26-06-2026 Paola Pierotti 6 minuti

Brescia, Torino e Livorno: tre città a confronto per ripensare gli strumenti dell’urbanistica

Dalle agende strategiche ai nuovi piani: il confronto tra Tiboni, Mazzoleni e Viviani mette al centro il ruolo delle città come motori di innovazione

Le città sono al centro del dibattito urbanistico nazionale. Non solo come luoghi in cui si concentrano trasformazioni, investimenti e bisogni sociali, ma come veri laboratori di innovazione amministrativa e progettuale. È quanto emerge dal confronto a Brescia in occasione della presentazione dell’Agenda Urbana, tra le città di Brescia, Livorno e Torino, rappresentate dai tre assessori Michela Tiboni, Silvia Viviani e Paolo Mazzoleni.


Tre esperienze diverse per scala, storia amministrativa e condizioni di partenza, ma accomunate da una stessa esigenza: aggiornare gli strumenti di governo del territorio per renderli più capaci di accompagnare la complessità urbana contemporanea.


Tre amministratori chiamati a misurarsi con un tema comune: come trasformare la pianificazione urbana da apparato rigido, e spesso datato, in una piattaforma operativa, capace di tenere insieme visione strategica, attuazione concreta, sostenibilità, abitare, welfare, investimenti pubblici e partecipazione civica.

Il punto di convergenza è chiaro: le città stanno già innovando, spesso più velocemente degli strumenti normativi a loro disposizione. Ma questa capacità di iniziativa rischia di restare compressa dentro un quadro legislativo frammentato, non sempre adeguato e spesso incapace di sostenere le amministrazioni nella costruzione di politiche urbane integrate.


Da qui l’appello condiviso: serve una riforma nazionale dell’urbanistica, con norme chiare, attuali e funzionanti, che consenta alle città di concentrarsi sulla qualità dei progetti e non sulla ricerca continua di soluzioni procedurali per superare ostacoli normativi.


Brescia: l’Agenda Urbana come visione condivisa. Nel caso di Brescia, il percorso illustrato da Michela Tiboni si fonda sull’integrazione tra Agenda Urbana e revisione del Piano di Governo del Territorio. Non due binari separati, ma un unico processo in cui la visione strategica di lungo periodo viene progressivamente tradotta in scelte concrete di governo del territorio.

Da circa un anno, Agenda Urbana e variante generale al Pgt procedono in parallelo. «L’obiettivo – spiega Tiboni – è evitare che la visione resti un documento astratto, privo di effetti reali sulla città. Al contrario, il lavoro punta a far entrare gli indirizzi emersi dal confronto pubblico dentro lo strumento urbanistico, trasformando la pianificazione in un dispositivo condiviso e attuabile». Il tratto distintivo dell’esperienza bresciana è la costruzione di una corresponsabilità urbana. Stakeholder, esperti, cittadini e attori del territorio sono stati coinvolti in un processo che ha permesso di far emergere un’identità collettiva della città. In questo percorso, il concetto di “cura” diventa la chiave interpretativa di Brescia: cura della mobilità, cura del welfare, cura dell’ambiente, cura della città come spazio comune. Brescia si presenta così come una città media che sceglie di andare oltre il mandato amministrativo, assumendo una prospettiva più lunga e più ampia.

L’Agenda Urbana, non obbligatoria per una città non metropolitana, diventa uno strumento volontario di orientamento strategico. Proprio per questo, il percorso bresciano può assumere un valore più generale: non solo piano locale, ma linea guida metodologica per altre città medie italiane ed europee.

Livorno: aggiornare la cassetta degli attrezzi. L’esperienza di Livorno, raccontata dall’assessora all’urbanistica Silvia Viviani, parte da una condizione diversa: la necessità di rinnovare strumenti di pianificazione fermi a un quadro ormai superato. E in questo caso l’amministrazione ha scelto di intervenire sulla “cassetta degli attrezzi” urbanistica, lavorando insieme sull’amministrazione quotidiana e sulla costruzione di una strategia di lungo periodo.

Il rafforzamento della struttura comunale rappresenta uno degli elementi centrali di questo percorso: «l’amministrazione è passata da 6 a 20 dirigenti e ha realizzato oltre 600 assunzioni, costruendo una macchina amministrativa più robusta per sostenere il cambiamento urbano». Accanto a questo investimento organizzativo, Livorno ha introdotto nuovi strumenti dedicati alla qualità dell’aria, alla mobilità sostenibile e all’abbattimento delle barriere architettoniche.


La città ha inoltre affiancato agli strumenti ordinari dispositivi innovativi e non obbligatori, come la carta strategica della sostenibilità urbana e l’atlante urbano di genere.


«Non si tratta di documenti accessori – spiega Viviani – ma di strumenti pensati per introdurre nuove priorità nei processi decisionali e per allargare lo sguardo della pianificazione a bisogni spesso non pienamente rappresentati dagli apparati tradizionali». In questo quadro, il tema dell’abitare diventa centrale. Il programma “Abitare Livorno” ha portato alla definizione di un regolamento per l’abitare sociale e all’avvio di un tavolo con imprese e terzo settore per individuare un gestore sociale. La strategia livornese si riassume così nella formula “città pubblica, sociale e verde”: una visione in cui lo strumento urbanistico non è solo regolazione dello spazio, ma agenda politica della città.

Torino: innovare dentro una cornice normativa datata. Il capoluogo piemontese rappresenta un terzo caso ancora diverso. L’assessore all’urbanistica Paolo Mazzoleni ha portato al confronto l’esperienza di una città impegnata nella redazione di un nuovo Piano regolatore generale all’interno di una cornice normativa datata, basata su una legge regionale del 1977. Condizione particolarmente significativa, perché mostra con chiarezza il paradosso dell’urbanistica italiana: le città devono affrontare trasformazioni contemporanee usando strumenti e regole pensati per stagioni profondamente diverse. «Nonostante questi vincoli, Torino sta introducendo innovazioni rilevanti. Il nuovo piano, composto da 294 elaborati, non viene presentato come semplice previsione del futuro, ma come dispositivo di coesione per mettere a sistema investimenti pubblici già decisi, pari a 3,4 miliardi di euro. La logica cambia: non più soltanto “farò”, ma “sto facendo”. La pianificazione diventa lo strumento attraverso cui dare coerenza a processi già in corso, coordinare risorse e costruire una cornice condivisa per il rilancio urbano».

Uno degli elementi più significativi è l’adesione al principio perequativo (come spiegato nel dettaglio alla community Valore rigenerazione urbana). La potenzialità edificatoria dei suoli non viene interpretata come un diritto acquisito, ma come una possibilità da valutare in relazione all’utilità, alla sostenibilità economica e alla sostenibilità sociale degli interventi.


Una scelta che sposta il baricentro dalla rendita alla qualità del progetto urbano.


Il percorso torinese è stato accompagnato da due anni di partecipazione pubblica e si configura come un “patto” per il rilancio della città. Un caso che dimostra che innovare è possibile anche dentro cornici normative datate, ma al tempo stesso rende evidente quanto questo processo sia faticoso quando gli strumenti non sono più allineati alle esigenze delle città contemporanee.

Una domanda comune: superare il bricolage normativo. Il confronto tra Brescia, Livorno e Torino restituisce tre modelli distinti, ma anche una questione comune. Le amministrazioni locali stanno costruendo strumenti, procedure e metodi per governare la complessità urbana, ma spesso lo fanno dentro un quadro normativo che non le sostiene abbastanza.


L’urbanistica rimane la strada maestra: non un insieme di adempimenti tecnici, ma una visione di società dotata di cogenza normativa. Tuttavia, l’assenza di una moderna legge nazionale costringe gli amministratori a un continuo “bricolage” normativo. E come si evince dal lavoro di queste tre città, in molti casi, prima ancora di lavorare sulla sostanza dei progetti, le città devono costruire gli strumenti per poter agire.


È qui che il confronto assume un valore politico più ampio. Brescia, Livorno e Torino mostrano che l’innovazione urbana ha a che fare con la capacità delle amministrazioni di ripensare processi, priorità e strumenti. L’innovazione è nella costruzione di agende condivise, nella capacità di integrare welfare e spazio urbano, nella messa a sistema degli investimenti, nella partecipazione, nella sostenibilità e nella definizione di nuove forme di governance.

L’appello delle città. Il messaggio che emerge? Le città sono il patrimonio più prezioso del Paese e il principale motore del cambiamento. Ma per svolgere davvero questo ruolo hanno bisogno di una cornice nazionale più solida, capace di riconoscere la loro funzione innovativa e di sostenerle con strumenti adeguati. E una riforma urbanistica nazionale non dovrebbe limitarsi a semplificare procedure, ma dovrebbe offrire alle amministrazioni norme chiare, flessibili e coerenti con le trasformazioni in corso.


Oltre la “creatività amministrativa” dei singoli territori, l’innovazione urbana deve diventare una politica pubblica del Paese.


L’obiettivo non è ridurre la pianificazione, ma renderla più efficace. Non indebolire il ruolo pubblico, ma rafforzarlo. Non sostituire la visione con l’emergenza, ma consentire alle città di programmare, attuare e monitorare le proprie scelte nel tempo.

 

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Paola Pierotti
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