Il paesaggio come spazio vivo: le prospettive di Metta e Tresoldi
Né cartolina, né fondale. Verso una dimensione performativa, dove la comunità è la forma più autentica di tutela
«Il paesaggio non è un’immagine, una superficie o un dipinto, ma una dimensione performativa». Così Annalisa Metta, professoressa di architettura del paesaggio presso l’Università Roma Tre e ospite al Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza, scardina l’idea tradizionale del paesaggio riconoscendolo, invece, come uno spazio vivo, in continuo divenire, in cui si intrecciano natura, azione umana e processi sociali.
L’ambiente tra questione estetica e politica è un tema di confronto tra Metta ed Edoardo Tresoldi, artista e scultore. E dal dialogo è emersa una visione distante dall’immaginario da cartolina: non più sfondo da contemplare, organismo vivo, spazio simbolico e strumento politico: «Non è un’immagine ma un fare, un accadere», afferma Metta. Eppure, oggi, dopo decenni di urbanizzazione accelerata, il territorio tende ad essere percepito come qualcosa da osservare a distanza: una scena già scritta, alla quale si chiede soltanto di essere esteticamente gradevole. Ma quando viene ridotto a semplice fondale, la comunità smette di sentirsi partecipe e responsabile di ciò che vi accade.
Nel suo libro, “Il paesaggio è un mostro: città selvatiche e nature ibride” (DeriveApprodi), la professoressa propone una visione alternativa e volutamente disturbante. Questo viene visto come una creatura ibrida, un essere doppio, umano e non umano, come i mostri mitologici.
E proprio per questa sua dualità è capace di farci scoprire ciò che ignoriamo, scardinando categorie estetiche e morali ormai consolidate. «I paesaggi ci somigliano: contengono le nostre grandezze, ma anche le nostre fragilità», osserva Metta. Proprio come i mostri delle mitologie, essi sono portatori di desideri inespressi; ci parlano del futuro, ma solo se sappiamo ascoltarli senza ridurli a ciò che ci è già familiare. L’ossessione per il lato estetico, invece, finisce spesso per cancellare il diverso, il non addomesticato e il contraddittorio.
Anche Tresoldi opera in questo spazio intermedio, in una zona di transizione tra costruito e dissolto, tra passato e futuro. Le sue opere in rete metallica trasparente evocano rovine appena affiorate, simulacri che non imitano ma suggeriscono frammenti sospesi nel tempo, aperti all’interpretazione.
Sono strutture attraversabili, che non impongono una presenza ma dialogano con l’ambiente, lasciandosi permeare dal contesto in cui si inseriscono.
Per la ricostruzione della Basilica di Siponto, affidatogli nel 2016 dalla Soprintendenza archeologica della Puglia, Tresoldi non ha restaurato ma evocato, realizzando un’architettura che si fa anche portatrice di consapevolezza della sua assenza, che non nasconde il tempo ma lo accoglie, invitando a ripensare al concetto stesso di conservazione.
«La nostra idea di conservazione è ancora legata allo stato delle cose. Ma la materia decade e nel decadere si trasforma. Anche questo è paesaggio», commenta Tresoldi
Il concetto di rovina si estende anche allo spazio urbano e rurale: chiese, cascine abbandonate e fabbriche dismesse. Tutti quei luoghi che spesso vengono accostati alla concezione di degrado ma che sono differenti rispetto l’idea generale di ordine e decoro.
Per Metta, «Il degrado forse è la risposta giusta a una domanda sbagliata. Chiediamo ai luoghi di assomigliare a un ideale, a una cartolina. Ma la vera domanda da porre al paesaggio è: cosa vuoi essere tu?».
È in questo contesto che si inserisce la riflessione del paesaggio come atto politico. Non si tratta solo di una questione estetica o ambientale. È, prima di tutto, una forma di governo del territorio. Fondi, decisioni, normative – tutto concorre a modellare ciò che ci circonda, rendendo ogni spazio il risultato concreto di una scelta di potere.
Proprio nell’eccesso di cura, Metta individua una possibile chiave per ripensare a un ambiente capace di autodeterminarsi. «L’abbandono non è sempre una colpa, può essere anche un atto di estrema fiducia», afferma, suggerendo che lasciare spazio all’imprevisto e al non-controllato può generare forme nuove di equilibrio.
Anche per Tresoldi, è la comunità la prima e più autentica forma di tutela. Quando le persone vengono escluse dai luoghi, questi cessano di essere spazi di relazione per diventare semplici corridoi di passaggio.
«Ogni volta che mettiamo le opere dietro le sbarre – per motivi di sicurezza – costruiamo un’idea di città che non è più per chi la abita», osserva. Si ha paura dell’accadimento, ma è proprio il vivere quotidiano, il gesto del prendersi cura attraverso l’uso, che protegge realmente lo spazio.
In copertina: Edoardo Tresoldi, Basilica di Siponto © Roberto Conte

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