08-03-2024 Alessio Garofoli 3 minuti

Trasporto urbano: le innovazioni incrementano l’efficienza

Un evento a Palazzo Chigi offre la ricetta per la sostenibilità finanziaria dei servizi pubblici locali

Le innovazioni tecnologiche incrementano l’efficienza anche nei trasporti, e la loro implementazione si nota nelle aziende private come Uber e Flixbus ma non in quelle del Trasporto pubblico locale (Tpl). Osservazione che potrebbe non stupire ma che fa rumore, nei giorni in cui l’Antitrust ha bacchettato diversi Comuni per la scarsità di licenze taxi. A illustrare la tesi è Marco Percoco, professore associato dell’Università Bocconi e direttore del Green (Center for research in Geography, Resources, Environment, Energy and Networks), ospite de “I servizi pubblici locali e il mito della dimensione territoriale ottimale”, tavola rotonda organizzata il 7 marzo nella sala polifunzionale della presidenza del Consiglio dei ministri per fare il punto sui servizi pubblici locali alla luce dei progetti Italiae della Pcm e Reopen Spl di Invitalia. In base all’analisi di Percoco, le aziende del trasporto in house presentano un’incidenza del costo del lavoro sul fatturato maggiore del 20% e una redditività tre volte inferiore rispetto ai privati. In particolare, spiega Percoco, il settore privato di quello che lui chiama «ecosistema dei trasporti» investe molto in ricerca e sviluppo. Il risultato è per esempio che Uber ha un impatto positivo sulla dimensione del mercato dei taxi (caratterizzato, come ha ribadito l’Antitrust, da scarsità di offerta allo scopo implicito di tenere alti i prezzi), senza avere effetti sul Tpl. Mentre Flixbus ha inciso in positivo sulla redditività delle aziende, e dove è presente su ferro attrae passeggeri su altre tratte.


E invece «nei 17 Pums presenti in Italia non ci sono riferimenti a innovazione e tecnologia», aggiunge Percoco.


Ma come dovrebbe funzionare la pianificazione del settore da parte degli enti locali? Per Percoco si dovrebbe procedere a un’integrazione delle politiche su mobilità, energia, aria, climate change e disuguaglianze visto che la sostenibilità non è solo ambientale ma anche sociale. E che spesso le scelte fatte per migliorare il primo aspetto tendono a peggiorare il secondo: e qui Percoco fa l’esempio dell’Area B di Milano, che ha spinto molti cittadini ad abbandonare l’auto. Idea che risponde anche al titolo dell’evento al quale il professore della Bocconi interviene, laddove si parla di “mito della dimensione territoriale ottimale”. Il fil rouge di tutto l’appuntamento è infatti che le dimensioni non contino come si crede, al contrario è l’integrazione ad essere cruciale. E questo concetto torna nell’intervento di Matteo Giuliano Caroli, ordinario di Gestione delle imprese internazionali alla Luiss Guido Carli di Roma. Il quale, trattando il ciclo dei rifiuti, ha invocato appunto strategie più integrate e aggregazione di enti locali. E questo perché, ricorda Caroli, la sostenibilità, anche se si parla di servizi pubblici, deve essere anche economica. Puntualizzazione significativa quando si tratta di qualunque obiettivo green, perché ciò che fa male all’ambiente, dice Caroli, si potrebbe azzerare smettendo di produrre: ma così «si va verso la decrescita». E arriva il turno di un argomento sensibile: l’acqua. Sulla quale «la retorica dell’acqua pubblica ci ha fatto perdere qualche anno», punge il padrone di casa Giovanni Vetritto, dirigente della Pcm. Tocca infatti ad Antonio Massarutto, professore associato di Scienze delle Finanze all’Università di Udine, ripercorrere la storia travagliata del settore idrico negli ultimi decenni. Settore che fu innovato nel 1995 con la legge Galli. In virtù della quale sulla scia dei gravi problemi che in quegli anni ebbe il bilancio pubblico, osserva Massarutto, si passò dall’acqua pagata solo con le tasse all’inserimento del principio tariffario. Se non che la nuova norma fu messa a terra con grandi ritardi e intoppi, così i cittadini poterono notare solo gli aumenti tariffari. Il che li spinse a votare in massa “sì” nel ben noto referendum del 2011, con l’obiettivo di smantellare la riforma tornando allo status quo ante. «Ma non ci sono riusciti», rimarca Massarutto, sostenendo che quella consultazione fu il prodotto di una  «lettura distorta anche se comprensibile». Massarutto prosegue facendo notare che tuttavia quel fatidico 2011 fu anche l’anno del quasi default dell’Italia. Cosa che ha spinto il governo di allora (a guida Monti) a tentare di «raffreddare la situazione» cercando una sintesi. Esperimento riuscito, per Massarutto: nel rispetto del referendum si decise di mantenere la possibilità dell’affidamento in house, seppur con dei paletti, ma si mise l’acqua sotto la responsabilità di Arera, ottenendo dei miglioramenti. E per il futuro? Se le aziende crescono va bene, afferma Massarutto, se non accade non è un problema insormontabile: perché si possono perseguire attività cooperative tra gestori. Ancora una volta, integrazione è la chiave.

In copertina: Roma ©Hynek Janáč

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Alessio Garofoli
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