Bologna, dalle caserme dismesse una nuova idea di patrimonio pubblico

28-07-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

28-07-2026 Francesca Fradelloni 4 minuti

Bologna, dalle caserme dismesse una nuova idea di patrimonio pubblico

Nella seconda tappa del ciclo di workshop dell'Agenzia del Demanio l’asse storico della città trasformato in una risorsa economica, culturale e identitaria per i bolognesi

Un arcipelago di vuoti urbani di circa trenta ettari complessivi, di cui le caserme Perotti, Stamoto e Staveco sono il caso più visibile. Per oltre un secolo Bologna è stata un nodo militare di prima grandezza, con caserme di artiglieria, distretti, presidi disseminati lungo l’asse storico della città. Oggi quell’eredità si è trasformata in spazi che valgono, in termini di potenziale valore immobiliare, decine di milioni di euro; in termini di memoria collettiva, molto di più. La città non è mai solo uno spazio fisico: è un dispositivo mentale, simbolico e narrativo. In Le città invisibili di Italo Calvino, la struttura urbana è secondaria rispetto alla rete di significati che la attraversa. Le città sono fatte di relazioni invisibili. Lo scrittore, parte da un presupposto implicito: ciò che chiamiamo “città” non coincide con la sua forma materiale ma con la percezione di chi le attraversa.

Decidere cosa farne è il banco di prova concreto della responsabilità etica del manager pubblico, tema attorno al quale, il 24 aprile, l’Agenzia del Demanio ha riunito all’Alma Mater Studiorum — Università di Bologna istituzioni, accademia e progettisti per la seconda tappa del proprio ciclo di workshop , dopo l’incontro mantovano dedicato al riuso delle carceri storiche.

Il filo conduttore è stato il patrimonio pubblico non come eredità da amministrare passivamente, ma come una scelta che si rinnova ogni volta che si interviene su di esso. Il patrimonio come scelta, non come adempimento. Il punto di partenza è una rimozione che il dibattito amministrativo tende a fare. «Quando si parla di patrimonio pubblico — 45mila beni gestiti dall’Agenzia del Demanio — il rischio è ridurlo a una dimensione amministrativa: gestione, valorizzazione, dismissione. Ma questa lettura, da sola, è insufficiente. Presuppone che le decisioni possano essere prese in modo neutro, quasi automatico, come se bastasse ottimizzare risorse e funzioni. In realtà, ogni scelta su un bene pubblico è una scelta politica, culturale e relazionale», osserva Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio. È in questa intercapedine, tra la decisione che si presenta come tecnica e la decisione che è di fatto valoriale, che si apre il rischio di una frattura tra lo Stato e chi lo vive.

Da qui discende una postura precisa nei confronti del costruito. Il patrimonio pubblico è una stratificazione di storia, cultura e decisioni collettive, una rappresentazione materiale di ciò che il Paese è stato e può diventare.

«Il punto non è conservarlo passivamente, ma attivarlo: renderlo accessibile, adattabile, capace di accogliere funzioni nuove senza perdere significato. Innovare senza cancellare, trasformare senza banalizzare. Non è un equilibrio automatico. Richiede competenze, visione e, soprattutto, responsabilità», sottolinea il direttore.

Università e spazi formativi svolgono un ruolo chiave nel rafforzare la visione, generando effetti concreti: maggiore consapevolezza, capacità di incidere senso di appartenenza e conoscenza. In questo processo contribuiscono ad ampliare e condividere i saperi, contrastando il rischio di decisioni autoreferenziali e favorendo approcci più aperti e partecipati. Dunque, il patrimonio pubblico è una delle principali risorse del Paese. Non solo per valore economico, ma per cultura e identità.

Una responsabilità che ha più dimensioni. Una di queste, sempre più pressante, è quella verso il futuro e si chiama cambiamento climatico. Il nesso non è ovvio per chi guarda al patrimonio costruito come a una questione di metri quadri e canoni, ma diventa stringente non appena si riconosce che ogni edificio riusato male oggi è un costo ambientale e simbolico che ricade sulle generazioni che verranno. «Il clima non è una specie di quinta di teatro immobile», osserva Antonio Navarra, docente dell’Università di Bologna e presidente del Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici. «Ma un attore sul palcoscenico insieme a noi». Da qui un ribaltamento di prospettiva: la dimensione etica del clima, riconosciuta «con forza anche nell’enciclica Laudato si’», impone di pensare la responsabilità non solo verso il passato, di cui l’Italia si sente “custode”, ma anche verso ciò che lasceremo. Dal piano internazionale dei negoziati sulla mitigazione, il baricentro si sposta verso le comunità locali. «L’adattamento distribuisce la responsabilità sulle comunità locali, sugli amministratori, sulle città e sui cittadini»: ed è esattamente il livello in cui le scelte sui beni pubblici si giocano.

Dalla tesi al metodo: il Piano Città. «Pianificazione, programmazione e progettazione non sono pratiche separate: l’urbanista, l’economista e l’architetto lavorano su piani diversi, ma devono parlarsi», interviene Filippo Salucci, direttore delle strategie immobiliari e innovazione dell’Agenzia del Demanio. Il Piano Città degli immobili pubblici nasce per ricomporre questa frammentazione. La diagnosi di Salucci è che nelle caserme bolognesi convergono «un vuoto di funzioni, un vuoto amministrativo e un vuoto di fruibilità». Tre vuoti che non sono sinonimi e non si colmano con lo stesso strumento. Le tre caserme — Perotti, Stamoto, Staveco — coprono circa 30 ettari, pari allo 0,2% della superficie comunale. Si tratta di una quota apparentemente marginale che vale però, in termini economici, «decine e decine di milioni di euro», e che incide sul tessuto urbano molto al di là della propria estensione. All’incontro, ospitato nell’Aula 5.6 della Scuola di Ingegneria e Architettura dell’Università di Bologna e moderato da Paola Pierotti (PPAN Academy), hanno preso parte, inoltre, la prorettrice dell’Università di Bologna Simona Tondelli, il direttore del Dipartimento di Architettura Fabrizio Ivan Apollonio, Fabrizio Tucci per l’Agenzia del Demanio, Andrea Boeri e Gino Malacarne per l’ateneo bolognese.

In copertina: Ex Caserma Perotti © C40

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Francesca Fradelloni
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