A Catania il recupero del patrimonio pubblico torna spazio del possibile e dell’etica
A Catania il recupero del patrimonio pubblico torna spazio del possibile e dell’etica
Rigenerazione, dignità collettiva e lotta alla povertà educativa attraverso nuovi luoghi di dignità nel sesto workshop dell’Agenzia del Demanio in partnership con l’Ateneo
La domanda da cui partire è semplice, ma decisiva: che cosa può fare l’immobile pubblico per preparare la città del futuro e ricucire gli strappi del tessuto urbano?
Il patrimonio immobiliare pubblico non è soltanto un bene da amministrare, ma una leva per orientare la trasformazione urbana verso il benessere delle persone, la qualità della vita e la coesione dei territori. Perché questo accada, serve un approccio multidisciplinare, capace di mettere in dialogo competenze, istituzioni, comunità e luoghi. In questa prospettiva, l’università e i luoghi della conoscenza assumono un ruolo fondamentale: non per aggiungere nuovi livelli di pianificazione, ma per costruire occasioni di confronto, ascolto e condivisione, capaci di avvicinare il patrimonio pubblico ai bisogni reali della città.
È in questa direzione che si inseriscono i Piani Città degli immobili pubblici promossi dall’Agenzia del Demanio, strumento di analisi e pianificazione integrata che mette in relazione il patrimonio dello Stato con le vocazioni, le fragilità e le trasformazioni dei territori raccontanti nei tanti workshop in giro per l’Italia.
Il 20 maggio 2026, presso l’Aula Santo Mazzarino del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania, nel Monastero dei Benedettini, in piazza Dante 32, l’Agenzia del Demanio, in collaborazione con l’Ateneo, ha promosso il sesto workshop rivolto a studenti, professionisti e ricercatori dedicato al tema “Responsabilità etica per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato”. L’ultima tappa di un roadshow primaverile, che continuerà in autunno con la ripresa dell’anno accademico.
Dopo i saluti istituzionali della prorettrice dell’Università di Catania, Lina Scalisi, nel primo tavolo è stato affrontato il tema de “La collaborazione tra istituzioni: il Piano Città degli immobili pubblici”, a seguire, Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio, ha illustrato la nuova visione dell’Agenzia che pone al centro la persona, e quindi tanto i bisogni quanto le aspirazioni della collettività locale. Nel racconto del Piano Città di Catania, il contributo di Fabrizio Tucci, professore dell’Università La Sapienza di Roma e responsabile della Qualità della progettazione dell’Agenzia del Demanio, si è focalizzato sugli strumenti che consentono di analizzare, pianificare e indirizzare l’insediamento delle funzioni pubbliche sul territorio, agendo su tre macro-ambiti: rigenerazione urbana, sfide ambientali, obiettivi di sviluppo e socioculturali.
Per Carlo Colloca, docente di sociologia urbana ed esperto di progettazione sociale del territorio dell’Università degli Studi di Catania, bisogna prendersi cura dei bisogni del territorio.
Trasformare il patrimonio pubblico significa ricollocarlo nello spazio del possibile: non solo recuperare luoghi e funzioni, ma riconoscere un valore simbolico capace di attivare azioni a impatto sociale. Sono trasformazioni che incidono sul decoro urbano, inteso non come semplice qualità estetica, ma come condizione di dignità collettiva. Al centro di questo processo c’è il contrasto alla povertà educativa, fenomeno complesso che intreccia qualità dell’abitare, fragilità sociali e disagio psicofisico, e che richiede spazi pubblici più accessibili, curati e capaci di generare opportunità.
«Costruire il futuro attraverso le scelte del presente, è questa la responsabilità delle istituzioni, dei tecnici e delle nuove generazioni», secondo il professore dell’Università degli Studi di Catania, Paolo La Greca. Il patrimonio dello Stato non è soltanto memoria del passato: è identità collettiva, valore pubblico e responsabilità verso il futuro. Ogni scelta che riguarda i beni pubblici deve quindi essere valutata non solo per i benefici immediati che produce, ma anche per gli effetti che lascia alle generazioni future.
«In questa prospettiva assume un ruolo centrale la Valutazione di impatto generazionale, uno strumento che invita a chiedersi se le decisioni di oggi rafforzino o compromettano le opportunità di chi verrà dopo di noi. La sostenibilità, infatti, non può essere considerata solo come un principio ambientale, ma come una concreta forma di giustizia intergenerazionale», spiega.
Il patrimonio pubblico diventa così un campo di azione strategica. Una gestione responsabile può generare sviluppo sostenibile, coesione sociale, qualità della vita e nuove opportunità per i territori. Al contrario, una gestione miope rischia di trasferire al futuro costi economici, ambientali e culturali difficili da sostenere. Governare il territorio significa assumere decisioni con uno sguardo lungo. Il territorio non è solo un insieme di luoghi fisici, infrastrutture o paesaggi: è il prodotto storico della relazione tra comunità, ambiente, natura e cultura. Sono le società che, abitandolo, costruiscono buone o cattive relazioni con i luoghi. «Per questo la pianificazione urbanistica ha oggi – dice – un compito più complesso rispetto al passato: deve tenere insieme più cose. Non può agire dall’alto, ma deve costruirsi attraverso il dialogo tra discipline, competenze, istituzioni e comunità». Un’attenzione particolare va rivolta alle periferie, che non devono essere considerate margini o luoghi della disattenzione, ma spazi in cui si misura la capacità delle istituzioni di generare servizi, appartenenza, prossimità e fiducia. «È qui che le politiche pubbliche mostrano la loro reale efficacia». In conclusione, tre verbi possono orientare questa responsabilità: ascoltare, ricucire, garantire. Ascoltare significa costruire processi reali e partecipati. Ricucire significa trasformare le fratture urbane e sociali in connessioni. Garantire significa dare continuità alle politiche pubbliche, tutelando beni comuni come casa, salute, mobilità, spazio pubblico e ambiente.
Per Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, l’interiorità è l’energia immateriale da cui discende tutto il resto, compresa l’etica. È il luogo profondo della coscienza, del senso di responsabilità, della libertà personale.
Mancuso richiama il “miracolo dell’universo”, inteso in senso scientifico, e il sentimento del mistero evocato da Norberto Bobbio nella sua ultima lettera: “Non mi considero né ateo né agnostico (…) so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo…”. Da qui il passaggio all’etica. In Sicilia, ricorda Mancuso, molte figure hanno dato la vita per la propria terra. Ma oggi, osserva, anche l’etica rischia di crollare. Il diritto regge perché prevede sanzioni; l’etica, invece, chiama in causa la coscienza.
La domanda decisiva è: perché comportarsi bene quando nessuno ci vede? Le parole, per Mancuso, sono “esami del sangue”: rivelano lo stato della nostra interiorità. Anche il linguaggio mostra una crisi profonda, perché spesso la bontà viene percepita come debolezza, mentre la cattiveria come forza. Ma c’è sempre l’etica. E l’etica non è un’invenzione dei deboli. Non coincide con il diritto, non nasce dai codici. L’etica è disarmata: nasce da un sentimento interiore che spinge ad agire. «Il patrimonio dello Stato non riguarda solo i beni immobili, ma anche i valori. È molto bello che lo Stato si occupi di restaurare gli immobili, ma deve restaurare anche i valori». Senza valori non c’è politica, perché la buona politica è gestione responsabile della società. Le cose essenziali della vita, sottolinea Mancuso, sono semplici. E in questa prospettiva aveva ragione Marco Aurelio: «Siamo nati per darci aiuto reciproco; è contro natura andare l’uno contro l’altro».
In copertina: Catania © Foto di Oscar M da Pexels

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