Italia fuori traiettoria sull’Agenda 2030: raggiungibili solo 11 obiettivi su 38
Alla Camera dei deputati si è chiusa la decima edizione del Festival dello Sviluppo sostenibile di ASviS
Non siamo fermi, siamo indietro». È il dato politico, prima ancora che statistico, richiamato da Marcella Mallen, presidente dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (ASviS) durante l’apertura della decima edizione del Festival dedicato. In Italia sei Obiettivi su diciassette sono peggiorati rispetto a dieci anni fa: la fotografia dell’Agenda 2030 non racconta quindi un Paese semplicemente in ritardo, ma un Paese che su alcuni fronti ha perso terreno.
La presidente ha, inoltre, ricordando il valore civile della manifestazione: non più soltanto un calendario di eventi, ma una vera “infrastruttura civica”. Questa edizione, ha spiegato, arriva però in un momento critico: nonostante risultati importanti, la strada resta in salita, insistendo sul costo dell’inazione. «Non fare, oggi, pesa sulle imprese, sulle famiglie e sui bilanci pubblici. Da qui la necessità di accelerare la transizione energetica, rafforzare l’uguaglianza di genere, mettere al centro la giustizia intergenerazionale e lavorare sulla coerenza delle politiche pubbliche». L’Alleanza – che ha prodotto in dieci anni 22 rapporti, 13 quaderni, 24 position paper, 8 policy brief e 130 pubblicazioni – ha rilanciato il ruolo dell’Agenda 2030 come bussola per ambiente, salute, economia, coesione sociale e futuro delle nuove generazioni.
«La sostenibilità è viva nella società italiana e la società italiana continua a lavorare in questa direzione». Enrico Giovannini ha scelto questa frase per restituire il senso del decennale del Festival, che si è chiuso venerdì 22 maggio.
Un appuntamento simbolico non solo perché ospitato in una sede istituzionale, ma perché proprio lì, l’11 marzo 2016, veniva presentata per la prima volta la rete che oggi conta oltre 300 organizzazioni aderenti, quasi mille esperti coinvolti nei gruppi di lavoro e un Festival capace di attivare, solo in questa edizione, circa 1.220 eventi sul territorio nazionale.
Giovannini ha portato nella discussione lo sguardo più tecnico e programmatico. La fotografia è netta: le politiche oggi in campo non bastano a collocare l’Italia su una traiettoria coerente con gli obiettivi al 2030. Secondo le previsioni richiamate dall’economista ed ex presidente Istat, nel quadriennio 2026-2029 si registrerebbero miglioramenti limitati su reddito e salute, ma effetti nulli su disuguaglianze e povertà; progressi ancora deboli sul fronte delle emissioni; nessuna riduzione significativa dell’uscita precoce dal sistema scolastico né della mancata partecipazione al lavoro. Il dato sintetico restituisce la distanza da colmare: su 38 obiettivi quantitativi, solo 11 risultano raggiungibili. La proposta, tuttavia, non è rinunciataria. Per Giovannini, il biennio 2026-2027 rappresenta una finestra decisiva. L’Italia sarà chiamata a presentare all’Onu lo stato di avanzamento sull’Agenda 2030, a rivedere la Strategia nazionale di sviluppo sostenibile e, nel 2027, potrà riallineare il Piano strutturale di bilancio alle nuove priorità. Il punto centrale è superare la logica delle politiche settoriali e costruire interventi integrati. Decarbonizzazione, occupazione, istruzione e digitalizzazione, se coordinate, possono ridurre i trade-off e generare effetti sistemici, trasformando obiettivi oggi frammentati in una strategia comune di sviluppo.
La giornata conclusiva è stata pensata come momento di sintesi e rilancio: restituzione dei risultati del Festival, confronto tra istituzioni nazionali ed europee, mondo scientifico, società civile, economia e cultura. Nel messaggio inviato all’evento, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha richiamato la necessità che la cultura della sostenibilità diventi parte del patrimonio valoriale condiviso, sottolineando come norme e strumenti legislativi siano necessari, ma non sufficienti senza un lavoro capillare di educazione e sensibilizzazione.
Con forza è emerso anche il legame tra sostenibilità, salute e crisi climatica. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha rivendicato l’impegno del governo per un Servizio sanitario nazionale universalistico e sostenibile, indicando tre direttrici: assistenza territoriale, innovazione digitale e prevenzione. Il ministro ha richiamato l’approccio one health, che considera la salute umana interdipendente dalla tutela dell’ambiente e dalla salute animale, come chiave per affrontare malattie croniche, invecchiamento della popolazione e rischi ambientali.
Sempre sul piano delle politiche nazionali, il ministro agli Affari Regionali, Tommaso Foti, ha richiamato il ruolo della coesione come condizione dello sviluppo sostenibile.
La riallocazione di oltre sette miliardi di euro verso nuove priorità strategiche, tra cui resilienza idrica, reti, infrastrutture e sicurezza energetica, è stata presentata come una leva per rafforzare le politiche di sostenibilità, ma il punto centrale resta l’inclusione.
«Non esiste sostenibilità senza che vi sia inclusione sociale», ha detto Foti, collegando transizione energetica, lavoro giovanile e femminile, rigenerazione urbana e accesso ad alloggi sostenibili. Il tema è stato ampliato da Katrín Jakobsdóttir, ex prima ministra islandese e presidente della Commissione paneuropea sulla Salute e la Sostenibilità dell’Organizzazione mondiale della sanità, intervenuta da Copenaghen. La crisi climatica, ha ricordato, è già una crisi sanitaria: nel 2024 in Europa si sono registrati 63mila decessi legati al caldo, mentre a livello globale sono andate perse 640 miliardi di ore di lavoro a causa dell’esposizione alle alte temperature. Jakobsdóttir ha richiamato anche i rischi per la sicurezza alimentare, la diffusione di malattie infettive, l’inquinamento atmosferico e l’indebolimento delle correnti oceaniche, chiedendo che il cambiamento climatico venga trattato come una minaccia alla salute, alla sicurezza e alla stabilità sociale.
La dimensione europea è stata affidata anche a Cillian Lohan, presidente del gruppo Organizzazioni della società civile del Comitato economico e sociale europeo. Lohan ha indicato in ASviS un modello potenzialmente replicabile negli altri Stati membri, in particolare per la capacità di costruire consenso tra attori diversi e di riconoscere nella cultura e nell’arte strumenti concreti di cambiamento. Il suo intervento ha messo a fuoco un passaggio decisivo: non è sufficiente chiedere ai cittadini di adottare comportamenti sostenibili, se il sistema continua a rendere queste scelte difficili, costose o poco accessibili. Per incidere davvero, le alternative sostenibili devono diventare semplici, convenienti e, soprattutto, la scelta più naturale.
Nel confronto tra la divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti e il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, la sostenibilità è stata letta anche attraverso la lente della scienza e dei sistemi complessi. Parisi ha richiamato la necessità di affrontare insieme transizione energetica, transizione ecologica, giustizia sociale e pace, perché nessuna di queste dimensioni può avanzare davvero se isolata dalle altre. «Se non si va in queste quattro direzioni contemporaneamente», ha osservato, «non si riesce nemmeno ad andare nelle prime due».
Accanto ai panel istituzionali, la chiusura del Festival ha lasciato spazio anche ai linguaggi culturali. Tra questi, Roberta Rughetti, direttrice generale di Amref, che ha raccontato il progetto Teranga, e Babacar Niang, artista senegalese coinvolto nel percorso, che ha portato al centro il ruolo della cultura urbana e della musica come strumenti di relazione tra popoli e generazioni.









