Bologna cambia asse: dalla città del cibo alla città della conoscenza

23-07-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

23-07-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

Bologna cambia asse: dalla città del cibo alla città della conoscenza

Il focus nel secondo “Tavolo di lavoro con le Pubbliche amministrazioni” promosso da TEHA Group e PPAN nell’ambito della Community Valore Rigenerazione Urbana

Più protagonismo per le città e i Comuni nella gestione delle trasformazioni urbane e un cambio di paradigma: dalla città del cibo alla città della conoscenza. Il Comune di Bologna, ospite del secondo “Tavolo di lavoro con le Pubbliche amministrazioni” del 2026, ha raccontato il percorso di trasformazione del capoluogo emiliano e il ruolo assunto dall’amministrazione nella definizione delle priorità strategiche. L’appuntamento, promosso da TEHA Group e PPAN nell’ambito della Community Valore Rigenerazione Urbana in tandem con la città di Palermo


ha acceso i riflettori in particolare sullo sviluppo del TEK District – Technology, Entertainment, Knowledge –, il più grande progetto di rigenerazione urbana di Bologna. Un’area di 277 ettari che si estende lungo l’asse di via Stalingrado, tra Porta Mascarella e la Dozza, destinata a diventare un grande hub europeo dedicato all’innovazione


ai big data e all’intelligenza artificiale. «Abbiamo iniziato il mandato trovando una pianificazione strategica e alcuni strumenti urbanistici già definiti, compresi gli accordi relativi alle aree dismesse. Erano però il risultato di una precedente coalizione di governo», ha spiegato l’assessore all’Urbanistica Raffaele Laudani. La nuova amministrazione si è confrontata con una città dalla storia urbanistica importante, ma da tempo sostanzialmente ferma sul fronte delle trasformazioni di maggiore scala. Il 98% degli interventi previsti non supera infatti i 7mila metri cubi. Si tratta prevalentemente di operazioni di piccola dimensione, spesso accompagnate da tensioni con le comunità locali. Anche il comparto edilizio, dopo la crisi iniziata nel 2011, si è profondamente trasformato. Oggi gran parte degli imprenditori del territorio opera su iniziative di taglia medio-piccola. La pianificazione esistente aveva recepito questa struttura del mercato, costruendo un sistema di rigenerazione urbana basato soprattutto su interventi diffusi e contenuti. Il punto, oggi, è riequilibrare il rapporto tra le trasformazioni medio-piccole e quelle medio-grandi. In un contesto caratterizzato da una presenza ancora limitata della finanza immobiliare, il solo tessuto imprenditoriale locale non dispone infatti della forza necessaria per sostenere le operazioni più complesse. Il modello seguito in passato consisteva prevalentemente nell’ascoltare il mercato e nell’adattare di conseguenza gli strumenti urbanistici. La nuova amministrazione ha scelto di rovesciare questa impostazione, restituendo alla città un ruolo più incisivo nella definizione delle trasformazioni. «Noi abbiamo proposto un’impostazione diversa: è la città a individuare le dotazioni e le funzioni necessarie per le grandi aree strategiche, ad avviare i processi di trasformazione e, successivamente, a coinvolgere operatori privati coerenti con gli obiettivi pubblici definiti. Abbiamo cercato di sostanziare questa idea attraverso due progetti strategici: la Città della conoscenza e l’Impronta verde. Non soltanto interventi urbanistici, ma dispositivi attraverso i quali attivare politiche urbane più ampie», ha sottolineato Laudani.

Bologna è storicamente la città del sapere, grazie alla relazione secolare tra il tessuto urbano e l’Alma Mater Studiorum. Negli ultimi anni, tuttavia, la crescita della popolazione universitaria, l’arrivo di nuovi talenti e la centralità assunta dalla ricerca hanno ulteriormente rafforzato questa vocazione. La conoscenza viene così individuata come la chiave attraverso cui rileggere l’insieme delle politiche cittadine: dalla pianificazione urbanistica allo sviluppo economico, dall’attrazione degli investimenti alla capacità di richiamare persone, competenze e imprese. Non è casuale, in questo senso, che il sindaco abbia affidato a un filosofo non soltanto la delega all’Urbanistica, ma anche quelle relative alla scienza, alla ricerca e alla conoscenza. L’idea di fondo è che la conoscenza debba “informare” la città, nel duplice significato di darle forma e di orientare l’insieme delle politiche pubbliche. Anche la politica industriale del territorio è chiamata a trovare nella conoscenza il proprio vettore guida. «È una scelta non scontata, perché abbiamo ereditato una città costruita invece intorno al modello della città del cibo. Basti pensare al progetto FICO, dove la linea rossa del tram era stata concepita all’interno di quel modello», ha osservato l’assessore. La revisione degli indirizzi strategici ha comportato anche una ridefinizione delle priorità territoriali. L’asse dello sviluppo è stato progressivamente spostato dall’area di FICO verso la zona nord-occidentale della città, lungo quella che l’amministrazione definisce la Via della conoscenza e all’interno della quale si colloca il TEK District.

Il distretto concentra alcune delle principali infrastrutture scientifiche, tecnologiche e culturali della città, mettendo in relazione ricerca, università, imprese, produzione culturale e innovazione. Non si tratta quindi soltanto di riqualificare un’area, ma di costruire un ecosistema capace di sostenere la competitività di Bologna e di rafforzarne il posizionamento a livello nazionale ed europeo.


Alla Città della conoscenza si affianca l’Impronta verde, il secondo grande progetto strategico attraverso cui Bologna intende orientare il proprio sviluppo urbano.


L’obiettivo è costruire un sistema di connessioni ecologiche e di mobilità sostenibile organizzato intorno a sei grandi parchi urbani, in parte già esistenti, che saranno potenziati e messi in relazione tra loro. Alla base del progetto c’è un principio dichiaratamente politico: garantire a tutti i cittadini bolognesi il diritto di poter accedere facilmente ad almeno uno dei sei grandi parchi. Il verde non viene quindi considerato come una dotazione accessoria o come un insieme di interventi isolati, ma come un’infrastruttura urbana capace di incidere sulla qualità della vita, sull’adattamento climatico e sull’accessibilità degli spazi pubblici. Città della conoscenza e Impronta verde rappresentano così due facce della stessa strategia. Da una parte, l’innovazione, la ricerca e l’attrazione di investimenti e talenti; dall’altra, la qualità ambientale, le connessioni ecologiche e il diritto alla città. Sono interventi di trasformazione urbana e scelte strategiche che stanno cambiando Bologna, senza confondere la necessità di flessibilità e adattamento con la deregolamentazione. L’alternativa individuata dall’amministrazione consiste nel costruire nuovi strumenti attraverso i quali governare la trasformazione, orientando il mercato verso obiettivi pubblici riconoscibili. «Credo che ci sia un forte bisogno di rafforzare la capacità di governo delle trasformazioni da parte dei soggetti pubblici, in modo particolare delle città, che sono quelle che conoscono meglio le dinamiche territoriali del sistema», ha concluso Laudani.

In copertina: Bologna © Unsplash

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Francesca Fradelloni
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