Dalle risorse alla regia: la sfida mancata delle città italiane
Rapporto Ifel-Anci: Pnrr e fondi europei hanno accelerato gli investimenti, ma senza una governance multilivello il rischio è fermarsi ai cantieri
Negli ultimi quindici anni le città sono tornate al centro della programmazione pubblica, grazie a strumenti e fondi introdotti da realtà regionali, nazionali e comunitarie. Senza tuttavia avviare riforme idonee ad aggiornare i modelli di governance. Questa è la contraddizione delle politiche urbane in Italia che emerge dal rapporto di Ifel – Anci 2026 dal titolo “Ricomporre visioni di città” che propone la definizione di una Agenda urbana multilivello per promuovere un sistema più stabile di programmazione, governo, valutazione e aggiornamento delle politiche. Pierciro Galeone, direttore Ifel, parla della necessità di «forme istituzionalizzate di programmazione e governo da costruire insieme, gestire, valutare e aggiornare», capaci di identificare problemi, domande e bisogni locali, all’interno degli scenari e delle strategie messe a punto dall’autogoverno urbano, inserendoli dentro un quadro nazionale ed europeo. Con riferimento a programmi condivisi, modalità negoziali di progettazione, definizione di target, monitoraggio congiunto.
Nella premessa, il direttore Ifel chiarisce le intenzioni del report: «le città non sono esclusivamente spazi costruiti, sono comunità politiche e sistemi economici, trame di relazioni e processi stratificati nel tempo». Concetto che diventa essenziale ai fini della comprensione di quanto voluto affermare da Anci nel documento, perché sposta l’attenzione dalla sola dimensione fisica della rigenerazione urbana alla qualità del governo locale, infatti non basta aprire cantieri, intercettare fondi o completare opere, serve capire se gli interventi introdotti siano idonei a promuovere uno spirito di comunità, servizi, coesione, inclusione e capacità amministrativa.
Il documento guarda in particolare agli ultimi quindici anni, attraversati dalla politica di coesione, dai fondi strutturali, dal Fondo sviluppo e coesione, dal Pnrr e, soprattutto, dalla programmazione 2014-2020 da circa 18 miliardi di euro e da quella 2021-2027 da 150 miliardi. L’obiettivo dichiarato non è costruire un catalogo esaustivo delle politiche urbane, ma comprendere «gli effetti congiunti della loro interazione sui territori e sui problemi che sono chiamate ad affrontare».
Galeone evidenzia una tensione strutturale, «tra città soggetto delle politiche e città oggetto delle politiche». Da un lato, i Comuni sono collettività politiche con una propria autonomia strategica; dall’altro, sono i destinatari di programmi definiti spesso a scale superiori, dal livello regionale a quello europeo.
E il rapporto prova a rispondere a una domanda centrale: «come tenere insieme l’autonomia strategica, componente essenziale dell’autogoverno urbano, con le politiche nazionali ed europee che assumono le città come componente decisiva delle strategie di sviluppo di lungo periodo?».
Nella parte dedicata al governo della complessità, Ifel evidenzia come la capacità di costruire politiche urbane efficaci dipenda sempre più dalla disponibilità di strumenti conoscitivi aggiornati, integrati e capaci di leggere i bisogni reali. La frammentarietà dei dati limita infatti la possibilità di anticipare i problemi, valutare gli effetti degli interventi e adattare le politiche nel tempo. In altre parole, senza conoscenza non c’è programmazione, e senza programmazione il rischio è che le risorse seguano la disponibilità dei bandi più che le priorità delle città.
Il passaggio dalla programmazione 2014-2020 al ciclo 2021-2027 consolida il cambio di paradigma introdotto dall’approccio place-based, in quanto le città non sono più considerate soltanto destinatarie di finanziamenti, ma luoghi in cui costruire strategie integrate a partire dalle specificità dei territori.
Nel nuovo ciclo, accanto ai 42 Programmi regionali sono presenti strategie di sviluppo urbano sostenibile esistenti in quasi tutti i Programmi regionali Fesr o plurifondo, con una dotazione complessiva pari a 2,112 miliardi di euro per sviluppare politiche di coesione dedicate alle aree urbane. A questa programmazione si aggiunge il Pn Metro Plus 2021-2027, ovvero un programma nazionale cofinanziato dalla Ue con l’obiettivo di promuovere sviluppo urbano, inclusione sociale e rigenerazione delle periferie, coinvolgendo non solo le 14 città metropolitane, ma anche 26 città medie delle Regioni meno sviluppate. Il programma vale complessivamente circa 3 miliardi di euro, tra fondi Fesr, Fse+ e cofinanziamento nazionale, ed è articolato in sette priorità che vanno dall’agenda digitale alla sostenibilità ambientale, dalla mobilità urbana all’inclusione sociale, fino alla rigenerazione urbana. Nel complesso, tra Programmi regionali e Pn Metro Plus, le strategie urbane sostenute da fondi comunitari e cofinanziamento nazionale arrivano a circa poco più di 5 miliardi di euro, a cui vanno sommate le risorse del Pnrr.
Il rapporto insiste anche su un paradosso: negli ultimi anni le risorse per le città sono cresciute, ma insieme è aumentata la frammentazione. La politica di coesione e il Pnrr hanno ampliato le opportunità di intervento, ma hanno anche moltiplicato strumenti, logiche di finanziamento, scadenze e procedure. Il Pnrr, in particolare, ha accelerato la capacità di investimento, ma ha introdotto una logica più emergenziale e centralizzata, fondata su cantierabilità, tempi stretti e rendicontazione. Il rischio, evidenziato da Ifel, è che l’azione amministrativa venga spinta più verso la gestione degli adempimenti che verso la costruzione di strategie urbane di lungo periodo.
Nonostante la programmazione 2021-2027 sia ancora pienamente in corso, l’Unione Europea ha avviato il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034. Forti dell’esperienza pandemica prima e della guerra in Ucraina poi, l’Ue si prefigge di rendere le politiche più elastiche e capaci di rispondere alle nuove esigenze che si vengono a strutturare, con la semplificazione dell’architettura del bilancio europeo, concentrando le risorse in pochi grandi pilastri e affidando un ruolo centrale ai Piani di partenariato nazionali e regionali. Una scelta che promette maggiore flessibilità e capacità di risposta alle crisi, ma che solleva anche un nodo politico, infatti il rischio è che Regioni, città e territori vedano ridursi gli spazi di partecipazione diretta nella definizione delle strategie.
In questo contesto si inserisce la nuova Eu Agenda for Cities presentata nel 2025, che aggiorna l’impegno europeo verso le aree urbane puntando su tre direttrici: dialogo stabile con le città, semplificazione e rafforzamento delle capacità amministrative, investimenti mirati.
Dentro questa cornice torna anche il tema della “nuova questione urbana”: disuguaglianze, accesso a casa e servizi, mobilità, cambiamento climatico, qualità dello spazio pubblico. Il rapporto sottolinea come «i problemi urbani non possano più essere letti come questioni settoriali, ma come esito di interazioni complesse tra dimensioni economiche, sociali e spaziali».
Il rapporto introduce infine un tema delicato: la finanziarizzazione delle trasformazioni urbane. Accanto alle risorse pubbliche, i processi di rigenerazione mobilitano sempre più capitali privati e strumenti orientati alla valorizzazione immobiliare. Questa dinamica può ampliare le possibilità di intervento, ma apre anche una tensione tra attrazione degli investimenti e produzione di valore pubblico.
Quattro le tensioni strutturali che si rintracciano nelle conclusioni del rapporto in relazione al futuro delle politiche urbane: lo scarto tra visioni strategiche di lungo periodo, logiche di spesa e attuazione spesso accelerate; la distanza tra problemi urbani sempre più integrati e politiche ancora frammentate; il divario tra responsabilità crescenti e strutture amministrative limitate; infine, il ruolo della conoscenza dei dati, sempre più centrali ma da tenere dentro processi decisionali democratici.
In copertina: Ricomporre visioni di città © IFEL

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