Città d’acqua, il patrimonio italiano da trasformare in sviluppo duraturo

30-06-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

30-06-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

Città d’acqua, il patrimonio italiano da trasformare in sviluppo duraturo

Nel kick-off della Community valore rigenerazione urbana di Teha Group il confronto per una piattaforma nazionale ancora poco letta in chiave sistemica

Non più soltanto margini tra terra e acqua, né semplici scenari turistici o paesaggistici. I waterfront italiani possono diventare una delle frontiere più rilevanti della rigenerazione urbana, a condizione di essere letti come infrastrutture territoriali complesse: luoghi in cui città, paesaggio, mobilità, economia, turismo, industria, cultura e qualità dello spazio pubblico si intrecciano.
È questo il quadro emerso dal kick-off verticale dedicato ai waterfront, promosso all’interno della Community valore rigenerazione urbana di Teha Group e coordinato da Jacopo Palermo, associate partner e responsabile dell’area Real estate & Construction. Un primo confronto che ha messo al centro un tema ancora solo parzialmente espresso nel dibattito nazionale: il potenziale dei fronti d’acqua come piattaforme strategiche per lo sviluppo del Paese.

Il punto di partenza è una considerazione solo apparentemente semplice: i waterfront non sono una categoria univoca. Possono essere marittimi, fluviali o lacustri; possono coincidere con porti industriali, marine turistiche, lungomari urbani, rive storiche, aree logistiche, ambiti produttivi, spazi pubblici o territori fragili. Proprio questa natura ibrida ne rende complessa la lettura, ma anche particolarmente rilevante il potenziale di trasformazione.


Oggi manca ancora un contenitore capace di mettere a sistema esperienze diverse, di riconoscerne le vocazioni e di individuare i driver abilitanti per la loro valorizzazione. «Non si tratta soltanto di mappare luoghi, ma di costruire una griglia interpretativa in grado di restituire la complessità dei contesti e di orientare politiche, investimenti e progetti», spiega Palermo.


Il primo tema, quindi, è quello della consapevolezza. I waterfront rappresentano un mercato potenziale importante per la generazione di valore, l’attrazione di capitali italiani ed esteri e il rafforzamento della competitività territoriale. Ma ridurre la questione alla sola dimensione immobiliare o infrastrutturale sarebbe fuorviante. La valorizzazione dei fronti d’acqua deve essere collocata nella cornice più ampia della rigenerazione urbana, misurando l’impatto che questi interventi possono produrre sui territori, sulle comunità, sulle economie locali e sulla qualità dell’abitare.

«Perché questo avvenga, è necessario partire dalla vocazione prevalente di ciascun ambito. Non esiste un modello replicabile ovunque. Ogni waterfront ha caratteristiche proprie, punti di forza e fragilità specifiche. La sfida consiste nel leggere il territorio, comprenderne le potenzialità e definire una strategia coerente con il contesto», spiega l’architetto Alfonso Femia.

In questa prospettiva, diventa utile individuare archetipi o modelli vocazionali. Trieste, ad esempio, rappresenta un caso in cui il fronte mare è parte integrante dell’identità urbana. Piazza Unità d’Italia, affacciata direttamente sull’acqua, tiene insieme monumentalità, vita pubblica, memoria storica, turismo e funzioni direzionali. Anche Genova esprime una forte dimensione urbana del waterfront, dove il rapporto tra porto, città storica, servizi e trasformazioni contemporanee costituisce un elemento strutturale dell’identità cittadina.
Diverso è il caso di Ventimiglia, dove il porto turistico e le strutture ricettive dialogano con un tessuto storico che conserva un potenziale di valorizzazione significativo. Gli interventi legati alla marina e alle funzioni a terra stanno contribuendo a costruire un possibile volano per il territorio, mostrando come il waterfront possa diventare motore di sviluppo solo se integrato con i bisogni locali e con una visione più ampia di rigenerazione.

La ricerca dovrà quindi assumere un’impostazione multidimensionale. Gli ambiti principali attraverso cui osservare e classificare i waterfront possono essere ricondotti a cinque famiglie di indicatori: caratteristiche sociodemografiche, imprese e occupazione, attività turistica, accessibilità infrastrutturale, morfologia e conformazione territoriale.

«Accanto a popolazione, reddito, previsioni demografiche, struttura produttiva, livelli occupazionali e dinamiche turistiche, entrano in gioco componenti fisiche decisive: conformazione del suolo, pendenze, profondità dei fondali, rapporto tra acqua e tessuto urbano, presenza di infrastrutture portuali, ferroviarie, stradali e aeroportuali, dotazione di servizi, densità delle connessioni e relazione con eventuali funzioni industriali o logistiche.
È proprio l’incrocio tra questi elementi a consentire di superare una lettura episodica dei waterfront», racconta nel suo intervento Giuseppe Brancaccio ingegnere di Net Engineering. Un fronte d’acqua non è solo un luogo da riqualificare, ma un sistema di relazioni: tra terra e acqua, tra città e infrastruttura, tra turismo e residenza, tra produzione e paesaggio, tra accessibilità e spazio pubblico. Da qui deriva la necessità di costruire strumenti capaci di misurare non solo lo stato attuale dei luoghi, ma anche il loro potenziale di trasformazione.
I dati emersi nel confronto aiutano a chiarire perché il tema non possa essere trattato come una questione settoriale, limitata alle città portuali, ai lungomari o ai territori turistici. I comuni italiani che affacciano su una risorsa idrica — mare, lago o fiume, spesso anche in combinazione tra loro — rappresentano una parte decisiva del Paese.


Pur costituendo il 37,2% del totale dei comuni italiani, questi territori raccolgono circa il 60% della popolazione nazionale e occupano più della metà della superficie italiana.


Il loro peso diventa ancora più evidente guardando alla dimensione turistica: nei comuni affacciati sull’acqua si concentra il 79% degli arrivi turistici e quasi l’82% degli arrivi dall’estero.
Non si tratta dunque di una geografia marginale, ma di una piattaforma territoriale centrale per l’economia, l’attrattività internazionale e la qualità dello sviluppo italiano. Una centralità confermata anche dalle dinamiche d’impresa e del lavoro. Negli ultimi dieci anni, le unità d’impresa localizzate in questo perimetro sono cresciute dell’8,1%, più della media nazionale, pari al 7,1%. Anche l’occupazione mostra una dinamica positiva: le unità lavorative sono aumentate del 12,5%, con performance particolarmente significative nei comuni affacciati sui laghi e sul mare.

I waterfront, quindi, non sono soltanto luoghi di paesaggio o di fruizione turistica. Sono territori produttivi, attrattivi e capaci di generare economie. Proprio per questo, però, il loro potenziale deve essere letto insieme alle criticità che li attraversano. La pressione turistica, la stagionalità dei flussi, il calo demografico in alcune aree, il consumo di suolo e la fragilità ambientale rendono questi territori particolarmente esposti. Il punto, allora, non è semplicemente riconoscere il valore dei waterfront, ma orientarne la trasformazione. In questa prospettiva, possono assumere un ruolo strategico per il Paese. Non fronti urbani da valorizzare caso per caso, ma infrastrutture territoriali dove si intrecciano competitività economica, transizione ecologica, attrattività turistica, adattamento climatico e nuove forme di abitabilità.

 

 

 

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Francesca Fradelloni
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