L’abitare come emergenza: la ricetta cooperativa per ripensare il modello delle città

02-02-2026 Francesca Fradelloni 3 minuti

02-02-2026 Francesca Fradelloni 3 minuti

L’abitare come emergenza: la ricetta cooperativa per ripensare il modello delle città

Con il volume “Come fare casa” il racconto della costruzione di nuovi linguaggi per le politiche di riqualificazione territoriale.

L’abitare è tornato al centro del dibattito pubblico, in Italia come in Europa. Un’emergenza sociale causata dall’aumento dei costi, dalla scarsità di alloggi accessibili, dalla finanziarizzazione della casa e dalla pressione della turistificazione. Una vera crescita delle disuguaglianze urbane, ma non solo. La povertà abitativa oggi è un tema che investe il modello di sviluppo dei centri urbani, ma che ruolo ha la cooperazione nella costruzione delle città? Con la pubblicazione del nuovo volume “Come Fare Casa. Abitare cooperativo e architettura dei luoghi domestici”, edito da Quodlibet, realizzato da Confcooperative Habitat e dedicato al concorso di architettura under 33 “AAA architteticercasi”, in rassegna quindici anni di architettura cooperativa e ricerca sui temi della casa e dell’abitare di qualità.

“Come fare casa” indaga il rapporto inquieto tra modelli vecchi e innovazione, tra permanenza e metamorfosi, tra forme e usi: un racconto in forma aperta che pone domande e spunti sulle sfide attuali dell’abitare collettivo e promuove una riflessione profonda.


«Non è solo un libro, ma la sintesi di un percorso culturale di lungo respiro – dichiara Alessandro Maggioni, presidente di Confcooperative Habitat -. Rappresenta la capacità della cooperazione di farsi infrastruttura, non solo materiale, ma di pensiero


È l’esemplificazione della tensione di rigenerazione della cooperazione di abitazione apertasi in questi anni attraverso processi meritocratici alla visione e alle competenze di giovani progettisti e architetti».

Il volume curato da Stefano Tropea (vincitore di AAA 2010) in collaborazione con Diletta Trinari, raccoglie i contributi di diversi autori coinvolti a vario titolo nel concorso: Mónica Alberola, Massimo Bricocoli e Marco Peverini, Gaspare Caliri, Aljoša Dekleva e Tina Gregorič, Salvatore Di Dio e Luciana Mastrolonardo, Carla Ferrer e Marco Jacomella, Simone Marcolin, Marta Peris, Giampiero Sanguigni, Diletta Trinari, Cino Zucchi. A cui si aggiungono tre conversazioni con Renata Codello, Andreas Hofer e Pierluigi Nicolin.

All’interno delle pagine una specifica lettura della cooperazione abitativa come strumento di impresa, ma anche un ramo dell’abitare che affonda le sue radici nell’associazionismo europeo ottocentesco e nei tentativi di riforma globale della società in chiave solidaristica e anti-individualista e che, nel dopoguerra italiano, si innesta come “via altra” tra libero mercato e iniziativa pubblica. Un affondo sulla cooperazione abitativa che si fonda con la qualità dell’abitare, come spiega Stefano Tropea: «Case, servizi a costo contenuto, vuol dire progettare non solo case, ma habitat, relazioni di prossimità». Tra sicurezza e coesione sociale opera un legame virtuoso. E, se nella tenuta della coesione sociale, la questione del lavoro ha un peso primario, non meno decisiva è la cura per le relazioni di prossimità, che devono tornare al centro delle politiche di riqualificazione territoriale. Una riqualificazione del contesto, degli spazi che in una rete sociale cittadina fanno città. Dalla casa individuale al tessuto urbano, dunque, per indicare come i progetti devono affrontare la crescente complessità della società, della tecnologia e dell’ambiente, favorendo l’interazione sociale. «Il conflitto tra la casa e l’organismo urbano riecheggia altri conflitti tipici tra l’uso ludico dei centri città e l’atteggiamento not in my backyard; questo può forse essere oggi risolto attraverso tecniche di mediazione, ovvero attraverso la creazione di una “interfaccia” fisica e spirituale tra il diritto e l’espressione individuale e la conservazione dello spazio pubblico», scrive l’architetto Cino Zucchi. È nella parte finale del libro, con il saggio fotografico che ritrae, oggi, case progettate e costruite tra la seconda metà degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, che si intravede come la costruzione in forma cooperativa della città avesse sviluppato, con una precisa lettura rivolta alla pace sociale, l’apertura ai ceti medi e una dimensione prevalentemente declinata a una condizione di giustizia e di inclusione all’interno delle comunità. Provando a garantire, con quell’impianto progettuale, pari opportunità e promuovendo la dignità umana come concezione del vivere urbano e del vivere cittadino.

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Francesca Fradelloni
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