle città Tre

13-01-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

13-01-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

Università, dal riuso del patrimonio all’urbanistica relazionale per il futuro delle città Tre

Heritage Making and Adaptive Reuse, scadono il 12 febbraio le iscrizioni al Master di II Livello a Roma Tre

Pensare il patrimonio come bene comune significa riconoscere che non è solo quello che ereditiamo, ma ciò che scegliamo di trasformare e lasciare. In poche parole: il futuro delle città.

Chi costruisce il patrimonio, oggi? Nella città contemporanea queste domande non sono più retoriche. La condizione urbana attuale, segnata da una urbanizzazione diffusa e dalla necessità ormai inderogabile di limitare il consumo di suolo, ha spostato radicalmente lo sguardo dall’espansione all’esistente. Non si tratta più di aggiungere, ma di trasformare, riusare, adattare.


È in questo scenario che si inserisce l’ Heritage Making and Adaptive Reuse, il master internazionale di II Livello all’Università Roma Tre coordinato da Giovanni Caudo, professore ordinario di urbanistica, consigliere capitolino di Roma Futura e presidente della Commissione speciale Pnrr


«Il Master si fonda su due pilastri complementari: patrimonio e riuso. Chi sceglie questo percorso deve aspettarsi un corso di studio e di approfondimento dedicato alla trasformazione dell’esistente, intesa come operazione complessa e multilivello, più articolata della nuova costruzione», spiega Caudo. «Lavorare sull’esistente richiede infatti strumenti diversi e competenze che vanno oltre la semplice conoscenza della consistenza edilizia di un edificio. Ogni manufatto, ogni frammento di città, è inserito in una rete di relazioni: con il quartiere, con il resto del contesto urbano, con le persone che lo abitano o lo attraversano, anche quando non hanno un interesse diretto e immediato su quell’immobile. Per questo motivo la progettazione deve essere accompagnata da una conoscenza approfondita delle relazioni sociali, spaziali e simboliche che l’edificio intrattiene con il suo intorno», spiega.


In questa prospettiva, il patrimonio non coincide soltanto con ciò che è formalmente vincolato o riconosciuto, ma comprende tutto ciò che le persone individuano come tale, proiettandovi bisogni, desideri e aspettative



Sempre più spesso sono le comunità a farsi protagoniste dei processi di valorizzazione, attribuendo significato agli spazi in base agli usi, alle pratiche e ai valori condivisi. Il patrimonio è quindi ciò che viene riconosciuto come meritevole di tutela e conservazione proprio in relazione alle modalità con cui viene vissuto.

Il progetto di riuso adattivo nasce dentro questa complessità. Non può essere un esercizio chiuso o puramente formale: è per definizione un progetto aperto, che dialoga con fattori funzionali, estetici, performativi e sociali. La temporalità non è un’eccezione da gestire, ma una variabile strutturale del progetto stesso.

Riusare significa confrontarsi con densità, intensità d’uso, conflitti e aspettative. Ogni intervento si colloca dentro un campo di forze che condiziona il potenziale di adattamento e trasformazione. La questione urbana viene così riletta a partire dai processi concreti, più che dalle forme ideali.

È qui che il riferimento ai transition studies diventa cruciale. I processi di riuso e adattamento si sviluppano spesso in condizioni di incertezza, imprevedibilità e cambiamento continuo. Comprenderli significa accettare la co-evoluzione tra sistemi sociali, tecnici ed economici, e dotarsi di strumenti per governare – più che controllare – questa complessità.

Resilienza, sostenibilità, impatti, sono le tre parole chiave. L’adaptive heritage reuse (AHR) non è solo una pratica progettuale, ma una strategia urbana con molteplici implicazioni. Sul piano ambientale, contribuisce alla riduzione del consumo di risorse e all’abbattimento dell’impronta ecologica. Ma sono soprattutto le implicazioni sociali a emergere con forza, in particolare nei processi di open heritage generati dall’iniziativa delle comunità.

Il Master nasce da questa consapevolezza: non è sufficiente sapere che oggi si lavora prevalentemente sull’esistente, occorre disporre degli strumenti adeguati per farlo. Il percorso formativo risponde a questa esigenza attraverso l’integrazione di diverse matrici disciplinari: urbanistiche, edilizie, giuridiche, ma soprattutto attraverso un forte focus sulla valutazione di impatto. «Quando si interviene su un edificio o si modifica il suo uso, spesso l’attenzione si concentra esclusivamente sul valore dell’immobile in sé; il Master, invece, insegna a valutare in modo sistematico gli impatti che la trasformazione produce sull’esistente e sulla dimensione sociale. A questo tema è dedicato un modulo specifico all’interno del programma didattico. Accanto a questi contenuti, il percorso affronta anche tutti gli aspetti più propriamente professionali, dall’efficientamento energetico alle competenze tecniche necessarie per operare nei processi di riuso», precisa Caudo.

Il Master introduce inoltre una sperimentazione sul tema dell’urbanistica relazionale, intesa come studio del modo in cui le persone entrano in relazione con gli spazi che abitano. Questo approccio deriva da un’attività di ricerca europea, Open Heritage, che ha censito e analizzato numerosi casi di riuso del patrimonio esistente in diverse città europee, tra cui Berlino e Budapest, individuando modelli e pratiche innovative.

Il percorso è destinato a laureati magistrali ed è aperto anche a profili non strettamente legati all’architettura, come antropologi, giuristi, economisti e sociologi, riconoscendo il carattere intrinsecamente interdisciplinare dei processi di trasformazione dell’esistente.

Dal punto di vista organizzativo, i primi sei mesi sono dedicati ai moduli didattici, che si svolgono prevalentemente online fino a giugno. Sono previsti due momenti di presenza fisica, sotto forma di workshop intensivi, durante i quali studenti e docenti lavorano insieme in modo operativo. Il percorso si conclude con una tesi finale (gennaio 2027) e uno stage.

INFORMAZIONI GENERALI

  • periodo di attività: febbraio 2026 – gennaio 2027
  • durata: 11 mesi – 60 CFU
  • numero massimo ammessi: 30 studenti
  • lingua corso: il Master prevede l’uso della doppia lingua: Italiano e inglese, è richiesta la conoscenza della lingua parlata e scritta ma non saranno svolte prove di verifica
  • scadenza domande di ammissione: 12 febbraio 2026

In copertina: Housing sociale a Milano, via Antegnati © Barreca & La Varra – articolo aggiornato al 18 gennaio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Francesca Fradelloni
Articoli Correlati
  • Architettura italiana: il divario retributivo penalizza ancora le professioniste

  • Digitalizzazione e appalti: Anac, Demanio e Fs Engineering insieme per la trasparenza

  • Ripensare il governo del territorio: meno vincoli, più responsabilità locali

  • Bei, volumi record e nuova strategia: innovazione, scale-up e garanzie europee al centro