
Gianandrea Barreca, l’architettura come libertà possibile
Il ricordo di Giovanni La Varra: il ritratto di chi ha lavorato sulla città senza cercare il clamore, lasciando spazio alla vita dentro il progetto
Si è spento a Milano, dopo una lunga malattia, l’architetto Gianandrea Barreca, nato a Genova nel 1969 e cofondatore dello studio Barreca & La Varra. Dalla stagione del Gruppo A12 alla fondazione di Boeri Studio, fino alla nascita, nel 2008, dello studio condiviso con Giovanni La Varra, il suo percorso ha attraversato alcune delle trasformazioni più significative dell’architettura italiana degli ultimi decenni: dal Bosco Verticale al Nuovo Policlinico di Milano, dall’housing sociale 5Square all’area Ex Boero di Genova, fino ai progetti in corso per l’Ex-Macello e lo Scalo Greco-Breda.
A ricordarlo è Giovanni La Varra, compagno di lavoro per trent’anni, che ne restituisce il profilo umano e intellettuale attraverso una frase semplice e densissima: «Abbiamo lavorato assieme per 30 anni, siamo stati fortunati e attenti l’uno all’altro per tutto questo tempo».
Un ricordo che non si limita alla dimensione personale, ma attraversa il modo di intendere l’architettura: come esercizio di responsabilità, misura, libertà possibile e attenzione alla vita che abiterà gli spazi.
Quando è cominciata la vostra storia professionale e quali sono stati i passaggi decisivi per la nascita del vostro studio?
Nel 1994 mi sono laureato a Milano e ho iniziato a seguire Stefano Boeri come assistente all’Università di Genova. Tra gli studenti c’era un gruppo di ragazzi e ragazze che aveva formato un collettivo, con cui presto abbiamo cominciato a scambiare idee e a lavorare. Gianandrea era uno di loro. Il gruppo si chiamava A12 e, nell’Italia architettonica degli anni Novanta, è stato una realtà importante e significativa.
Dopo la laurea, nel 1996, Gianandrea si è trasferito a Milano. Nel 1999 ci siamo associati con Stefano Boeri, fondando Boeri Studio. Da lì è iniziata un’attività professionale che nel 2008 è evoluta in Barreca & La Varra. Abbiamo lavorato insieme per trent’anni: siamo stati fortunati e attenti l’uno all’altro per tutto questo tempo.
Nel libro “Il superfluo e il necessario” raccontate il vostro lavoro attraverso un dualismo molto forte. Che cosa volevate mettere a fuoco?
È un libro pubblicato nel 2024, nato dal desiderio di raccontare i nostri progetti nella loro essenza e non solo nella loro superficie. Ragionando sulla forma del volume, ci siamo accorti che il nostro lavoro — e forse l’architettura in generale — vive sempre dentro un equilibrio instabile, vago e contraddittorio tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo.
A volte queste due dimensioni non sono facilmente distinguibili. Ciò che appare superfluo può diventare necessario, e viceversa. È un libro che ci assomiglia, perché testimonia un modo di lavorare che include anche l’incertezza, gli errori e i paradossi.
Eravamo stanchi dell’immagine “social” dell’architettura come flusso continuo di successi e lustrini. Sentivamo il bisogno di raccontare qualcosa di vero, difficile e contraddittorio. Qualcosa che non toglie fascino al nostro lavoro, ma lo aggiunge.
Il tema dell’abitare sociale ha attraversato molti vostri progetti. Qual era, per Gianandrea Barreca, il modo giusto di affrontarlo?
L’abitare sociale è stato uno degli esercizi che più ha impegnato lo studio negli ultimi anni. Per Gianandrea era un tema particolarmente adatto alle sue qualità immaginative e alla sua vocazione alla concretezza.
Guardava con attenzione ai casi stranieri, spesso molto belli e pubblicati, ma sapeva che in Italia era necessario costruire una strategia nazionale specifica. Per lui il tema dell’abitare era una costante indagine sui modi di vivere nel nostro Paese: sul nostro rapporto con la privacy, sulla disponibilità a metterla in gioco, sulla propensione ad aprirsi agli altri.
Aveva un pensiero raffinato, che non sempre era facile tradurre nelle logiche quantitative con cui si realizza l’housing sociale in Italia. Ma sapeva anche che con tanti soldi si possono fare cose bruttissime e inutili. Il budget, per lui, non era mai solo un limite: era una delle condizioni contestuali del progetto.
Rigenerare, nei vostri lavori, non significa soltanto intervenire sugli edifici, ma accompagnare trasformazioni. È questa una parte importante dell’eredità metodologica di Gianandrea?
Gianandrea era il primo a pensare che l’architettura debba svolgere con precisione il proprio lavoro, sapendo però che poi la vita è un’altra cosa.
Proprio perché la vita fa il suo corso, ha sempre cercato di disegnare architetture capaci di prevedere l’imprevisto, di accogliere l’imponderabile, di stimolare possibilità che l’architetto non può immaginare fino in fondo.
La vita sa cosa fare. Nei nostri progetti c’è sempre qualcosa di apparentemente superfluo che, con il tempo, può rivelarsi necessario. Se questo meccanismo non funziona, allora significa che abbiamo sbagliato qualcosa.
La dimensione pubblica dello spazio è sempre stata centrale nel vostro lavoro. In quali progetti si legge meglio questa idea?
Se potessimo rappresentare insieme tutti i piani terra dei nostri edifici, vedremmo l’idea di una città che si inoltra orizzontalmente dentro la costruzione e che, allo stesso tempo, appartiene anche allo spazio domestico che sta sopra.
Cogliere questo passaggio è sempre stato importante. Il piano terra è di tutti, come la città. In progetti come 5Square a Milano o l’area Ex Boero a Genova, il piano terra è pensato per tenere insieme due appartenenze: la comunità che abita l’edificio e il mondo esterno, invitato a entrare.
Le città sono davvero città quando mettono in scena un principio di tolleranza. E questo accade soprattutto nel punto in cui la città tocca terra.
La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ha ricordato Gianandrea Barreca come una delle voci più rigorose e sensibili della sua generazione. Qual è stato il suo insegnamento umano e intellettuale più forte?
Come tutte le persone di talento, Gianandrea sapeva che la libertà consiste nel riuscire a fare quello che si può, non quello che si vuole.
Fin dall’apprendistato con Stefano Boeri abbiamo coltivato un misto di modestia e ambizione: una postura che ci permetteva di cogliere le ragioni degli altri, ma anche di tenere ferme le nostre. In questi trent’anni lo scenario dell’architettura è cambiato molto. Da un lato, l’architetto ha perso potere; dall’altro, è diventato sempre più centrale nei processi di ideazione e costruzione.
Gianandrea ha coltivato questa idea di libertà raffinata e possibile, anche grazie alle tante persone che in questi anni lo hanno accompagnato in studio: ragazze e ragazzi che gli hanno permesso di lavorare quasi fino agli ultimi giorni.
Dal Bosco Verticale al Nuovo Policlinico di Milano, quali opere sceglieresti per raccontare meglio l’evoluzione del vostro lavoro?
Credo che il talento di Gianandrea si veda soprattutto in alcune opere forse meno note. Penso, per esempio, alla proporzione della corte e della torre di RCS a Milano, alla serena ossessività della ripetizione delle logge di 5Square, sempre a Milano, e al progetto di Scandicci, dove l’esile struttura dei profili di facciata ha un carattere insieme frivolo e austero.
È anche un modo per raccontare com’era Gianandrea: capace di tenere insieme leggerezza e rigore, misura e immaginazione.
Milano è stata uno dei luoghi centrali del vostro lavoro. Quale lezione di Gianandrea Barreca dovrebbe restare alla città?
In uno dei suoi ultimi interventi pubblici, Gianandrea si rammaricava della povertà dello spazio pubblico italiano, e in particolare di quello milanese. Sembrava non capacitarsi del fatto che siamo spesso condannati a vivere in città brutte e scomode all’esterno, mentre gli interni domestici sono belli, a volte bellissimi.
Da studente aveva vissuto nella Barcellona degli anni Novanta e forse ha sempre cercato, in qualche modo, di replicare quel modello osservato proprio mentre prendeva forma. Nel progetto L’Innesto, allo Scalo Greco-Breda di Milano, aveva immaginato uno spazio aperto, continuo, ricco, verde e diversificato.
I suoi disegni sono lì. Il cantiere inizierà a breve. Contiamo di riuscire a realizzare le cose come le aveva immaginate.
In copertina: Gianandrea Barreca © Ugo De Berti

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