Swimmable cities, tra rigenerazione ambientale e nuova cultura urbana
Da Duisburg a Parigi, da Copenaghen a Melbourne, il movimento delle città balneabili trasforma porti, fiumi e canali in luoghi accessibili e condivisi
Nel cuore post-industriale di Duisburg, nell’ovest della Germania, un vecchio bacino portuale si trasforma in una piscina pubblica temporanea. Si chiama Duispool: una piattaforma in legno, progettata per accogliere la cittadinanza in cerca di sollievo, svago e, soprattutto, connessione con l’acqua. Lo firma lo studio di architettura romano Orizzontale, in collaborazione con Transurban e con il sostegno della città di Duisburg, nell’ambito del programma Fisu.
Duispool non è solo una piscina urbana, bensì è il manifesto fisico di un’idea che da anni si fa strada in tutto il mondo: quella delle Swimmable Cities, le città balneabili. Un movimento globale che sta riscrivendo le relazioni tra risorse idriche, spazio pubblico e cittadinanza con l’obiettivo di riportare la balneabilità nei corsi d’acqua urbani siano essi fiumi, canali o bacini artificiali, e restituire loro centralità nella vita quotidiana delle comunità.
Come tante iniziative nate dalla sperimentazione, Duispool ha radici locali e ambizioni globali. La sua genesi, tre settimane di residenza in loco, tra progettazione, autocostruzione e dialogo continuo con il territorio, riflette l’approccio “orizzontale” del collettivo romano: un team di sette architetti che ha fatto della partecipazione, della temporaneità e della trasformazione dello spazio pubblico il proprio tratto distintivo.
Nel caso di Duisburg, il risultato è una piattaforma accessibile e smontabile, che poggia su una struttura in cemento preesistente, testimonianza dell’archeologia industriale dell’Innerhafen. L’area di nuoto, ampia e delimitata da boe di sicurezza, si anima ogni fine settimana dell’estate 2025, sotto la supervisione di bagnini. Ma più della balneazione in sé, è il valore simbolico del progetto: Duispool rende evidente come l’acqua urbana possa tornare a essere luogo d’incontro, di gioco e di cura.
L’idea di città balneabile, d’altronde, si sta affermando in tutto il mondo. Parigi, ad esempio, aveva investito oltre 1,4 miliardi di euro per ripulire la Senna in vista delle Olimpiadi 2024, realizzando vasche di contenimento per evitare il deflusso delle acque reflue e impianti di filtraggio ai punti di scarico.
Copenaghen è stata pioniera: già da dieci anni utilizza un sistema di monitoraggio in tempo reale della qualità dell’acqua e ha trasformato i suoi porti in luoghi di balneazione pubblica, attrezzati con trampolini, saune e postazioni di salvataggio. In Svizzera, i fiumi di Berna, Zurigo e Basilea sono oggi estensioni liquide dello spazio pubblico, con infrastrutture leggere come spogliatoi galleggianti e pontili d’accesso.
Anche Berlino ha abbracciato la sfida: con il progetto Flussbad, lanciato nel 2012, mira a rendere un tratto della Sprea balneabile attraverso un sistema di fitodepurazione naturale. E in Australia, il progetto Yarra Pools di Melbourne si propone di restituire il fiume alla città, con una piscina pubblica che diventi nodo sociale, culturale e ambientale.
Dietro a questa visione condivisa c’è anche la Carta delle Swimmable Cities, sottoscritta da oltre 100 organizzazioni in 59 città del mondo. Al centro, dieci principi fondamentali: dal diritto universale al nuoto alla celebrazione dell’acqua come entità sacra, dalla promozione della cultura del nuoto urbano al riconoscimento delle sue ricadute su salute pubblica, coesione sociale e nuove economie locali.


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