18-01-2024 Paola Pierotti 6 minuti

Innovazione urbana, la ricetta di Barcellona

Sperimentazione, ricerca e partnership pubblico-privata. Vision e mission spiegate da Isabella Longo, direttrice del Bit Habitat

Isabella Longo è la direttrice del Centro di Innovazione urbana del Comune di Barcellona. Con un background in ingegneria e pianificazione urbana, la professionista italiana guida il cosiddetto “Bit Habitat”, che mira ad affrontare le sfide sociali, economiche, tecnologiche e ambientali della città con il coinvolgimento e la collaborazione di membri di società civile, università e ricercatori, imprese e settore pubblico (cento persone influenti nella città nei vari ambiti e per diverse tematiche, che costituiscono l’organo di governo del centro). L’headquarter è nel cuore del Distretto di innovazione 22@, un’iniziativa voluta dalla città catalana a partire dal 2000, con l’obiettivo di trasformare 200 ettari di terreno industriale del quartiere Poblenou in un distretto produttivo innovativo. Valorizzazione del patrimonio industriale e sperimentazione sono il Dna di questa “zona franca”, dove Barcellona ha cercato di promuovere una campagna di ricerca e sviluppo, tra pubblico e privato, che sta portando i suoi primi frutti. Anche grazie a questo Centro per l’innovazione operativo da cinque anni, ma ideato qualche anno prima.

Isabella Longo: direttrice del Bit Habitat

Isabella Longo, fin dal lancio del progetto, il Distretto 22@ è stato associato al concetto di smart city, ma cos’è davvero innovazione per voi?
Quello delle smart city all’inizio era un concetto molto ambizioso, poi si è svuotato di contenuto e progetti concreti. Noi cerchiamo di tenere insieme ricerca e sviluppo con l’applicazione concreta in un pezzo di città. Una sorta di laboratorio urbano, persperimentare processi e soluzioni che poi possono essere riadattati e concretizzati in altri ambiti, anche con il mercato. 22@ si differenzia da altri distretti finanziari perché è fortemente mixed use: case, uffici, infrastrutture ma anche tanti spazi pubblici che mantengono vivo il quartiere, anche con una leva creativa. La nostra sede è in un edificio industriale come monito a pensare il futuro, tenendo presente la visione del passato, riabilitando l’esistente in una logica di smart building.

Come è decollato il Centro di Innovazione urbana?
Con la collaborazione con Cisco. Cisco System ha finanziato il 45% delle spese per insediarsi insieme a noi per 15 anni, con l’intento di avviare un centro di co-disegno di micro-chip utili alla scala urbana e di fatto dando vita a una virtuosa partnership pubblico-privata.

Da 22@ alla città. Siete di fatto l’agenzia dell’innovazione del Comune, quale è il vostro metodo di lavoro?
Ci siamo organizzati inizialmente per gestire un partenariato complesso, con tanti attori coinvolti, per questo specifico comparto, evolvendoci poi in un’agenzia che fa consulenza interna per l’intero ecosistema dell’innovazione, mettendo insieme e strutturando strategie in essere per dare forma a una strategia integrale. Quattro i driver: innovare internamente la Pa nel suo modo di lavorare; fare rete con l’ecosistema degli stakeholder; innovare nella gestione pubblica intervenendo nella direzione di una “burocrazia creativa” a partire dagli strumenti che facilitano piuttosto che quelli che ostacolano; ancora pensare la città come uno spazio naturale di sperimentazione, affinché la città stessa sia permeabile e ricettiva.

Come riuscite a intervenire sul sistema delle regole?
Non è facile, sono al lavoro su questo tema la città di Barcellona, ma anche Valencia e Madrid. Stiamo provando a disegnare una componente giuridica che permetta di avere una zona franca in funzione di specifiche necessità dove, attraverso accordi con gli attori, ci siano margini di manovra per andare in deroga alla normativa, chiaramente con sistemi di controllo precisi. Siamo ancora in fase di sviluppo, ma speriamo di arrivare presto a un test. Il tutto rientra chiaramente in un processo partecipativo più ampio. Finora stiamo lavorando caso per caso, in particolar modo sugli spazi pubblici.

Partecipazione, ricerca e sviluppo, alleanze con il mercato. Qual è il vostro strumento di ingaggio?
Il nostro approccio è decisamente pragmatico. Oltre alle iniziative volte a incentivare formazione ed educazione, vogliamo provare a rompere i silos amministrativi e a integrare competenze, a favorire la creatività. In aggiunta l’idea delle cosiddette “urban challenge” che ci aiutano, di fronte a specifiche necessità (top down o manifestate bottom up) a trovare delle soluzioni mettendo a confronto ipotesi alternative.

Operativamente?
Identifichiamo la mission, allineiamo l’ecosistema, facciamo in modo che i progetti bottom up generino impatti positivi per il traguardo prefissato. Parliamo di tutte le declinazioni possibili dell’innovazione dall’inclusione digitale all’emergenza abitativa, fino all’emergenza climatica (che a Barcellona è senz’altro il tema più sentito dalla politica). Tutto questo deve integrarsi con le politiche pubbliche, affinché tutti siano a bordo fin dall’inizio del processo. A quel punto mettiamo a disposizione un budget attraverso una call pubblica perché queste idee possano decollare.

Qualche numero?
Ogni anno riceviamo fino a 200 proposte, di queste sei o sette si aggiudicano una somma dell’ordine di 80-100mila euro per 12 mesi. Oggi abbiamo una trentina di progetti che stanno scalando, che poi si autofinanziano. Come vere start up. Di fatto il pubblico aiuta a fare un prototipo, un pilota per poi entrare nel mercato. Tra i risultati che si apprezzano c’è la reale alleanza tra industria e centri di ricerca, università, pubblico e privato insieme.

Siamo sempre nell’ambito dell’innovazione urbana. Qualche esempio?
Si va da un collettivo di architetti che ha proposto di co-disegnare alloggi per i giovani dai 18 ai 35 anni, con un concept che ad oggi non si trova sul mercato, accessibili in termini economici (che entrano su mercato a un terzo del prezzo medio), che riusano aree ed edifici, e che propongono un layout non convenzionale. Un’altra sfida riguarda la progettazione di una parete verticale realizzata con la stampante 3D, studiata per gli spazi pubblici per mitigare l’emergenza climatica e per dare una risposta alle isole di calore (concept che sta entrando nel mercato su impulso dell’accademia e ora con una partnership con lo studio di design Santa & Cole). Ancora, ci sono buone pratiche di upgrade architecture per efficientare gli edifici esistenti intervenendo con nuovi volumi che vanno ad ampliare le cubature originarie. Un altro caso riguarda il ridisegno della pavimentazione di Barcellona con moduli che daranno un forte contributo in termini di decarbonizzazione. Ancora, per gli spazi pubblici abbiamo un altro concept per installazioni che generano una sorta di “ombre effimere”.

Quale leva avete per coinvolgere il privato in questa ricerca collettiva?
In questo programma, attraverso il Centro di innovazione, l’industria può fare ricerca sviluppando direttamente delle soluzioni con un committente ambizioso com’è la Pa. È un lavoro corale, che si fonda sulla fiducia che insieme si può proporre e incentivare il cambiamento.

Isabella, tu sei membro della Società Catalana di Pianificazione territoriale (Scot). Quali sono sotto la tua lente i grandi temi dell’urbanistica oggi? Che lezione ci può offrire la Spagna?
In questo think tank che coinvolge rappresentanti delle diverse istituzioni ci confrontiamo sempre più spesso sul tema della flessibilità: è un obiettivo pianificare consentendo cambi e adozioni, con la capacità ricettiva dei territori di accogliere nuovi usi. Secondo aspetto decisivo riguarda il coinvolgimento dell’ecosistema per far fronte ai due temi primari della siccità e dell’emergenza climatica, allineando budget e agende oltre agli obiettivi, eventualmente con la consapevolezza che si partecipa tutti insieme ai rischi.

Militanza e generosità sono voci che descrivono il Dna di Bit Habitat. Una task force che dà un contributo fattivo alla tensione al benessere sociale che è il mandato della città. Dalla tua esperienza e dal tuo osservatorio, quali sono secondo te le incognite di un’equazione della rigenerazione urbana?
Il pilastro fondamentale rimane quello della performance sociale, il cui impatto rimane ancora difficile da misurare. Il tema ambientale è prioritario. Bisogna far in modo di bilanciare questi due senza far saltare la componente economica. Se è necessario il cambiamento nelle politiche pubbliche, e non si possono raggiungere risultati innovativi con gli strumenti esistenti, non c’è altra soluzione che investire nell’innovazione, ricercando e identificando soluzioni alternative.

In copertina: Centro di Innovazione urbana del Comune di Barcellona

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Paola Pierotti
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