12-03-2026 Mila Fiordalisi 2 minuti

Intervista a Carlo Ratti: «Urban AI, basta non farsi travolgere dai dati»

L’architetto e docente del Mit di Boston invita a riflettere sui benefici concreti dell’intelligenza artificiale al servizio della città.

«Il problema, oggi, non è che alle città manchino i dati, ma che rischino di soffocarci sotto. Accumulare è facile e giudicare è difficile, e il database è diventato uno dei modi preferiti dal mondo contemporaneo per evitare di pensare». E a proposito di pensare è questa la tesi dell’architetto e professor Carlo Ratti, socio fondatore dello studio di architettura e innovazione CRA-Carlo Ratti Associati, che oltre a Torino ha sedi New York City e Londra, nonché docente al Massachusetts Institute of technology (Mit) di Boston e direttore del Senseable city lab.


Si fa sempre più strada il concetto di Urban AI: l’intelligenza artificiale a servizio delle città. Ma è un concetto interpretato in modi diversi e appare al momento un hype cavalcato da molti, ma spesso poco concreto.


Ratti, come interpreta il concetto di UrbanAI?

Proprio come un hype.

Le pubbliche amministrazioni, soprattutto quelle più piccole, hanno le competenze adeguate per gestire la sfida dell’intelligenza artificiale? E come fare a spingere l’innovazione?

La risposta non è chiedere a ogni Comune di fingersi una start-up, che è una delle più noiose illusioni del nostro tempo. Così come esiste una grande differenza tra un utilizzatore di ChatGpt e un impiegato di OpenAI, non dobbiamo pensare che tutti i comuni, anche quelli più piccoli, debbano essere grandi innovatori. Si tratta piuttosto di utilizzare al meglio gli strumenti esistenti, magari partendo dall’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dal pooling disponibile a livello nazionale, iniziato dal lavoro di Diego Piacentini.

Quali sono i benefici derivanti dall’uso dell’AI in ambito urbano e quali le principali criticità?

Il beneficio più evidente dell’AI in ambito urbano è di tipo diagnostico, il che può sembrare modesto finché non ci si ricorda di quanto danno urbano sia stato prodotto da persone che agivano in base all’intuizione, alla vanità o alla dottrina, quando avrebbero dovuto semplicemente prestare più attenzione. Come ho scritto di recente sul Guardian, in uno studio condotto con colleghi di Yale, Harvard e altre università abbiamo usato l’AI per confrontare riprese di spazi pubblici degli anni Settanta con video più recenti degli stessi luoghi a New York, Boston e Philadelphia, e abbiamo scoperto che oggi le persone camminano circa il 15% più velocemente, si fermano meno e hanno meno probabilità di formare coppie che poi proseguono insieme. Questo conta perché lo spazio pubblico è il luogo in cui la tolleranza si apprende non come un’astrazione, ma come abitudine alla prossimità. Il pericolo comincia quando l’AI inizia a prendersi un’autorità che non ha guadagnato, perché può rivelare pattern con enorme efficienza ma non può dirci quale forma di vita debba essere considerata desiderabile, e se si dimentica questa distinzione diventa molto facile che la diagnosi scivoli nella prescrizione.

Ci sono progetti a cui sta lavorando lo studio Carlo Ratti in ambito Urban AI?

Sì, ce ne sono diversi. Per esempio stiamo lavorando con il Comune di Napoli su Vela Celeste, uno degli edifici delle ex Vele di Scampia che resterà e verrà ristrutturato, per rendere il progetto più permeabile all’apporto pubblico. I residenti hanno contribuito con ricordi, frustrazioni e idee spaziali attraverso una piattaforma digitale, e l’AI ha aiutato a trasformare questi input dispersi in proposte visive che potevano poi essere discusse, contestate e riviste man mano che il progetto si sviluppava. Mi sembra importante perché troppo spesso l’architettura si è comportata come un monologo pronunciato dall’alto, completo di quella vecchia sicumera professionale secondo cui la forma, da sola, avrebbe sistemato la vita sociale. Qui il processo è aperto, e la tecnologia aiuta a dare forma a una conversazione che altrimenti resterebbe inascoltata.

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Mila Fiordalisi
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