
L’Aquila oltre la ricostruzione, Biondi: Il pubblico deve dettare le traiettorie di sviluppo
Il sindaco all’iniziativa di Ance Abruzzo: Non basta ricostruire i volumi, bisogna ricostruire la comunità
Dopo oltre quindici anni di ricostruzione, per L’Aquila – che quest’anno è capitale italiana della cultura – si apre una questione che va oltre il recupero del patrimonio edilizio: come utilizzare gli spazi restituiti alla città, quali funzioni insediare e attraverso quali strumenti di governance sostenere lo sviluppo del territorio. È su questi interrogativi che si è concentrato l’intervento del sindaco Pierluigi Biondi all’incontro “Costruire città future. Città medie, innovazione e nuovi modelli di governo urbano”, promosso da Ance Abruzzo e Ance L’Aquila, in collaborazione con il Comitato di coordinamento per L’Aquila Capitale 2026.
Biondi ha posto al centro del suo intervento il rapporto tra trasformazione fisica, ricostruzione socioeconomica e capacità delle istituzioni di orientare gli investimenti.
«Per troppo tempo si è pensato che le imprese e i professionisti in questa città fossero solamente i terminali di un processo economico», ha osservato il sindaco, richiamando una concezione della ricostruzione circoscritta al finanziamento, alla progettazione e alla realizzazione degli interventi. Il fatto che oggi il sistema delle costruzioni continui a confrontarsi sul futuro urbano rappresenta, secondo Biondi, un cambio di prospettiva: interrogarsi non soltanto sugli edifici ricostruiti, ma sul loro utilizzo e sull’impatto che potranno generare. «Oltre a ricostruire la città, ricostruire anche la comunità», è la sintesi proposta dal primo cittadino.
Un’impostazione che affonda le radici nelle scelte maturate durante il lungo percorso successivo al terremoto del 2009. Biondi ha ricordato la battaglia condotta dai sindaci dei piccoli comuni del cratere per destinare una quota delle risorse, il cosiddetto 4%, alla ricostruzione socioeconomica, affiancando agli interventi materiali misure per sostenere la ripresa dei territori. Scelta legata alla specificità dell’Aquila come città media, appenninica e delle aree interne, il cui sistema di relazioni si estende oltre i confini amministrativi del capoluogo.
«Riuscimmo a spuntare appunto questo principio che la ricostruzione non poteva essere solamente un processo burocratico amministrativo», ha ricordato Biondi. Una distinzione che rimane attuale nella fase in cui gli interventi edilizi si avvicinano al completamento, mentre resta aperta la questione delle attività, dei servizi e delle opportunità da sviluppare negli immobili recuperati.
In questo quadro si inserisce anche la scelta di puntare sulla cultura come leva di sviluppo. Per il sindaco, il riconoscimento dell’Aquila come Capitale Italiana della Cultura 2026 non può essere separato dal percorso di ricostruzione e dalla necessità di rafforzare l’identità territoriale.
«La cultura è un’infrastruttura, io aggiungo un’infrastruttura sociale», ha affermato, spiegando come la conoscenza della storia e delle tradizioni contribuisca a costruire il rapporto tra cittadini e luoghi.
«Il pubblico ha la necessità di interrogarsi, di programmare, di immaginare, di dettare le traiettorie di sviluppo, di costruire anche una visione e la fiducia nei cittadini», ha sottolineato. Allo stesso tempo, le istituzioni hanno il dovere di confrontarsi con interessi, competenze e necessità differenti. Il contributo del privato non si esaurisce quindi nell’esecuzione delle opere, ma comprende esperienze e proposte utili a definire le prospettive del territorio.
Il sindaco ha richiamato, a questo proposito, il ruolo delle imprese e dei professionisti nella ricostruzione aquilana, caratterizzata dalla necessità di intervenire su un patrimonio edilizio eterogeneo, con soluzioni progettuali e tecniche differenti per ciascun edificio. «È una ricostruzione fatta di sperimentazione continua. Nessun palazzo è uguale a se stesso», ha osservato Biondi, sottolineando come l’insieme delle esperienze maturate abbia prodotto un patrimonio di conoscenze non soltanto edilizie, ma anche urbanistiche, sociali e antropologiche.
Un’esperienza che, secondo il sindaco, ha suscitato anche l’interesse di delegazioni internazionali, a partire da quelle giapponesi, venute all’Aquila per conoscere il processo di ricostruzione e le modalità di intervento sul patrimonio esistente.
Il cantiere più grande d’Europa si misura anche con l’entità delle risorse pubbliche mobilitate dal 2009, con 25 miliardi di euro di stanziamenti complessivi da parte dei diversi governi, inclusi gli ultimi finanziamenti per la ricostruzione e l’emergenza. Una dimensione economica che rende ancora più centrale il tema della capacità di trasformare l’investimento edilizio in un processo duraturo di sviluppo socioeconomico.
Rimane aperta la sfida del dopo-ricostruzione: definire le funzioni degli spazi recuperati, consolidare la collaborazione tra istituzioni e operatori economici e individuare una traiettoria di sviluppo coerente con le caratteristiche del territorio. È in questa fase che si colloca anche il programma dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, in una città che Biondi descrive come sempre più inserita nelle relazioni europee e internazionali, anche attraverso la presenza di studenti e visitatori. «L’antico contiene il contemporaneo», ha concluso il sindaco riprendendo una definizione di Pierangelo Buttafuoco. Un rapporto tra patrimonio storico e nuove funzioni urbane che rappresenta uno dei principali temi con cui L’Aquila è chiamata a confrontarsi nei prossimi anni.









