Reggio Emilia, Italo Rota riscrive il concetto di museo partecipato

25-11-22   I   | Lettura : 4 Minuti

Il riallestimento dello spazio espositivo come un archivio di beni comuni

Rinunciare all’esercizio del leggere cronologico è essenziale per poter attivare questo tipo di installazioni che esplorano il tempo e lo spazio della nostra memoria

Italo Rota

A

llestire uno spazio espositivo coinvolgendo la città nelle scelte, un processo lungo ma in grado di dar vita ad un luogo partecipato. È questa la filosofia che ha guidato il progetto di riorganizzazione dei nuovi Musei Civici di Reggio Emilia firmato da Italo Rota. Nell’arco di quasi dieci anni è stato strutturato un archivio dei beni comuni nel quale, a partire dalla fisicità delle testimonianze, rivedere in modo critico anche la propria storia. Un vero e proprio caso studio destinato ad essere esempio e modello raccontato anche in un volume, “Io sono museo”, pubblicato da Forma edizioni a cui ha collaborato la collega Francesca Grassi.

Dall’architettura intesa come luogo dell’immaginazione sociale al ruolo degli spazi espositivi nell’offrire ai cittadini un processo di esplorazione e conoscenza, che permetta di vivere un’esperienza utile a ricordare il passato e immaginare il futuro. Perché, spiega l’architetto: «I musei si stanno trasformando in un componimento a più voci, tra memoria, ricerca, scienza, industria, arte e umanesimo, mediato e reso possibile dalla partecipazione personale e dall’intervento del singolo, per testimoniare la libertà e la responsabilità che il futuro ci invita a considerare ogni giorno, nel presente, sia come individui sia come collettività». Il lavoro si pone anche come una sorta di istruzioni per l’uso per realizzare un museo partecipato nel XXI secolo. «Abbiamo lavorato attraverso una visione che ci ha fatto interrogare su come pensasse l’uomo che tremila anni fa aveva l’ascia in rame come quella della di Otzi, e quanto già allora fosse contemporaneo: l’alpinista di oggi ha la medesima attrezzatura, si sono evoluti solo i materiali» aggiunge Grassi, designer che ha collaborato al riallestimento ed alle mostre organizzate negli anni oltre che alla stesura del volume.

Due approcci diversi: il primo quello moderno, o ottocentesco, vede le istituzioni culturali come tempio dove l’opera d’arte o il documento dispensano sapere; il secondo quello post-moderno fa invece del museo lo strumento utilizzato dai visitatori-cittadini per relazionarsi con gli oggetti delle collezioni, cose del passato e del presente, mantenuti, immagazzinati, custoditi, preservati, salvaguardati e difesi per produrre conoscenza e scoperta. 


Il riallestimento degli spazi espositivi è durato circa dieci anni perchè ogni singolo step è stato condiviso con la cittadinanza attraverso mostre ed eventi.


In questo nuovo contesto, secondo Rota «rinunciare all’esercizio del leggere cronologico è essenziale per poter attivare questo tipo di installazioni che esplorano il tempo e lo spazio della nostra memoria»; conseguentemente a questa nuova visione gli oggetti e i documenti delle raccolte non sono più materia inerte, ma «prendono vita organizzando in modo diverso la mappa delle certezze della conoscenza»; così il compito sostanziale dell’archivio dei beni comuni è «disseppellire il sapere e riportarlo alla luce per potercene servire ancora, una nuova e bizzarra forma di archeologia». L’operazione è stata lunga e complessa perché i singoli step sono stati periodicamente condivisi con la città, organizzando eventi e mostre, inoltre il Palazzo spiega la Grassi: «Nel corso della storia si è ben prestato ad usi nuovi, sempre attuali, seguendo l’evoluzione e la vita della città, costituendo una presenza importante nel grande spazio pubblico su cui si affaccia».

Nel primo piano sono state poste le collezioni storiche tra scienza naturale e archeologia; nel secondo invece, inaugurato da pochi mesi, si svolge un coinvolgente viaggio nel tempo, che va dalla Preistoria al Novecento; mentre il terzo è dedicato al percorso educativo e pedagogico della Scuola in Museo, progetto unico in Italia. Di particolare interesse si segnala il piano di mezzo che si presenta come un insieme di stanze della memoria, in cui perdersi, dove si riportano alla luce e convivono epoche, personaggi e storie diverse. Qui trovano posto le collezioni storiche create dalla fine del Settecento (paletnologia, archeologia, zoologia, etnografia, botanica, geologia), ma anche tanti materiali custoditi nei depositi dei musei e di altre istituzioni della città, in molti casi donati alla comunità.

Nell’esposizione sono proposti, attraverso una pluralità di livelli narrativi, connessioni spazio-temporali, incontro tra mondi e discipline diverse, capaci di mettere a confronto la dimensione nazionale con quella internazionale e offrire ai visitatori un’esperienza emotiva e sensoriale unica attraverso la quale stimolare la curiosità e arricchire la propria visione. 

«In questo modo – conclude la Grassi – abbiamo un ambiente di stanze della memoria, ma vive, anzi vivissime, con una massima accessibilità per tutti. Ognuno può sentirsi un attore o un co-curatore, partecipare alla storia e alla scienza. I conservatori lavorano con i bambini, con i cittadini, con gli studiosi; le vetrine si possono aprire, i testi nella grafica suggeriscono delle domande, tutto il museo è un organismo vivente; abbiamo portato la vita qui».

Foto di copertina © Carlo Vannini

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