Giovani e città, il nodo non è partecipare ma decidere

22-09-2026 Paola Pierotti 4 minuti

22-09-2026 Paola Pierotti 4 minuti

Giovani e città, il nodo non è partecipare ma decidere

Da Parma, capitale europea dei giovani 2027, a Spin Time a Roma: la riflessione dell’economista Luca Dondi

A Parma, nel percorso verso la Capitale Europea dei Giovani 2027, la partecipazione delle nuove generazioni entra nei processi di governo della città. A Roma, il caso Spin Time e le manifestazioni per la casa portano in piazza un’altra domanda: non soltanto essere ascoltati, ma incidere sulle trasformazioni urbane. Ne abbiamo parlato con l’economista Luca Dondi. A Parma, dove quasi 8 giovani europei su 10 dichiarano di partecipare alla vita pubblica ma solo 4 su 10 si sentono ascoltati dalle istituzioni, il progetto verso il 2027 punta su strumenti come Youth Test e Consiglio Locale dei Giovani. Per Dondi, il punto non è però soltanto moltiplicare gli strumenti di partecipazione, ma capire quanto spazio reale venga lasciato alle nuove generazioni nei processi decisionali.


È su questa distanza tra ascolto e capacità di incidere che si misura, secondo l’economista, la qualità del coinvolgimento.


«La vicenda di Spin Time, lo stabile nel quartiere Esquilino di Roma al centro di una vertenza dopo lo sgombero di quest’estate ad esito di un’occupazione abusiva ultra decennale, racconta molte cose», spiega Dondi. A partire dal «fallimento di un modello di dismissione di spazi pubblici a valori gonfiati per dare ristoro alle esauste finanze statali, che oltre venti anni fa fu la risposta alle istanze rigoriste europee». Valori che, sottolinea, «hanno rappresentato e, in molti casi, rappresentano tuttora l’ostacolo insormontabile contro cui si infrange qualsiasi ipotesi di recupero e rigenerazione».

C’è poi «l’incapacità pubblico-privata di trovare un compromesso in grado di limitare i danni del degrado e dare sostanza e prospettive di rendimento, sicuramente meno generose, ma almeno imperniate su un presupposto di ragionevolezza». E, ancora, «l’assenza di risposte a un fabbisogno abitativo crescente che fatica a trovare riscontro in una visione mercatista che anche il Piano casa appena varato sembra abbracciare».

Ma per Dondi la questione investe direttamente anche il rapporto tra generazioni e decisioni pubbliche. Il quarto elemento che Spin Time porta alla luce è infatti «il rifiuto di una parte non più trascurabile di nuove e vecchie generazioni di soluzioni ideate da teste incanutite in algide stanze di moderni uffici».

«Le manifestazioni degli ultimi giorni, al netto di evidenti coloriture politiche, raccontano in maniera inequivocabile questo disagio», osserva. E la risposta, aggiunge, «non può essere rappresentata da sporadiche e temporanee concessioni o da processi di partecipazione che si muovono dentro il solco profondo di decisioni di fondo già assunte».

Spin Time diventa così, nella lettura dell’economista, «un’attestazione di inadeguatezza delle soluzioni messe in campo negli ultimi lustri per far fronte ai fabbisogni e dare riscontro ad istanze che non si limitano all’esigenza di avere un tetto sopra la testa». Allo stesso tempo, «il tentativo partitico di farne occasione di lucro rivela l’incapacità di comprensione di un fenomeno che va oltre il caso simbolico e chiama in causa diversi piani di governo e diverse colorazioni politiche». Per Dondi il punto è che «il riscontro a quelle istanze non è nelle carte che sono oggi sui tavoli dei decisori, da cui potrà eventualmente scaturire un timido irrobustimento di format stereotipati impermeabili a qualsiasi forma di innovazione». Se nel caso specifico «il componimento di interessi non pare impossibile, tenendo insieme il rispetto di prerogative private sancite addirittura dalla Costituzione e di interessi generali che il livello di governo locale intende salvaguardare», più difficile appare cambiare il quadro generale: «Ben più arduo appare immaginare che si riesca a mettere in discussione un modello di risposta che fatica a uscire dai binari della conservazione».


E la casa, avverte, è soltanto una parte della questione. «Il tema della locazione è solo la parte visibile di un monolite multiforme che solo il coinvolgimento delle diverse categorie di portatori di interessi potrebbe consentire di cogliere. La questione etnica è sicuramente una delle più rilevanti, ma non l’unica».


È qui che il ragionamento torna direttamente alle nuove generazioni. «Continuare a pensare di poter confezionare prodotti per l’utenza giovanile senza forme di coinvolgimento sostanziale è tipico di una classe dirigente che sta perdendo progressivamente contatto con il mondo reale». Per Dondi, infatti, «non si tratta di impostazioni legislative o di dotazioni economiche abbinate ai provvedimenti che vengono varati, ma di governance di un processo che non può più essere delegato».

Le recenti proteste possono essere ulteriormente considerate sotto un’altra lente. «Le manifestazioni pubbliche per la casa non rappresentano unicamente un grido di bisogno, ma una candidatura alla co-progettazione di uno spazio adeguato a esigenze che si sono evolute». Richiesta destinata a crescere avverte, «se continuerà a essere decodificata come mera richiesta di edilizia residenziale tradizionale o se le forme di condivisione saranno circoscritte ad aspetti accessori nell’ambito di iniziative di concertazione che hanno più il sapore dell’adempimento che di effettiva partecipazione».

La questione di fatto supera lo stesso tema dell’abitare. «A ben guardare è un fenomeno che non riguarda solo la casa ma che interessa altre iniziative di coinvolgimento delle giovani generazioni nei processi sociali ed economici». E proprio su questo Dondi individua la distinzione decisiva: «Nei laboratori di innovazione civica non è l’elemento partecipativo a fare la differenza, ma l’ampiezza della delega. Tra fare scelte per i giovani e delegare le scelte ai giovani, la differenza è spesso sostanziale».

In copertina: © Resolve

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Paola Pierotti
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