Il boom dei data center può spingere la rigenerazione urbana

21-03-2024 Alessio Garofoli 2 minuti

Il settore cresce come potenza attiva e come business secondo due report di PoliMI e Colliers Italia

Al sempre maggior uso dei dati per le attività informatiche corrisponde forzatamente una crescita delle strutture in cui conservarli, per questo il tema diventa rilevante anche per il mondo del costruito. Questa spinta è stata registrata dall’Osservatorio Data Center, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, secondo il quale l’anno scorso il settore italiano dei data center è stato animato da 23 organizzazioni (di cui 8 società esordienti sul mercato italiano) che hanno annunciato l’apertura di 83 nuove infrastrutture nel periodo 2023-2025. La messa a terra di queste opere potrebbe portare potenzialmente sul territorio fino a 15 miliardi di euro di investimento complessivo. Le nuove aperture hanno intanto causato una crescita della potenza energetica nominale attiva sul territorio di 80 MW, portando la potenza totale dei data center italiani a 430 MW (+23% rispetto al 2022).

Il mercato dell’housing dei data center, cioè la compravendita o l’affitto di infrastrutture abilitanti per il posizionamento di server e patrimonio informativo delle organizzazioni, è arrivato nel 2023 al valore di 654 milioni di euro (+10% rispetto all’anno precedente). E la previsione è che possa più che raddoppiare nel 2025. Stando a questo studio Milano è il primo polo infrastrutturale del Paese (184 MW) e, benché ancora lontana da un sito come Francoforte in Germania con i suoi 791 MW, si sta mettendo in mostra come uno dei centri di maggior interesse rispetto ad altri Paesi considerati emergenti nell’ecosistema data center europeo, come Madrid (136 MW) e Varsavia (86 MW). Cresce anche l’area di Roma che si ritiene possa diventare, anche se con numeri molto inferiori, il secondo polo italiano. Dal pubblico al privato, a conclusioni non dissimili è arrivata un’indagine di Colliers Italia, società attiva nei servizi professionali e nella gestione degli investimenti immobiliari. L’Italia, e in particolare ancora Milano, godono secondo l’Overview 2024 di Colliers Italia di un ruolo centrale in Europa per la distribuzione e il ricevimento di contenuti grazie alla connettività e ai collegamenti dorsali sottomarini.


La scarsità di terreni, vincoli normativi, assenza di chiare linee guida urbanistiche in merito e sugli obiettivi Esg stanno facendo sì che investitori e operatori ricerchino aree dismesse anziché aree verdi. Il che comporta benefici in termini di riqualificazione urbana.


In questo senso le città in cui collocare le strutture sembrano diventare meno rilevanti rispetto alla disponibilità di energia elettrica, alla vicinanza con le reti di telecomunicazioni, alla scalabilità del business. Una delle società più importanti in Italia per la progettazione di data center è la milanese Starching, che nel settore opera anche all’estero attraverso la sua partecipata specializzata Maestrale: sono loro ad esempio, ad aver progettato l’Eni Green Data Center a Ferrera Erbognone. Il direttore delle attività commerciali di Starching Paolo Colombo afferma che lo sviluppo del settore in corso è dovuto al fatto che «ad oggi l’infrastruttura italiana è ancora poco sviluppata, e questo porta alla necessità di migliorarla incrementando l’allocazione dei dati». Potrebbero sembrare concetti astrusi ma, come spiega Colombo, si tratta dei luoghi «in cui vengono conservati anche i nostri video, le nostre email, i nostri messaggi Whatsapp». Quanto alle priorità che guidano la progettazione di un data center, «l’importante è che l’infrastruttura a servizio dei server consenta la business continuity, i server devono funzionare sempre anche in caso di black out».  Il boom durerà? Per Colombo «andrà avanti ancora per un po’». E conferma che si sta parlando di un mercato «in un ambito molto specializzato, in cui il proprietario della struttura la affitta, continuando a gestirla». Si tratta appunto dell’attività chiamata data center housing, o colocation, di cui parla il report dell’Osservatorio del PoliMI.

In copertina: ©diversity

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Alessio Garofoli
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