Donne e architettura, tra pregiudizi e conquiste

21-03-2024 Alessio Garofoli 2 minuti

In un incontro all'università di Pescara un dibattito gender oriented tra accademiche e professioniste

Le donne non devono sentirsi ospiti nella società, ma devono essere fiduciose nel loro percorso», esordisce Laura Andreini, tra le fondatrici di Archea associati di Firenze. Per poi illustrare alcuni noti progetti dello studio: la cantina Antinori nel Chianti, l’Alban Tower di Tirana, l’ex bunker diventato Rifugio digitale nel capoluogo toscano. Si parla di donne nell’architettura e dintorni, per raccontare esperienze ed eventuali difficoltà in un incontro del 20 marzo – Femminile plurale, il titolo – al dipartimento di architettura dell’Università di Pescara. Andreini si rivolge agli uomini (ce ne sono alcuni anche in aula) perché vedano «la necessità di coesistere, perché questa è una ricchezza. Se superassimo la separazione tra uomini e donne sarebbe un valore aggiunto per tutti», continua, aggiungendo di essersi sempre «sentita a mio agio, senza notare diversità. E le giovani studentesse possono guardare all’architettura in maniera libera, perché l’architettura non ha genere». Ma tutto, volendo, può essere visto secondo una prospettiva di genere, a seconda della sensibilità di chi tratta l’argomento.

«Le parole, anche quelle “visive”, hanno un ruolo», afferma Federica Fragapane, information designer che nel proprio lavoro di data visualization dice di utilizzare «forme morbide, meno geometriche», benché ci fosse l’abitudine di considerarle «più femminili e meno autorevoli». Scherza la fondatrice dello studio B5 srl di Napoli Francesca Brancaccio: «Signora, dottoressa, architetto», è la sequenza che attraversa una professionista quando appare in un cantiere, mentre «un uomo è subito ingegnere». E questo simboleggia il «surplus» che una donna deve mettere nel mondo del lavoro.


Anche se, precisa Brancaccio, «il mio non vuol essere un discorso gender oriented, non credo che le donne progettino in modo diverso: a parte forse nell’organizzazione degli spazi».


Patrizia Trovalusci, che insegna Scienza delle Costruzioni a La Sapienza di Roma, ricorda che quando vinse il concorso per diventare professore ordinario un «caro collega cui sono legata mi disse: “Complimenti, ma hai due difetti: sei un architetto e sei una donna”».

Approccio netto quello di Francesca Perani, fondatrice del collettivo Rebel-Architette, che racconta di essere «cresciuta accademicamente negli Anni ’90» e questo, sostiene, «ha costruito il soffitto di cristallo-cemento e mi ha fatto vivere la “sindrome dell’impostore”. Ma mi è stato permesso anche di sviluppare il mio stile, con una visione “emozionale” degli spazi». La prima battaglia di Rebel-Architette, ripercorre Perani, fu nel 2017 quella per avere il timbro al femminile (“architetta”) dall’ordine degli architetti di Bergamo. Lo ottennero ma, dice ancora, ne venne fuori un dibattito veemente, sui social e altrove, perché molte non apprezzarono. Quanto alle difficoltà concrete, Perani snocciola alcuni dati secondo i quali le architette vengono pagate il 37% in meno a inizio carriera, e il 50% in meno dopo i 40 anni, e «non vengono invitate alle conferenze». Punto di vista simile quello di Chiara Belingardi, docente del Master in studi e politiche di genere all’università di Roma 3, che rivendica il suo  «approccio femminista», rimarcando che la «pianificazione era vista come una questione tecnica e neutrale, ma non lo è». E questo perché, secondo Florencia Andreola, fondatrice del’associazione di promozione sociale Sex and The City, «se gli spazi sono pianificati senza un approccio di genere sono spazi maschili». «La contrapposizione, la trincea non fanno bene a nessuno. Meglio lavorare insieme», afferma la fondatrice dello studio di design multidisciplinare Thirtyone Claudia Campone ma, prosegue, «io assumo solo donne».

In copertina: Cantina Antinori ©Archea Associati

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Alessio Garofoli
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