Cultura come infrastruttura: rigenera la città e genera benessere
Quarto e ultimo appuntamento del Public Program “Verso l’Agenda Urbana Brescia 2050”, promosso dal Comune. La sindaca Castelletti: dispositivo politico che abilita comunità e orienta trasformazioni
La cultura è un progetto generativo: nasce dal pensiero, si radica nei luoghi, costruisce comunità e trasmette conoscenza non per formare campioni isolati, ma squadre, competenze e nuove generazioni capaci di orientare il futuro.
Durante il “Dialogo Cultura”, quarto e ultimo appuntamento del Public Program “Verso l’Agenda Urbana Brescia 2050”, promosso dal Comune di Brescia e coordinato dal Laboratorio Brescia 2050, il confronto ha ricomposto patrimoni materiali e immateriali. Espressioni artistiche, tradizioni, reti associative, ma anche infrastrutture pubbliche e modelli di gestione condivisa per tracciare una lettura critica del presente e delineare un’idea di città più armoniosa, aperta e intergenerazionale.
«Fare cultura per noi è stato immaginare un lavoro che coincidesse con un processo di rigenerazione urbana», afferma Florinda Saieva, co-fondatrice di Farm Cultural Park e fondatrice di SOU (prima Università di architettura per bambini in Italia). Farm Cultural Park nasce dalla necessità di ricostruire un legame tra comunità, territorio e identità: la volontà del ritorno in Sicilia, l’ascolto delle persone di Favara e la trasformazione di edifici abbandonati in spazi di fruizione e condivisione dell’arte contemporanea, riconosciuti come poli di sperimentazione nazionale e internazionale.
Saieva richiama un principio non negoziabile: evitare la presunzione di non ascoltare. Coinvolgere significa accogliere narrazioni reali, intersecare generazioni, includere famiglie, adolescenti e comunità nei processi, perché la cultura si progetta solo se si rinuncia alla visione prescrittiva dell’adulto e si assume il dialogo come strumento fondativo, non accessorio. «Da questa esperienza abbiamo imparato che le persone vanno coinvolte con un approccio rispettoso e partecipativo nel profondo. Inimmaginabile raccontare le persone di Favara senza le persone di Favara. Il nostro percorso è intriso di errori, ma c’è un errore che non dobbiamo fare mai: non ascoltare gli altri», conclude Saieva.
Lorenzo Carni, project manager di Base Milano, con prestigiose collaborazioni nel teatro, nell’editoria e nel coordinamento di tanti progetti da Piano City Milano a JazzMi e Prima Diffusa, fino al Tri-P festival realizzato in collaborazione con la Triennale di Milano, un segno distintivo è un buon rapporto con la pubblica amministrazione. Carni lega la crescita degli spazi culturali alla capacità di costruire un rapporto operativo e responsabile con il governo del territorio. Base, pur essendo uno spazio del Comune di Milano, trova nella gestione privata un’opportunità, ma non una sostituzione di responsabilità. «L’elemento generativo è il coinvolgimento di comunità sottorappresentate, la costruzione di identità anche per gli spazi stessi, e l’attivazione di dialoghi capaci di trasformare marginalità in partecipazione», conclude Carni.
Per Paolo Verri, direttore della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, la cultura è l’unica infrastruttura senza tempo che consente di guardare oltre il perimetro biografico del presente. Il valore profondo dell’Agenda urbana di Brescia 2050 sta nell’aver recuperato il tempo lungo come paradigma: sedimentazione delle idee, ascolto, osservazione e costruzione condivisa tra pubblico e privato. «Brescia diventa riferimento proprio per aver messo in equilibrio due dimensioni spesso separate, una profonda cultura cooperativa di assistenza cattolica e un radicato rispetto per il lavoro, assumendole come asset identitari da non semplificare, ma integrare nei processi culturali e urbani», spiega Verri.
«Ma la cultura deve avere delle zone franche, deve avere gli spazi dell’errore perché la buona cultura nasce dalle sperimentazioni e non deve per forza fare, ma deve essere in grado di accogliere senza fare nulla. E questo è il compito della politica e delle pubbliche amministrazioni che hanno in carico molti spazi», interviene Emanuele Barili, founding partner di ECÒL Studio. Al centro il tema della fruibilità della città senza consumo «perché la cultura deve fare da cassa di risonanza di voci e energie ai margini della vita pubblica, deve occupare spazi di espressione e auto-narrazione attorno a cui costruire una comunità in grado di produrre trasformazioni sociali», spiega Barili che con il suo studio combina pratiche artistiche e urbanistica tattica con l’architettura tradizionale, esplorando varie scale di progetto. «Una buona politica culturale non forza il fare, ma accoglie l’essere», ricorda la sindaca Laura Castelletti. «Anche le amministrazioni devono riconoscere la necessità di un’azione non convenzionale, in parte istintiva, non imbrigliata nell’eccesso di controllo, dove il compito istituzionale non è dirigere lo sguardo ma abilitarlo, creare condizioni perché si apra, maturi e diventi collettivo», spiega.
La pianificazione culturale non è quindi una somma di settori, ma un unico spazio integrato in cui relazioni, educazione, ecologia, produzione e competenze si tengono insieme. L’inclusione diventa misura di progetto, non dichiarazione.
«Progettare cultura – sottolinea la prima cittadina di Brescia – significa costruire ecosistemi, non solo spazi. I luoghi della cultura generano fiducia, benessere, coesione e felicità urbana non come effetti, ma come obiettivi
Le nuove narrazioni, culture, etnie, identità mai rappresentate prima, non aggiungono strati alla pianificazione: la costituiscono», conclude. Linguaggi pieni e legittimi che guardano al futuro, perché una città cresce insieme alle sue storie, e solo la cultura può farne un lessico plurale, condiviso e duraturo.

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