Da Enea una carta d’identità per tracciare il patrimonio residenziale
Oggi grazie all'integrazione delle banche dati nazionali la transizione ecologica urbana trova la sua bussola digitale
Dodici milioni di edifici residenziali e oltre 31 milioni di appartamenti: per la prima volta il mattone italiano ha una carta d’identità ufficiale e senza zone d’ombra. A sbloccare un decennio di frammentazione informativa, che ha paralizzato i piani di riqualificazione delle nostre città, ci pensa l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.
I ricercatori del Dipartimento di efficienza energetica, Domenico Palladino e Francesca Pagliaro, hanno firmato sulla rivista scientifica “Energy and Buildings” una metodologia destinata a cambiare le regole del gioco. Mettendo a sistema i dati dei censimenti Istat e quelli del catasto energetico nazionale (Siape), l’Agenzia ha radiografato l’esatta anatomia del patrimonio residenziale del Paese, individuando gli edifici campione per ciascuna delle sei zone climatiche italiane.
Ogni territorio ha la sua casa e i suoi problemi
Partire da un livello di dettaglio così chirurgico cambia radicalmente le regole d’ingaggio per chi progetta e governa le trasformazioni territoriali. Le città non possono essere riordinate con colpi di spugna o con ricette calate dall’alto perché la morfologia dell’abitare cambia radicalmente da nord a sud e tra centri storici e periferie. L’analisi mostra come gli edifici a due piani con un’unica unità immobiliare siano la tipologia più diffusa a livello nazionale ma evidenzia al contempo profonde divergenze territoriali legate alla densità abitativa e al clima. Nelle zone più calde prevalgono costruzioni a un piano mentre nei contesti più freddi si concentrano edifici multipiano con più unità abitative.
La radiografia demolisce dunque l’illusione di poter pianificare la transizione ecologica con un unico manuale d’istruzioni. «Le differenze rendono difficile definire una strategia energetica nazionale unica, evidenziando la necessità di interventi mirati per ciascuna area, soprattutto in un contesto come quello degli edifici italiani dove circa il 65% degli immobili è antecedente all’introduzione delle prime normative energetiche ed è caratterizzato da consumi elevati», spiega Domenico Palladino.
Dalle vecchie caldaie alle pompe di calore
Toccare con mano la fragilità termica dell’involucro edilizio e la vetustà degli impianti significa comprendere che la rigenerazione urbana è prima di tutto una questione di sopravvivenza energetica ed economica. Lo studio traccia anche la rotta della transizione tecnologica in atto, svelando come il settore stia faticosamente abbandonando le tradizionali caldaie a favore di impianti all’avanguardia come le pompe di calore e il teleriscaldamento, con un trend particolarmente visibile nei contesti di recente costruzione.
In dettaglio, per gli edifici costruiti prima del 1980 la fotografia energetica racconta di una dipendenza quasi strutturale dalle caldaie tradizionali a gas o gasolio. In un’epoca in cui l’attenzione ai consumi era marginale queste soluzioni rappresentavano lo standard ma oggi intervenire su questo patrimonio è la sfida principale: basti pensare che la media della prestazione energetica globale non rinnovabile in Italia si attesta su valori elevati (spesso superiori ai 180-190 kWh/mq anno), richiedendo massicci interventi di riqualificazione come cappotti termici e sostituzione dei generatori.
Nelle costruzioni edificate dopo il 2005, spinte da normative via via più stringenti, il panorama cambia radicalmente. L’indice di prestazione energetica crolla drasticamente e le tecnologie cambiano volto. In particolare, le pompe di calore stanno diventando il cuore pulsante degli impianti moderni, registrando una penetrazione record soprattutto nelle zone climatiche più calde (fasce A e B). In queste aree, caratterizzate da inverni miti, l’efficienza di questi sistemi elettrici abbinati al fotovoltaico permette di abbattere drasticamente le emissioni di CO2 (la cui media nazionale si aggira intorno ai 40 kgCO2/mq anno negli edifici meno recenti ma si azzera nei nuovi standard Nzeb).
Interventi ad hoc tarati su misura
Mettere dunque in relazione le caratteristiche geometriche dei fabbricati con le performance reali certificate dai dati Siape offre agli amministratori locali una chiave di lettura inedita e importante. «È fondamentale per calibrare in modo mirato gli interventi di efficienza energetica perché la configurazione edilizia e le dotazioni impiantistiche incidono direttamente sulla domanda di energia per riscaldamento e raffrescamento», rimarca Francesca Pagliaro, sottolineando come l’incrocio delle banche dati restituisca una bussola indispensabile per orientare le future politiche di riqualificazione.
In copertina: Banche dati Enea © Enea

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