
Emergenze, dal rischio al piano nazionale che ancora manca
Dal libro di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi all’iniziativa di Ance Abruzzo
«Siamo un Paese naturalmente vocato al rischio: purtroppo non ci manca nulla». Erasmo D’Angelis sintetizza così la fotografia da cui prende le mosse Fuori dalle emergenze, il libro scritto con Mauro Grassi che ha dato il titolo e l’impostazione al primo appuntamento del ciclo “I costruttori oltre il costruire”.
Il volume propone di affiancare all’efficienza italiana nella gestione delle calamità una politica permanente di prevenzione civile. Non un nuovo programma straordinario, ma una struttura nazionale capace di tenere insieme conoscenza, investimenti, governance e continuità amministrativa.
D’Angelis, presidente della Fondazione Earth and Water Agenda e direttore di Greenreport, ha ricordato che l’Italia concentra 636mila delle 750mila frane censite nei Paesi europei. Il territorio nazionale conta 7.644 corsi d’acqua, dei quali circa 1.200 a regime torrentizio: «Se piove troppo fuoriescono, se non piove spariscono».
A questa fragilità naturale si sommano le trasformazioni prodotte dall’uomo. La superficie edificata è passata dal 2,8% del 1956 all’8,3% di oggi, con circa 30mila chilometri di corsi d’acqua intubati sotto le aree urbane. «Mettere in sicurezza le nostre città significa lavorare sulle infrastrutture, sulle canalizzazioni e su tantissime soluzioni», ha detto D’Angelis con riferimento alle cosiddette città-spugna, alle casse di espansione, a invasi e all’adattamento delle aree costiere. «Le tecnologie italiane lavorano in Giappone, California e Taiwan. Dobbiamo richiamarle anche in patria».
Per Mauro Grassi, direttore della Fondazione EWA, il primo limite è culturale. «Abbiamo più di 7.500 piani comunali di protezione civile, ma quasi nessuno conosce quello del proprio Comune». Senza consapevolezza del rischio, ha osservato, manca anche la pressione necessaria perché la prevenzione diventi una priorità politica.
Il secondo nodo è la governance. «Una cabina di regia funziona se c’è un regista», ha affermato Grassi, chiedendo un soggetto nazionale dotato della legittimazione necessaria per coordinare, indirizzare e controllare gli interventi. A questo deve affiancarsi un finanziamento strutturale: «Meglio spendere tre miliardi per trent’anni che cento miliardi in tre anni».
La stima proposta dagli autori è di 450 miliardi in quindici anni per affrontare complessivamente rischio sismico, alluvioni, frane, incendi e vulcani.
Considerando circa 10 miliardi già spesi ogni anno, servirebbero altri 20 miliardi annui, pari allo 0,8% del Pil. Per l’Abruzzo, la quota indicata è di circa 400 milioni di investimenti aggiuntivi all’anno. Dal libro, il confronto si è spostato sugli strumenti operativi. Luigi Ferrara, economista e capo del Dipartimento Casa Italia, ha indicato la conoscenza come «la prefazione» necessaria a qualsiasi piano. «Dobbiamo conoscere il nostro territorio», ha detto, annunciando una mappatura multirischio che incrocia i dati sulla pericolosità con quelli catastali relativi agli edifici. L’obiettivo è costruire una griglia nazionale composta da celle di un chilometro per un chilometro, capace di mostrare dove concentrare gli interventi. Una base informativa utilizzabile da Comuni, Regioni e amministrazione centrale per definire priorità e programmare nel lungo periodo. «Investire in prevenzione significa soprattutto evitare i morti», ha ricordato Ferrara, citando il caso di Norcia, dove gli interventi realizzati dopo il sisma del 1997 hanno contribuito a evitare vittime negli eventi successivi.
Tra gli altri, Gianluca Loffredo, fisico e ingegnere, subcommissario per il sisma 2016 e per l’alluvione dell’Emilia-Romagna, ha invece distinto nettamente i due tipi di ricostruzione. Nel sisma il danno interessa soprattutto edifici e infrastrutture; nel dissesto idrogeologico il tema decisivo è la realizzazione di grandi opere di mitigazione, come casse di espansione e vasche di laminazione. Da questa differenza nasce la proposta dei «piani di non ricostruzione».
«Cerchiamo di capire ciò che occorre veramente al territorio», ha detto Loffredo. Non tutti gli edifici pubblici danneggiati devono necessariamente essere ripristinati nella stessa funzione e nello stesso luogo: prima di utilizzare le risorse occorre valutarne l’utilità futura, le condizioni demografiche e la possibilità di delocalizzare.
La governance sperimentata dopo il sisma del 2016 resta, invece, trasferibile: un sistema multilivello nel quale il livello centrale sostiene quello locale quando le capacità tecniche e amministrative non sono sufficienti. «Gli approcci sono sovrapponibili nella governance, ma molto diversi negli strumenti», ha concluso Loffredo. Il passaggio fuori dalle emergenze comincia proprio da questa distinzione: non applicare una soluzione unica, ma programmare prima che il rischio diventi nuovamente danno.

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