Biennale Architettura 2027: Wang Shu e Lu Wenyu portano Venezia nella “realtà reale”

19-05-2026 Luigi Rucco 3 minuti

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Biennale Architettura 2027: Wang Shu e Lu Wenyu portano Venezia nella “realtà reale”

Il presidente Buttafuoco: «Un invito alla coesistenza tra natura e artificio, innovazione e memoria, progetto contemporaneo e culture locali»

Presentata la ventesima mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia, in programma dall’8 maggio al 21 novembre 2027. Svelato il titolo: Do Architecture. La possibilità di coesistenza nella realtà reale. A curarla saranno Wang Shu e Lu Wenyu, fondatori di Amateur Architecture Studio, chiamati a guidare una Biennale che dichiara fin dal titolo una posizione netta: riportare l’architettura dentro il mondo, fuori dalle astrazioni, dalle immagini preconfezionate e dalle retoriche autoreferenziali.


La presentazione arriva dopo un’edizione 2025 che ha superato i 300mila visitatori, con una presenza significativa di under 26, confermando l’estensione del dibattito architettonico oltre il perimetro degli addetti ai lavori.


Un dato che rafforza l’idea della Biennale come luogo di confronto civile, capace di intercettare questioni che riguardano non solo la disciplina, ma il modo in cui le società abitano, trasformano e custodiscono i propri territori. «Biennale si conferma luogo dove trova piena espressione la civiltà – dichiara il presidente Pietrangelo Buttafuoco – e dove il contributo di ogni edizione entra nel dibattito globale, offrendo un punto di vista vitale e aprendo un dialogo capace di immettere elementi di novità, anche in contrasto con le direzioni verso cui sembra muoversi una parte del mondo».


«Crediamo che l’architettura non sia soltanto qualcosa di cui discutere, ma soprattutto qualcosa da fare in prima persona. La filosofia dell’architettura è, prima di tutto, una filosofia applicata: una pratica che affronta la realtà reale, in luoghi reali, attraverso costruzioni reali», ha commentato Wang Shu, Pritzker architecture prize nel 2012.


Coesistere e fare, in questo senso, non significa arretrare o rifugiarsi in una dimensione nostalgica, ma accettare la complessità del reale e provare a far coesistere le diversità: il rapporto tra memoria e innovazione, l’efficienza contemporanea e la sapienza artigianale, la conservazione dei villaggi e le forme di sviluppo massivo, il dialogo tra grandi studi e architetture minori, fino all’uso dell’intelligenza artificiale come nuovo strumento di quotidianità.

Dopo la kermesse ideata da Carlo Ratti la Biennale 2027 sembra così proporsi come un dispositivo critico per fare domande alle inerzie che orientano la trasformazione dello spazio costruito. Non si tratta soltanto di progettare nuovi edifici, ma di capire quali forme di responsabilità l’architettura possa assumere davanti ai conflitti ambientali, sociali e culturali del presente.


Una responsabilità che la curatrice Lu Wenyu vuole sottolineare: «Il progresso ha consegnato agli architetti un potere enorme, che impone però una domanda etica: come progettare senza distruggere e senza distaccarsi dalla realtà? Così l’architettura può mantenere il proprio significato nell’era della saturazione tecnologica, e l’umanità può conservare, attraverso di essa, un valore concreto».

In questa prospettiva Venezia non sarà uno sfondo, ma uno dei temi centrali della mostra. «È la città simbolo della fragilità – prosegue Wang Shu – della memoria e della tutela. Qui è nata la Carta di Venezia, simbolo di protezione di un patrimonio architettonico importante ma fragile». “Do Architecture” assume così il significato di un invito all’azione.


Non un’architettura soltanto discussa, rappresentata o concettualizzata, ma un’architettura del fare, capace di affrontare la realtà attraverso il dialogo tra soggetti diversi.


«Wang Shu e Lu Wenyu riportano l’architettura alla sua dimensione più concreta, fisica e necessaria – sottolinea Buttafuoco – quella del costruire in relazione diretta con la terra, con i materiali, con le comunità e con la realtà dei luoghi. Il loro pensiero riafferma il valore del “fare” come atto culturale, etico e costruttivo, rifuggendo la spettacolarizzazione e la standardizzazione globale».

La scelta dei due progettisti cinesi conferma questa traiettoria. Da oltre venticinque anni il loro lavoro indaga la frattura della Cina contemporanea tra velocità dello sviluppo e forme dell’abitare. Nei loro progetti — dal Museo storico di Ningbo al campus di Xiangshan della China Academy of Art, fino a Tiles Hill a Hangzhou — riuso dei materiali, memoria dei luoghi e tecniche costruttive artigianali diventano strumenti per connettere passato e presente, città e campagna, naturale e artificiale.

A partire dalla 20. Mostra di Architettura, inoltre, la Biennale sarà trilingue, includendo anche la lingua cinese. Una scelta che rafforza il carattere internazionale della mostra e riconosce la centralità di un confronto culturale sempre più plurale.

In copertina The National Archives of Publications and Culture in Hangzhou © Wang Dachou

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Luigi Rucco
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