Architettura italiana: il divario retributivo penalizza ancora le professioniste
Nel rapporto di Cnappc e di Format Research il punto sulle pari opportunità. Solo il 2,4% raggiunge i redditi più alti, anche se si laureano con voto più alto dei colleghi uomini.
Ci sono voluti 25 anni perché una donna, Zaha Hadid, venisse premiata per i suoi meriti professionali, con il Premio Pritzker. Sono invece sei, su 50 vincitori complessivi, le progettiste che lo hanno vinto nei 20 anni successivi. Una questione di meritocrazia, di diritto di rappresentanza e di superamento degli stereotipi, racconta la vicepresidente del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori (Cnappc), Alessandra Ferrari nel panel del convegno “Pari opportunità tra presente e futuro. La condizione femminile nell’architettura italiana”. Evento dove è emerso come il clamoroso divario retributivo, raccontato con i dati dell’indagine “La condizione femminile nell’architettura italiana”, sia l’iceberg di una frattura nel mondo del lavoro del nostro Paese.
Le architette guadagnano significativamente meno dei loro colleghi maschi, sia nel lavoro dipendente che autonomo. Solo il 2,4% delle donne raggiunge i redditi più alti (oltre 60mila euro), un dato che si confronta con il 6% degli uomini. Ma la disparità diventa ancora più marcata nel lavoro autonomo, dove solo il 7,6% delle professioniste arriva alla fascia più alta, contro il 20% degli uomini. La situazione è altrettanto drammatica per i redditi bassi, con il 18,2% delle architette autonome che si collocano nelle fasce inferiori, rispetto al 14,9% degli uomini. Un dislivello che non lascia spazio a interpretazioni: le donne nell’architettura continuano a essere nettamente svantaggiate.
Il Gruppo Pari Opportunità dell’istituzione ordinistica, attraverso la redazione e l’invio nel 2025 a tutti gli Ordini territoriali di un apposito questionario, ha voluto approfondire, con la collaborazione dell’Istituto di ricerca Format Research, il tema nell’ambito della professione che vede 154.117 iscritti all’Albo unico, dei quali 70.473 donne e 83.644 uomini.
La rilevazione – i cui dati sono stati incrociati con quelli dell’Istat, del ministero dell’Università e della Ricerca, di Almalaurea e di Inarcassa – è stata effettuata su un campione di 2.832 iscritti, donne e uomini, suddivisi per area geografica nord-ovest, nord-est, centro, sud e isole, delle classi di età 18-30 anni, 31-40 anni, 41-50 anni, 51-60 anni, 61-70, oltre 71 anni.
Nello specifico, nel lavoro dipendente, la quota di donne che dichiara di aver subito discriminazioni raggiunge il 68,4%, quasi il doppio rispetto agli uomini (37,1%). Il divario si amplia ulteriormente nel lavoro autonomo: il 78% delle professioniste afferma di aver sperimentato forme di discriminazione, contro il 28% degli uomini. Per quanto riguarda la tipologia di discriminazioni quella di percepire una retribuzione inferiore rispetto ai colleghi raggiunge, nel lavoro dipendente, il 46,8% del campione. Non mancano difformità di trattamento, sempre nel lavoro dipendente, legate a mansioni, inferiori o inappropriate rispetto a inquadramento contrattuale e qualifica, e forme di discriminazione come mobbing e mancato accesso a congedi e permessi dei quali si ha diritto. Diversa la situazione nel lavoro autonomo dove, nel 41,26% dei casi, la principale discriminazione percepita è quella retributiva insieme al mancato riconoscimento, o alla diversità di trattamento, delle donne rispetto agli altri professionisti del settore.
«Dati significativi per un settore, quello dell’architettura e dei servizi tecnici, che rappresenta una componente molto importante del sistema professionale italiano, infatti secondo gli ultimi dati disponibili operano in Italia oltre 241 mila imprese nel campo degli studi di architettura, ingegneria e analisi tecniche, con più di 343 mila addetti complessivi. Ora è vero che le imprese italiane sono oltre 6 milioni, ma parliamo di tutti i codici Ateco. Pensare che ci siano 241 mila imprese in questo settore significa parlare di un settore comunque importante», spiega Maria Francesca Atzeni, direttrice di ricerca format Research.
«La dimensione è culturale, sia nell’ambito del contesto istituzionale sia nell’ambito professionale. L’educazione al tema e il monitoraggio delle disuguaglianze sono le azioni da compiere se si vuole incidere», spiega Massimo Crusi, presidente del Cnappc. «Nel nuovo Codice deontologico del 2024 – afferma – è stato introdotto il concetto del riconoscimento della parità di genere nell’ambito dell’architettura. Un principio che impegna il professionista a promuovere nel proprio ambiente un lavoro inclusivo e rispettoso, in cui uomini e donne devono avere le stesse opportunità. Infine, sempre nel Codice è stato regolamentata l’elezione degli organi dell’Ordine sulla base di tali principi», conclude. Dal questionario emerge, dunque, come le difficoltà affrontate dalle donne siano di natura contributiva, contrattuale e mansionaria. Ma anche di riconoscimento di ruoli e posizioni.
«Per quanto riguardo la mia esperienza –interviene Guendalina Salimei, prima curatrice donna del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia 2025 – per la scelta della curatela al Padiglione Italia è stato favorevole il fatto che fosse stato bandito un concorso», spiega. Una difficoltà, quella di emergere, nonostante i dati sulla preparazione professionale e sulla formazione.
I dati del MUR rilevano, ad esempio, un sensibile aumento delle donne iscritte ai corsi di laurea in architettura che ad oggi rappresentano il 53,9% del totale dei nuovi iscritti, mentre gli uomini sono il 46,1%.
Non solo. Secondo gli ultimi dati di Almalaurea, le studentesse conseguono risultati importanti anche nelle performance educative. Raggiungono posizioni migliori rispetto agli universitari di sesso maschile con un’età alla laurea più bassa (26,1 anni contro 26,8), una maggiore percentuale di laureati in corso (39,9% rispetto al 36,8%) ed una maggiore frequenza alle lezioni universitarie (la percentuale di ragazze che frequentano oltre il 75% delle lezioni si attesta al 86,2% mentre nei ragazzi si ferma all’ 83,6%). Si laureano con voto di laurea più alto e con una media voto agli esami migliore dei loro compagni uomini, possono vantare maggiori esperienze di studio internazionali. Dunque, migliori performance ed una maggiore elasticità ad approcciarsi nel mondo del lavoro. Ma un risultato, non in linea: il tasso di occupazione ad un anno dal conseguimento del titolo è significativamente più basso.
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