Liberare il suolo dall’asfalto: la svolta del “depaving” nelle città italiane
Contro alluvioni e isole di calore la rimozione del cemento diventa la priorità per molti comuni. L’esempio di Genova, prima a livello nazionale
Non si tratta più di sensibilità ecologista, né di una preoccupazione confinata alle sole generazioni più giovani. Quella che emerge dall’ultimo rapporto Ipsos-Legacoop, presentato a Roma in occasione dell’incontro nazionale dell’Osservatorio sulla transizione ecologica nelle città, è una richiesta strutturale e geometrica: liberare spazio per la natura sacrificando il grigio. Gli italiani, stretti tra ondate di calore record e lo spettro sempre più frequente delle alluvioni, chiedono un cambio di paradigma radicale nell’urbanistica che metta al centro la permeabilità del territorio.
La parola d’ordine del nuovo urbanesimo è depaving: la rimozione di asfalto e cemento per restituire la terra alle piante e al ciclo naturale dell’acqua.
I dati della ricerca parlano chiaro: un cittadino su due considera prioritario riqualificare gli spazi pubblici con soluzioni naturali per ridurre l’impermeabilizzazione del suolo. In senso più ampio, l’89% degli intervistati esige più verde urbano e una drastica riduzione del consumo di suolo, mentre l’85% considera urgente lo sviluppo di misure di adattamento capaci di mitigare gli impatti idrogeologici e termici nei centri abitati.
Il termometro di questi giorni non mente. Città d’arte come Firenze sperimentano in modo amplificato l’effetto “isola di calore”, un fenomeno drammaticamente accentuato proprio dalle superfici asfaltate e dall’elevata densità edilizia. Dall’Ordine degli Ingegneri di Firenze arriva un monito chiaro per bocca di Stefano Corsi, coordinatore della commissione Ambiente ed Energia: «Le temperature estreme che stiamo vivendo dimostrano che non possiamo più affrontare ogni estate come una situazione straordinaria. Le ondate di calore stanno diventando una caratteristica frequente: serve passare definitivamente alla logica della prevenzione e dell’adattamento strutturale».
Per gli ingegneri, la vera sfida progettuale comincia proprio dal suolo. La ricetta tecnica per far respirare le città coincide perfettamente con il desiderio di depaving espresso dai cittadini: ridurre progressivamente le superfici asfaltate e impermeabili, sostituendole dove possibile con materiali drenanti, soluzioni bioclimatiche e coperture verdi.
Non si tratta semplicemente di piantare alberi in vasi di cemento, ma di attuare una chirurgia urbana profonda. Smantellare l’asfalto stradale nei quartieri più densamente edificati, nei parcheggi e nelle piazze permette di attivare l’evapotraspirazione delle piante (che abbassa le temperature) e consente al terreno di agire come una spugna durante le piogge torrenziali, evitando il collasso delle reti fognarie. Gli ingegneri invocano una visione di area vasta: trasformare i vuoti urbani e le aree dismesse in un’infrastruttura verde metropolitana continua, un corridoio ecologico che connetta il centro cittadino alla campagna periurbana.
Se la cornice scientifico-istituzionale si consolida attorno al lavoro dell’Osservatorio nazionale (che riunisce partner come Enea, Ispra, Cassa depositi e prestiti e oltre 60 comuni), sul territorio il depaving assume spesso i connotati della rigenerazione partecipata e dell’innovazione sociale. Durante la recente Milano green week, l’incontro promosso dalla Fondazione Alia Falck ha dimostrato come sostituire il cemento con la terra sia un formidabile motore di coesione sociale e salute mentale. E nelle ultime settimane una serie di annunci fanno ben sperare.
La vera svolta burocratica arriva da Genova, che si attesta come la prima città in Italia a inserire ufficialmente il depaving all’interno del proprio piano urbanistico comunale (puc).
«Non basta più parlare di riduzione del consumo di suolo, dobbiamo invertire la rotta», ha dichiarato la sindaca Silvia Salis, evidenziando come, grazie al lavoro dell’assessorato all’Urbanistica di Francesca Coppola, il suolo venga finalmente trattato come un ecosistema da proteggere e il verde come un’infrastruttura sociale e climatica. La campagna genovese partirà da Cornigliano, quartiere storicamente gravato da un pesante tributo ambientale: qui, con un investimento di oltre 3 milioni di euro, il cemento davanti a Villa Bombrini lascerà il posto a un grande parco di oltre 13 ettari. Il nuovo puc prevede inoltre incentivi specifici per l’edilizia pubblica e privata che sceglierà di de-impermeabilizzare.
Un esempio plastico di questa strategia è stato inaugurato appena pochi giorni fa a Roma, a piazzale Clodio. Qui, all’incrocio con viale Mazzini, un’area precedentemente soffocata da asfalto, cartelloni pubblicitari e parcheggi abusivi è stata completamente scoperchiata e trasformata in un’area verde dotata di pavimentazioni drenanti e nuove piante. All’inaugurazione, il sindaco Roberto Gualtieri e l’assessora all’Ambiente Sabrina Alfonsi hanno sottolineato la natura non più rimandabile di simili interventi: «Siamo di fronte a dei cambiamenti irreversibili che richiedono di ridurre la superficie di asfalto e aumentare la superficie verde e permeabile per abbassare le temperature. Il depaving è essenziale in questi giorni di altissime temperature». L’intervento romano dimostra come la rimozione dell’asfalto non risponda solo a un’istanza climatica, ma permetta anche di sanare ferite urbanistiche storiche, completando ad esempio il disegno originario del viale concepito dall’architetto Raffaele De Vico.
Milano consolida la sua leadership tecnica applicando i principi del proprio piano aria e clima. Dal 2022 a oggi, il capoluogo lombardo ha de-impermeabilizzato oltre 50mila mq di territorio (di cui oltre 20mila mq di nuovo verde e 30mila mq di superfici drenanti). La vera svolta strategica è arrivata a metà giugno: l’amministrazione ha individuato 27 nuove aree destinate a futuri interventi di depaving, che si sommano ai 27 cantieri già in corso o programmati.
La transizione ecologica delle città non è dunque un concetto astratto, ma un’azione fisica che parte dal basso, nel senso più letterale del termine.
Come ricordato da Riccardo Sorichetti, direttore generale della Fondazione Alia Falck, la sfida contemporanea consiste nel mettere a sistema queste pratiche di rinaturalizzazione, affinché non restino esperimenti isolati. Per trasformare il depaving da azione locale a strategia nazionale serve ciò che il 90% degli italiani chiede a gran voce: norme stabili, finanziamenti pubblici dedicati e competenze tecniche all’altezza della sfida climatica.
La mappa dell’Ispra, segnali allarmanti. Per monitorare le aree da de-impermeabilizzare sono a disposizione le mappe ufficiali dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che tracciano il consumo di suolo e i progetti locali attivi. Stando ai dati presentati lo scorso ottobre (i più aggiornati) in Italia il consumo di suolo registra una forte e preoccupante accelerazione. In un anno le nuove coperture artificiali hanno occupato ulteriori 83,7 kmq di territorio, con una media di 22,9 ettari al giorno (+15,6%) e un ritmo di perdita pari a 2,7 mq al secondo. Questo incremento si colloca nettamente al di sopra della media registrata nel periodo 2012-2023. Il fenomeno è solo minimamente compensato dal ripristino di aree naturali e dalle azioni di de-impermeabilizzazione, pari a poco più di 5 kmq. Di conseguenza, il consumo netto di suolo si attesta a 78,5 kmq (21,5 ettari al giorno), segnando il valore più alto degli ultimi 12 anni e allontanando il Paese dagli obiettivi di azzeramento. A preoccupare è anche l’impermeabilizzazione complessiva, cresciuta di 24,5 kmq a causa della componente permanente e della progressiva sigillatura del territorio.
In copertina: Foto di Natalia Sevruk da Pexels

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