Spazio pubblico, beni comuni e città: perché la “publicness” è una questione politica
Spazio pubblico, beni comuni e città: perché la “publicness” è una questione politica
Con Antonella Bruzzese, un volume corale della Siu sulla dimensione pubblica tra crisi, transizioni e nuove forme di convivenza
La dimensione pubblica delle nostre città attraversa una crisi profonda. E su questo tema si interroga il nuovo volume Publicness, città e territori. Ripensare la dimensione pubblica tra crisi e transizioni (Donzelli, 2026), curato da Antonella Bruzzese. Il libro si presenta come una mappa scientifica e operativa per invertire questa tendenza: una pubblicazione corale e polifonica che raccoglie gli esiti della XXVII conferenza nazionale della Società italiana degli urbanisti (Siu), di cui Bruzzese è stata responsabile scientifica, e rappresenta una guida strategica per pubbliche amministrazioni e progettisti del territorio.
Il volume sistematizza una riflessione che da qualche tempo muovono urban designer, urban planner e chi si occupa di governance e politiche pubbliche. Ma che interessa tutti, perché nello spazio pubblico il concetto di publicness è centrale e comprensibile nelle sue molte implicazioni. Un progetto che, come ribadisce Angela Barbanente, presidente Siu, nella postfazione, contribuisce a evitare che “si confini l’urbanistica nell’alveo degli adempimenti dell’azione amministrativa dello Stato e degli enti territoriali”.
La missione di questa ricerca è “difendere la dimensione pubblica di spazi, beni e servizi che da tempo appare soggetta a crescenti processi di erosione”, ma anche “discuterne le implicazioni per l’azione urbanistica, sollecitando in questo modo in Italia e tra gli urbanisti un dibattito già presente in diversi ambiti geografici e disciplinari”.
Bruzzese delinea il contesto di riferimento e ricorda: “La vita pubblica è sinonimo di vita politica e partecipazione alla vita sociale, e spesso la cosa pubblica (res publica) è sinonimo di Stato, governo, ma anche dell’insieme dei beni di proprietà statale e come tale di tutti i cittadini. In questo senso, ‘pubblico’ è ciò che è accessibile, che può essere utilizzato da chiunque, che non appartiene a soggetti privati o riservato a determinati gruppi. Ancora, come aggettivo e attributo, ‘pubblico’ è anche ciò che avviene di fronte a tutti e dunque noto, come una confessione o una dichiarazione pubblica o, per estensione, anche l’opinione pubblica con tutto ciò che comporta sul piano culturale e sociale”.
Publicness riguarda contemporaneamente le persone, gli usi che fanno di spazi e servizi, e le condizioni della convivenza civile.
La ricerca parte dalla constatazione che la publicness, intesa come condizione dell’essere pubblico, è minata da spinte divergenti: “politiche neoliberali”, ovvero “logiche di mercato, imprenditoriali e competitive sempre più pervasive nei governi locali”; “privatizzazioni” che portano alla perdita di controllo su spazi e servizi complessi; “efficienza malintesa”, intesa come riduzione delle responsabilità dirette delle amministrazioni; “collettivizzazioni” che finiscono per essere “escludenti”, come gated communities e housing selettivi (citando l’housing collaborativo); e, ancora, la “geopolitica globale”, con flussi migratori strutturali che ridisegnano le comunità.
Bruzzese spiega: “Quando a Londra un po’ di anni fa studiai i POPS (spazi pubblici di proprietà privata) incappai spesso nella nozione di ‘publicness’ – la condizione di essere pubblico – un termine di cui mi innamorai per i contenuti, la potenza evocativa e la capacità di contenere in una parola sola un concetto così denso e rilevante da tanti punti di vista”.
Da qui l’intuizione di un messaggio che richiama l’accessibilità reale e l’inclusione sociale degli spazi, le forme d’uso e gestione condivisa, la produzione di valore collettivo, la sostenibilità e la trasparenza nei processi decisionali.
Alle pubbliche amministrazioni arriva il messaggio che lo spazio pubblico non è un accessorio economico, ma il fondamento della redistribuzione delle risorse. Ai progettisti e ai funzionari pubblici spetta il compito di attivare standard urbanistici come dispositivi di equità sociale, contrastare la rendita attraverso la protezione dei beni comuni urbani, realizzare piani come atti politici, cioè processi aperti alla cittadinanza attiva, e mettere in campo dispositivi di uguaglianza, superando le sole logiche compensative.
L’approfondimento riporta al centro del dibattito urbanistico la dimensione pubblica e la necessità, non più rimandabile, di garantire il diritto alla città per tutte e tutti.
Tra gli autori, Alessandro Balducci osserva: “Nelle città italiane manca la cura che oggi si apprezza nelle città cinesi. Abbiamo i general contractor per il verde, le strade sono piene di buche perché i comuni sono senza risorse, non ci sono toilette, i fiori nelle aiuole li mettono quando vogliono gli «sponsor». Passando dalle aree più ricche della città a quelle più povere, c’è spesso una caduta verticale della qualità dello spazio pubblico proprio laddove è più importante. A partire da questo forte contrasto tra la città cinese e quella italiana mi sembra di poter dire che lo spazio pubblico è una leva fondamentale per trattare la disuguaglianza spaziale. Potremmo guardare così al senso del «progetto di suolo» di Bernardo Secchi, un tema propriamente urbanistico, proposto e discusso soprattutto dal punto di vista della sua capacità di offrire un tessuto collettivo ad architetture che hanno perso un linguaggio comune, interpretato come uno spostamento dell’azione urbanistica verso l’urban design, e che invece può essere guardato da un punto di vista molto diverso: quello del «diritto alla città» e della sua capacità di trattare i problemi della disuguaglianza spaziale. D’altro canto, Bernardo Secchi ha proprio anticipato questi temi con il suo libro La città dei ricchi e la città dei poveri (2013)”.
Tra le numerose accezioni e storie, Laura Lieto richiama il ruolo del terzo settore: “Ci sono forme di collaborazione e di amministrazione condivisa che nel nostro paese sono sempre più diffuse. E qui si apre una prospettiva importante sul bisogno di pubblico: di pubblico hanno bisogno queste pratiche e questi soggetti. Hanno bisogno di pubblico in quanto spazio di delega, perché qui riemerge la questione del pubblico come spazio plastico che viene continuamente rimodellato da istanze di tipo diverso. Un esempio è tutta l’esperienza dei beni comuni a Napoli, in cui ci sono collettivi, soggetti, entità che sono gli usi civici – così sono nominati nello statuto del Comune di Napoli – che di fatto abitano, attraversano uno spazio, una proprietà pubblica, e in quello spazio esercitano pubblico, fanno pubblico, e dunque sono in qualche modo i diretti rappresentanti della sfera pubblica in uno spazio specifico della città. Quindi il tema della delega è molto importante: da una parte perché risponde a un’istanza politica molto diffusa, dall’altra perché riguarda tutta l’esperienza del terzo settore e la sua importanza anche come azione delegata su settori che il pubblico non copre a sufficienza e in cui il terzo settore, con le sue competenze, riesce a sopperire”.
Barbanente chiude la raccolta di saggi e invita a riflettere sul fatto che “per l’urbanistica, le «sfide della dimensione pubblica» consistono anche nella necessità di confrontarsi, nelle pratiche quotidiane, con questa violenza che ha indotto vasta parte della società a interiorizzare, il più delle volte inconsapevolmente, percependo come naturale e inevitabile e non come subdola forma di sopraffazione, il discredito che si è per decenni gettato su tutto ciò che è pubblico (lo Stato, l’amministrazione, la burocrazia…) e, di contro, il credito attribuito al privato, genericamente definito, ritenuto capace di fare meglio del pubblico nella produzione di beni pubblici e nella cura di beni comuni”.
Il ragionamento attraversa temi diversi: dalla tutela del paesaggio alla produzione di alloggi sociali, fino alla gestione di servizi e infrastrutture.
“E non è facile recuperare credito e fiducia nell’azione pubblica – aggiunge Barbanente – specie per gli enti locali sui quali grava gran parte della responsabilità dell’offerta di beni e servizi pubblici, per l’intreccio fra crisi della rappresentanza politica e depauperamento di risorse finanziarie e cognitive”.
Come invertire la rotta? La pubblicazione offre numerosi spunti operativi: invita a “costruire relazioni tra società e natura, unendo giustizia sociale e giustizia ambientale”; suggerisce di promuovere “forme di regolazione che evitino di ingabbiare nelle rigide geometrie delle procedure amministrative la loro creatività e potenzialità di generazione di nuove forme di publicness”; auspica che “si assicuri la publicness nei processi decisionali di governo del territorio”, “riducendo l’opacità nella relazione tra attori pubblici e privati” e richiamando gli urbanisti alla “responsabilità sociale”.
In copertina: © Copertina – Publicness, città e territori









