Il futuro dell’edilizia passa per il Dfma. L’industria rimette al centro il progetto

01-02-2024 Paola Pierotti 6 minuti

Costruiamo il futuro, appuntamento a Milano con le imprese nel settore dell’offsite

Industrializzazione di processo. Partendo dal design, dal progetto. Dall’onsite all’offsite non è un payoff nuovo, sicuramente all’estero ma anche in Italia soprattutto tra gli addetti ai lavori. Una cordata di imprese del settore delle costruzioni come Gualini, Harpaceas, Impresa Percassi, Pichler, Rubner, Tecnostrutture e Brioschi Sviluppo Immobiliare si sono date appuntamento a Milano per promuovere un momento di approfondimento, a partire da progetti concreti. Storie di cantiere che parlano di digitalizzazione, di modelli Bim dove la gestione del processo è decisiva, di qualità del progetto ma anche di collaborazione all’interno della filiera, di mix di tecnologie costruttive, di ricerca applicata per tenere insieme riduzione dei tempi, controllo dei costi e valutazione delle variabili dell’operazione in tutto il ciclo di vita dell’opera. Argomenti che l’industria mastica bene, ma che con tanta fatica riesce a far arrivare alla politica e a chi deve scegliere questa strada, portando vera innovazione nel settore delle costruzioni.


L’edilizia offsite, ovvero l’insieme di tecnologie che consentono di trasferire la produzione dal cantiere (onsite) alle fabbriche (offsite), rappresenta il livello più avanzato di industrializzazione dei processi costruttivi, e la via più innovativa e veloce per rendere sostenibile il comparto delle costruzioni.


«Progettare e realizzare i componenti dell’edificio in fabbrica per poi assemblarli in cantiere, è la soluzione ideale per ottimizzare le risorse, tutelare l’ambiente e conformarsi ai criteri Esg, perché riduce i tempi di cantiere e garantisce certezza nei costi e maggiore sicurezza e benessere per il personale, assicurando qualità e prestazioni più elevate e riducendo i costi di manutenzione e di demolizione a fine vita dell’edificio». Così Eugenio Kannes, amministratore delegato di Brioschi Sviluppo Immobiliare, in apertura del convegno.

Ma quali sono gli ostacoli? La scarsità di manodopera specializzata, edifici vetusti e poco sostenibili, incertezza e fluttuazione dei prezzi, scarsa semplificazione che occupa del tempo che potrebbe essere dedicato proprio alla progettazione.

D’altro canto, l’edilizia “delocalizzata” ha una serie di vantaggi, «perché permette di costruire inquinando meno e con minor sprechi, e oggi, a differenza della prefabbricazione del secondo dopoguerra, è altamente tecnologica, efficiente, flessibile e affidabile. Con il metodo offsite vengono realizzati grattacieli, ospedali, scuole, studentati, firmati da famosi architetti, ma anche ristrutturazioni di palazzi storici». Oggi qualche progetto concreto che dà conto di questa teoria c’è e, diversamente da quanto accade nei convegni “per architetti”, il racconto è stato fatto dai player dell’industria con uno sguardo interdisciplinare e molto concreto, senza trascurare la stessa componente del design. Per il grattacielo 262 5th Avenue a New York è intervenuto Gualini, per il Campus Milano Internazionale Pichler, per ROOTS, l’edificio in legno più alto della Germania la Rubner, e ancora, Tecnostrutture per il Nuovo Villaggio Olimpico di Milano (ultimato con tre mesi di anticipo rispetto al cronoprogramma e che sarà inaugurato il prossimo 12 febbraio, 6 edifici di 8 piani ciascuno realizzati in 9 mesi).

“Costruiamo il futuro” è il titolo scelto per questa iniziativa che si propone come occasione di riflessione proprio in questo tempo, considerando che la Direttiva europea Case Green prevede nuovi edifici a zero emissioni dal 2030, che va trovata una strada per il post-Superbonus, che il Mit è al lavoro per un Piano Casa 2025, si parla di nuovo Testo unico dell’edilizia, e c’è un Pnrr a fine corsa che non ha saputo tenere insieme tempi stretti e innovazione, come altri paesi tipo il Regno Unito hanno saputo fare in altri contesti, accelerati per fattori esterni.

«Riteniamo che oramai l’industrializzazione offsite sia l’unica strada percorribile per ridurre l’impatto ambientale nelle nostre città – dichiara Franco Daniele, presidente di Tecnostrutture, tra le aziende capofila dell’iniziativa –. Si tratta di una via reale alla sostenibilità di tutto il comparto, non solo per quanto riguarda le nuove costruzioni ma anche per la riqualificazione e riconversione di aree dismesse e vetuste».

Le aziende sottolineano il ruolo decisivo del progetto, da Luca Benetti di Pichler che dice «la tecnologia offsite non banalizza i progetti architettonici, ma ne consente il controllo» a Roberto Modena, Rubner Holzbau per cui «la fase di progettazione è centrale nel processo. Soprattutto quando parliamo di costruzioni in legno fondamentali sono le prestazioni energetiche, acustiche, e la garanzia di resistenza per l’antiincendio». Ma la relazione dei player della filiera, comprese le imprese generali e quelle specialistiche, deve iniziare il prima possibile. «Bisogna costruire un clima di fiducia» ribadisce Kannes.

L’unica voce dal mondo della progettazione e dell’architettura in primis è stata quella di Paolo Zilli, associate director Zaha Hadid Architects. «ZHA ha firmato e realizzato tanti progetti con tecnologie offsite. Siamo stati talvolta dei precursori in merito. Negli anni Settanta la tecnica della prefabbricazione poteva portare ad un risparmio complessivo del 2-3%, per ragioni sociali ed economiche; oggi è molto diverso, può infatti contribuire ad un efficientamento del processo produttivo, incrementando la qualità e può inoltre fornire un sostanziale contributo al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. ZHA – aggiunge Zilli – considera le tecnologie offsite un’opportunità fondamentale da integrare nel processo creativo: investiamo molto nella ricerca e sviluppo di tecnologie capaci di integrare offsite nel design. Il nostro studio ritiene ogni vincolo uno stimolo, un’opportunità per inventare soluzioni ingegnose, moderne e innovative. La sfida è trovare il campo di applicazione dei componenti prefabbricati sfruttandone le potenzialità e, allo stesso tempo, la versatilità intrinseca».

La strada da percorrere la traccia Mauro Burgio, direttore Bryden Wood Italia richiamando il tema del DFMA (Design for Manufacturing and Assembly) «che ha innumerevoli vantaggi, sia in termini di costi che di sostenibilità. In Italia – spiega Burgio – l’interesse è crescente ma ci vuole un cambio di mentalità, una visione più allargata. Con il nostro studio abbiamo lavorato molto con il governo inglese: l’abbiamo aiutato a scrivere i protocolli Bim e abbiamo collaborato con diversi ministeri per la scrittura di direttive sull’argomento. Le progettazioni offsite servono anche a fare economia di scala: ospedali, scuole, studentati, possono essere realizzati secondo standard condivisi che producono un beneficio crescente». Burgio raccolta con i numeri i risultati ottenuti con il progetto The Forge, un edificio realizzato a Londra e ultimato 6 mesi fa, destinato ad uso commerciale: una struttura mista, con parti realizzate in cantiere e altre in prefabbricato, che arriva ad una riduzione della carbon footprint del 30%. The Forge è stato realizzato per il 70-80% offsite. «Per The Forge – racconta l’architetto – abbiamo ricevuto un finanziamento dal governo inglese, 2 milioni di sterline per fare un prototipo da replicare». Sono i numeri a testimoniare che questo progetto può fare letteratura: l’edificio è stato costruito con una riduzione del 20% del tempo e con un’ulteriore migliore pianificazione si sarebbe potuto arrivare al 40%; in termini di embodied carbon la riduzione stimata in fase progettuale era del 12% e si è arrivati al 39% a cantiere completato, rispetto a una soluzione tradizionale.

Burgio racconta che «dal ’95 Bryden Wood è impegnato su questi temi. Consapevoli della differenza tra offsite e industrializzazione – aggiunge – pensiamo che l’industrializzazione sia la strada, e l’ibridazione dei materiali sia la chiave per dare valore al progetto». Ancora una volta l’accento è sul design, «perché la qualità dipende dal pensiero a monte. Va considerato che nell’industria delle costruzioni, diversamente da quanto accade per automobili o telefonini, le macchine sono più piccole degli oggetti che si realizzano. Tra le declinazioni dell’industrializzazione ci sono i sistemi modulari, un’estremizzazione del concetto dell’offsite». Sarà quindi il design a fare la differenza, con il driver della sostenibilità.

In copertina: Villaggio Olimpico

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Paola Pierotti
Articoli Correlati
  • Architettura stampata in 3D. Sarà una vera rivoluzione?

  • Idrogeno per barche in 25 porti italiani, grazie a NatPower H e Zaha Hadid Architects

  • Sostenibilità degli edifici, un nuovo sistema per misurare l’impronta carbonica

  • Ex Hotel Michelangelo, decostruzione controllata e recupero dei materiali