Città medie, finanza e qualità urbana: la sfida emiliano-romagnola della rigenerazione
Città medie, finanza e qualità urbana: la sfida emiliano-romagnola della rigenerazione
Prima tappa territoriale per la ricerca Oice. A Bologna un modello territoriale fondato su pianificazione flessibile, competenze pubbliche, finanza privata e qualità dell’architettura
In Emilia-Romagna la rigenerazione urbana non è una formula da convegno. È una questione di governo del territorio, competitività delle città medie, capacità amministrativa e di alleanze tra pubblico e privato, ma soprattutto di un modo di pianificare e progettare. È questo il filo che ha attraversato il dibattito tra stakeholder promosso da Oice a Bologna, alla Fondazione Ant, nell’ambito della conferenza itinerante “Rigenerazione urbana, ipotesi o realtà?” con il coordinamento di Emanuele Gozzi, Patrizia Polenghi e Francesca Federzoni.
Il punto di partenza è una consapevolezza ormai acquisita: rigenerare non significa ristrutturare. «In questa regione penso di poter affermare che abbiamo capito che la rigenerazione non è la ristrutturazione» ha detto Marcello Capucci, Dirigente Area Progettazione urbana strategica del Comune di Reggio Emilia, richiamando la necessità di leggere la trasformazione urbana come un fatto culturale prima ancora che normativo. Il nodo non è produrre nuove definizioni, ma costruire strumenti capaci di tenere insieme pianificazione, progetto e capacità amministrativa.
«Il vero nodo del nostro mestiere è progettare», ha sottolineato Capucci, indicando nel progetto il luogo in cui si rendono comprensibili le trasformazioni e si costruiscono le trasversalità tra uffici, assessorati, cittadini e stakeholder.
La specificità emiliano-romagnola emerge proprio qui: in un territorio fatto di città medie forti, tessuti produttivi radicati, cultura amministrativa e capacità di dialogo con l’economia, la rigenerazione non può essere affrontata con modelli standardizzati. La legge regionale 24/2017 viene riconosciuta come un passaggio importante, ma non sufficiente se non accompagnata da strumenti intermedi, flessibili e capaci di adattarsi alla complessità dei luoghi.
Tra questi, il masterplan, come ricordato anche da Daniele Capitani, responsabile del settore Governo e Qualità del territorio della Regione Emilia-Romagna, assume un ruolo centrale: non un piano rigido, ma una piattaforma di coordinamento tra visione di lungo periodo e attuazione per parti, capace di guidare interventi asincroni e di misurare il valore pubblico generato.
Dai rappresentanti del pubblico, delle imprese e della progettazione la voce è univoca: il piano economico-finanziario non può essere letto solo come una tabella di costi e ricavi. Deve diventare uno strumento per capire fin dove la parte pubblica possa spingersi nella richiesta di benefici collettivi, senza compromettere la sostenibilità dell’operazione. In altre parole, la rigenerazione richiede una grammatica nuova: meno standard quantitativi, più criteri di valutazione; meno comparti chiusi, più capacità di ricucire pezzi di città; meno paura della negoziazione, più trasparenza nel rapporto pubblico-privato.
È su questo terreno che si innesta il contributo di Capitani. Per il responsabile regionale del Governo e Qualità del territorio, la pubblica amministrazione è chiamata a un salto di qualità: uscire dalla comfort zone dei piani conformativi, dove tutto era definito in anticipo, e accettare di “scendere in campo” nella complessità del progetto. «Non si fa rigenerazione con uno strumento conformativo», spiega Capitani, sottolineando che l’interesse pubblico non può essere ridotto a un elenco chiuso di criteri. Deve essere un documento aperto, da declinare caso per caso, dentro un confronto nel quale pubblico e privato non si sovrappongano, ma costruiscano una traiettoria comune.
La costa romagnola, richiamata da Capitani, rende evidente la portata della sfida. Qui la rigenerazione non riguarda soltanto edifici da recuperare, ma interi sistemi territoriali da ripensare: alberghi sottodimensionati, ex colonie marine, contenitori dismessi, frammentazione proprietaria, gestioni in affitto, stagionalità e accessibilità. Il problema non è solo riqualificare, ma decidere quali funzioni possano garantire vita urbana durante tutto l’anno. Capitani mette a fuoco la questione più delicata: «Non ci mancano le idee, non ci manca l’idea di fare, ci manca una gamba che possa dare un impulso nuovo a questo tipo di attività». In questo scenario si diffondono nuovi modelli imprenditoriali: soggetti finanziariamente più solidi acquisiscono gli immobili e lasciano la gestione a chi conosce il mestiere turistico (a chi ha detenuto la proprietà finora). «Una trasformazione che, per funzionare, deve però evitare di ridursi a operazione edilizia», il commento. Senza nuove funzioni, senza città pubblica, senza presidio annuale, il rischio è produrre immobili nuovi ma non vera rigenerazione.
Il tema finanziario torna anche nelle parole di Stefano Betti, presidente di Ance Emilia e vicepresidente Ance nazionale, che sposta il discorso sulla capacità delle imprese e degli investitori di rendere attuabili le trasformazioni. La rigenerazione, avverte, «non è un’opportunità, ma un obbligo» per città che vogliono restare attrattive per cittadini, imprese, servizi e nuove popolazioni.
Ma senza finanza, aggiunge, non si fa trasformazione urbana. Il punto è costruire strumenti capaci di “addomesticare” la finanza, adattandola a territori che non sono Milano e non generano gli stessi plusvalori.
Betti mette in discussione anche le formule rigide (come quelle previste nel nuovo Piano Casa), ad esempio le ripartizioni standard tra quota privata e beneficio pubblico. In molte città medie, sostiene, la sostenibilità dell’operazione va verificata caso per caso. «Il tema vero è nel rapporto trasparente pubblico-privato», ha spiegato, richiamando la necessità di sedersi al tavolo con strumenti chiari, tempi credibili e una crescita culturale da entrambe le parti. La rigenerazione, dunque, non può vivere di automatismi: richiede coraggio politico, capacità tecnica e una pubblica amministrazione in grado di sostenere la densificazione quando serve, ma anche di diradare, compensare e redistribuire valore urbano dove necessario.
Nel caso emiliano-romagnolo, questa sfida assume un significato particolare. La regione non è costruita attorno a una sola metropoli dominante, ma a un sistema policentrico di città medie, distretti produttivi, infrastrutture, paesaggi agricoli, costa turistica e reti sociali. Proprio questa struttura rende la rigenerazione un tema territoriale, non soltanto urbano. La trasformazione di un’area dismessa, di un comparto produttivo o di una colonia marina non può essere letta isolatamente: deve misurarsi con mobilità, accessibilità, attrattività economica, welfare, casa, verde, acqua, suolo e qualità dello spazio pubblico.
La chiusura del ragionamento porta alla considerazione di Fabiana Aneghini (Mate Engineering) che ribadisce il binomio rigenerazione urbana e architettura pubblica e sulla qualità dell’architettura si sofferma Maria Cristina Fregni di Politecnica Ingegneria e Architettura, che richiama la necessità di riportare il progetto al centro, non come gesto autoriale ma come processo collettivo. L’architettura quindi come strumento di mediazione tra pubblico e privato, tra investitori e comunità, tra vincoli e aspirazioni. È la capacità di creare quella “spazialità abilitante” che rende possibile la rigenerazione. Per questo, conclude Fregni, il ruolo dell’architettura nella rigenerazione urbana è, più che mai, «arte civica», riprendendo il titolo della pubblicazione di Spartaco Paris, “Amiamo l’architettura”.
In copertina: progetto rigenerazione comparto industriale ex AMCM ©Politecnica building of humans

Da convento a infrastruttura sociale: a Piacenza parte la nuova vita di Santa Chiara
La rivoluzione del Demanio: il metodo del Piano Città per rigenerare il territorio
Sisma 2016, la ricostruzione entra nella fase più complessa: dalle case ai territori
Terremosse, ad Amatrice l’architettura ricuce comunità e territori fragili








