Città spugna: una survey europea per ripensare all’acqua come infrastruttura
Per migliorare del 10% l’efficienza idrica entro il 2030, le PA hanno già tecnologie e dati, a mancare sono governance e coordinamento. Fino al 11 giugno la consultazione pubblica sul piano d’azione
La gestione urbana dell’acqua non è più solo una questione di ingegneria idraulica: è una priorità politica e urbanistica. E tenendo conto della crescente pressione del cambiamento climatico, tra siccità prolungate ed eventi meteorologici estremi, è necessario passare all’azione con strategie mirate. La Commissione europea, attraverso la Urban Agenda for the EU Water sensitive city partnership, – iniziativa che vede in capo città, Stati membri e organizzazioni non governative e nata per individuare soluzioni concrete ai problemi idrici dei centri urbani – ha appena pubblicato un’approfondita analisi che mette nero su bianco gli indicatori e gli strumenti digitali a disposizione delle pubbliche amministrazioni. L’obiettivo è trasformare i centri urbani in Water sensitive cities (Wsc) – città resilienti capaci di rigenerare il ciclo naturale dell’acqua attraverso approcci come quello delle “città spugna” e il riuso circolare. “l’unica via per garantire vivibilità e sicurezza” sottolinea l’esperta Birgit Georgi-Haake che ha realizzato l’indagine.
Il messaggio politico è chiaro: la tecnologia esiste già, la vera sfida è istituzionale e di governance. E gli indicatori devono guidare le decisioni non limitarsi a registrare i risultati. Tanto per cominciare per capire quanto una città sia resiliente dal punto di vista idrico, serve una “bussola”. L’Azione 1 del piano della Partnership, guidata dalla città di Enschede nei Paesi Bassi, lavora per l’appunto a un set di indicatori Wsc pronto all’uso per le autorità pubbliche. Dall’analisi, che ha mappato i parametri presenti nelle normative UE (dalla Direttiva quadro sulle acque alla nuova Legge sul Monitoraggio del suolo), emerge un paradosso: se la legislazione europea è molto forte sugli indicatori legati alla salute umana, agli impatti sociali e alla qualità ambientale dei corpi idrici, sono invece sottorappresentate dimensioni cruciali come la gestione circolare dell’acqua, l’efficienza locale e la governance partecipativa.
Inoltre, i dati attualmente disponibili sono frammentati e pensati per i report nazionali, risultando spesso inutilizzabili per la pianificazione urbanistica locale.
La Partnership propone ora una lista preliminare di indicatori specifici per i Comuni, strutturata su parametri concreti: tassi di consumo e prelievo, riduzione delle perdite di rete, capacità di ritenzione delle acque meteoriche, tasso di impermeabilizzazione dei suoli, copertura del verde urbano, riutilizzo delle acque reflue e livello di partecipazione pubblica. E la digitalizzazione è considerata il motore per raggiungere gli obiettivi della Water resilience strategy Ue che punta a un incremento dell’efficienza idrica del 10% entro il 2030.
L’Azione 5 della Partnership, guidata dal Comune spagnolo di Elche dimostra che per tracciare la quasi totalità degli indicatori chiave bastano poche tecnologie mature: sensori di qualità, contatori intelligenti (smart meters), monitoraggio delle acque sotterranee e dati satellitari. E per supportare i tecnici comunali, gli strumenti digitali sono stati organizzati in una filiera del dato in 5 fasi, che trasforma la misurazione in azione politica: raccolta e sensing (sensori IoT, smart meters, dati satellitari catturati attraverso il sistema Copernicus); trasmissione e Integrazione (sistemi Scada, per il controllo di supervisione e l’acquisizione dati, e reti di telemetria); infrastruttura e storage (cloud, grandissimi volumi di dati nel loro formato nativo ossia i data lakee, piattaforme dati urbane); analisi e modellazione (modelli idrologici, intelligenza artificiale e digital twins; visualizzazione e decisione (dashboard Gis e portali di trasparenza per i cittadini).
Il punto critico – si legge nell’indagine – è che spesso le città installano tecnologie in modo isolato: i dati vengono raccolti, ma non dialogano tra loro e non sono collegati ai processi decisionali o alla pianificazione urbanistica.
E c’è da fare i conti anche con risorse finanziarie e umane. Gli esperti raccomandano un approccio pragmatico e a livelli. Il livello uno suggerisce di partire con un nucleo di strumenti collaudati e accessibili (sensori per variabili chiave, smart meters) e di integrare i dati esistenti e sfruttare le fonti gratuite fornite dall’UE (come i dati di osservazione della terra del programma Copernicus) per azzerare i costi di acquisizione. Il livello intermedio prevede investimenti nella formazione del personale interno (capacity building) e di implementare l’interoperabilità dei sistemi per far dialogare i diversi uffici comunali. E, soprattutto, di potenziare i modelli idraulici della rete. Il livello avanzato passa infine attraverso l’introduzione di soluzioni complesse come l’analisi predittiva basata su intelligenza artificiale o i digital twins urbani solo quando l’infrastruttura di base dei dati e le competenze interne sono solide.
Il lavoro della Water sensitive city partnership punta a spingere l’UE e i governi nazionali ad allineare i sistemi di indicatori, accelerare gli standard di interoperabilità e sbloccare finanziamenti mirati per i Comuni. La consultazione pubblica sul testo del piano d’azione (che include le azioni su indicatori e digitalizzazione) è stata estesa fino all’11 giugno. Gli amministratori, i tecnici e gli urbanisti italiani hanno l’opportunità di influenzare le linee guida europee partecipando all’EU Survey.
In copertina: Rotterdam © Ossip van Duivenbode

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