
Bando Borghi alla prova dei fatti: da Castelnuovo d’Avane a Borgo Tufi, due modelli di rigenerazione
A San Gusmè un primo bilancio dal campo sugli investimenti Pnrr. Gpa racconta il progetto toscano, Ricci il percorso partito dai capitali privati in Molise
A pochi mesi dalla conclusione della stagione attuativa del Pnrr, il Bando Borghi comincia a poter essere letto anche attraverso quello che ha prodotto nei territori. A San Gusmè, nel senese, l’incontro “Radici Antiche, Algoritmi Nuovi”, dedicato alla rigenerazione delle aree rurali tra patrimonio, digitalizzazione e servizi, ha messo a confronto esperienze diverse e ha assunto anche il carattere di un primo bilancio dal campo. Al centro, una domanda: alla prova dei fatti, concentrare 20 milioni di euro su un borgo per ogni Regione ha generato le condizioni per una trasformazione destinata a durare?
Uno dei casi è Castelnuovo d’Avane, nel Comune di Cavriglia, raccontato da Matteo Spinelli, direttore tecnico di GPA Partners. La rigenerazione parte da una storia segnata prima dalla lignite e poi dall’abbandono: il bacino minerario scoperto nell’Ottocento trasformò il borgo in un centro produttivo, fino all’escavazione a cielo aperto. Nel 1963 gli abitanti furono trasferiti e Castelnuovo rimase disabitato per circa quarant’anni. Il Comune lo riacquistò da Enel nel 2003, avviando un percorso che nel 2012 portò ai primi interventi sulla chiesa e sul Museo delle Miniere e che con il Pnrr ha trovato le risorse per una rigenerazione complessiva.
Per Spinelli, il punto non è stato partire dal finanziamento ma arrivarci con un programma già costruito.
Alla selezione toscana erano stati presentati 42 progetti e, secondo l’architetto, Cavriglia aveva un vantaggio: «L’amministrazione aveva già in mente che cosa fare, che cosa voleva». Quando è uscito il bando, «il Comune era subito pronto». Da qui anche una lettura più generale: «La miccia non può che partire dalle amministrazioni».
In questo caso il programma, che conta un progetto co-firmato Gpa e Archea – cerca di evitare un recupero esclusivamente turistico. «Un borgo per rinascere deve avere un tessuto urbano al suo centro», ha spiegato Spinelli, contrapponendolo al modello del «borgo mordi e fuggi», animato dagli eventi ma vuoto alla sera. A Castelnuovo il mix comprende residenze, botteghe artigiane, coworking, ospitalità e ristorazione. A questi si affianca un polo culturale costruito intorno al Mine – Museo delle Miniere, alla Casa della Memoria dedicata all’eccidio del 1944, alla casa di Andrea del Sarto e a un museo tecnologico immersivo.
Diversa la traiettoria di Borgo Tufi, a Castel del Giudice, in Molise, illustrata da Enrico Ricci, imprenditore edile e anche presidente di ANCE Abruzzo. Qui l’operazione nasce prima dell’arrivo del Pnrr. Una piccola propaggine rurale fatta di stalle, fienili e abitazioni abbandonate è stata trasformata attraverso una Società di trasformazione urbana pubblico-privata, con l’obiettivo di realizzare un albergo diffuso.
Stu che ha consentito anche di affrontare proprietà frammentate, successioni mai definite e immobili non più utilizzati.
La parte privata, ha spiegato Ricci, è partita con «capitali pazienti», investimenti ad alto rischio e con tempi di ritorno lunghi. Il Comune aveva nel frattempo lavorato sulle infrastrutture e, quando è arrivato il Bando Borghi, secondo Ricci proprio l’esistenza di un partenariato già attivo e di una progettazione avviata «è stata determinante per vincere il bando». Ecco che in questo caso il Pnrr si è innestato su un processo precedente, anziché innescarlo da zero.
Gli effetti cominciano a essere misurabili, almeno secondo i dati riportati dallo stesso Ricci: nel Comune sono nate nuove attività, dal forno ai laboratori artigianali fino alla parrucchiera, mentre il lavoro da remoto ha favorito nuovi insediamenti. Ricci stima «un aumento del 30%» della popolazione nell’arco di due-tre anni, con interesse anche per i bandi sulle abitazioni e per nuove attività commerciali.
Dal recupero fisico dei borghi, il confronto di San Gusmè ha spostato poi l’orizzonte sulle infrastrutture del prossimo ciclo. Antonio Rizzo, professore di Scienze e tecnologie cognitive all’Università di Siena, ha proposto di sperimentare micro data center rurali, realizzati nel sottosuolo e dotati di sistemi di raffreddamento chiusi, collegando elaborazione dei dati, produzione energetica distribuita e recupero del calore. Una prospettiva ancora di ricerca e sviluppo, ha precisato, che richiederebbe coordinamento tra amministrazioni, industria e università. L’obiettivo? Portare capacità di calcolo e controllo dei dati vicino ai territori, con applicazioni nella pubblica amministrazione, nella sanità e nell’agricoltura. Per Rizzo il passaggio decisivo sarà quello di «avere la padronanza dei sistemi di elaborazione dei dati e dei dati stessi» e costruire un’operazione organica, possibilmente coordinata alla scala regionale. Ecco quindi un caso concreto di “radici antiche e algoritmi nuovi” su cui la Proloco di San Gusmè in questa edizione del suo annuale incontro ha aperto la riflessione.
Ma l’esperienza del Bando Borghi riapre anche il nodo delle infrastrutture ordinarie e della governance. Agnese Carletti, sindaca di San Casciano dei Bagni e presidente della Provincia di Siena, ha richiamato il caso di Trevinano, frazione del Comune di Acquapendente, nel Lazio, borgo destinatario dei 20 milioni e distante pochi chilometri dal suo Comune. Tra i due centri corre una strada provinciale di circa sette chilometri, interessata anche da movimenti franosi, sulla quale quelle risorse non potevano essere impiegate. «Ho dei dubbi sui 20 milioni, però è un tentativo. Tra qualche anno vedremo», ha detto Carletti, sottolineando una questione che resta aperta: «Come si raggiungono questi posti se non si investe nelle infrastrutture?». E il problema, ha aggiunto, non riguarda solo le strade, ma sanità, poste, connettività e servizi essenziali.
Riflessione che ancora una volta sottolinea il decisivo ruolo della governance interistituzionale con il raccordo tra scala nazionale, regionale e locale che precede anche il rapporto tra pubblico e mercato.
La valutazione più netta sul Bando Borghi è arrivata da Fiorello Primi, presidente de I Borghi più belli d’Italia. «I 20 milioni per il singolo borgo sono soldi buttati via», ha detto, contestando la logica degli interventi spot e ricordando la posizione critica assunta a suo tempo nel Comitato nazionale Borghi sulla separazione tra le linee del programma. Per Primi, la rigenerazione non può dipendere da un singolo finanziamento ma richiede appunto una politica nazionale per sanità, istruzione, trasporti e servizi, oltre a una cooperazione tra piccoli centri. La verifica, a questo punto, sarà capire quali dei progetti finanziati riusciranno a passare dalla consegna delle opere alla tenuta nel tempo delle comunità che quelle opere dovrebbero sostenere.
In copertina: © borgotufi









