A Napoli il patrimonio pubblico diventa infrastruttura di comunità
Alla Federico II la quarta tappa del ciclo di workshop promosso dall’Agenzia del Demanio. Dal Piano Città ai progetti per Scampia, San Giovanni a Carbonara e l’area vesuviana
La cura dei beni dello Stato passa da qualità del progetto, partecipazione e responsabilità condivisa.
Non soltanto conservare gli immobili dello Stato, ma riportarli dentro la vita delle città. Restituire spazi, ricostruire relazioni, generare servizi e nuove opportunità per le comunità. È questo il filo conduttore emerso a Napoli durante la quarta tappa del ciclo di workshop dedicato alla “Responsabilità etica per la cura del patrimonio immobiliare dello Stato”, ospitata il 15 maggio dal Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Una giornata di confronto tra istituzioni, università, professionisti e realtà sociali, nella quale il patrimonio pubblico è stato raccontato non come un insieme statico di edifici, ma come una risorsa materiale e immateriale fatta di memoria, identità, relazioni e possibilità di trasformazione. Un tema particolarmente significativo in una città stratificata come Napoli, dove la storia continua a essere leggibile negli spazi urbani e dove la rigenerazione dei beni pubblici si intreccia inevitabilmente con questioni sociali, culturali e territoriali.
Ad aprire i lavori è stata Marella Santangelo, direttrice del Dipartimento di Architettura, che ha richiamato la responsabilità del progetto come “azione della trasformazione della realtà”. Prendersi cura del patrimonio, ha spiegato, significa conoscerlo e interpretarlo con lungimiranza, riconoscendo che il suo valore non è soltanto fisico. Edifici e parti di città custodiscono infatti memorie, legami e significati che rendono ogni intervento più complesso di una semplice operazione tecnica o amministrativa.
Sulla stessa linea Lorenzo Capobianco, presidente dell’Ordine degli Architetti di Napoli, che ha sottolineato come la cura debba superare i confini della manutenzione e della valorizzazione economica. Il patrimonio pubblico rappresenta una parte essenziale della storia civile del Paese e deve tornare a essere accessibile, utile e abitato dalla vita collettiva. Per questo la qualità del progetto assume un valore esemplare e richiede professionisti capaci di affiancare alle competenze tecniche una più ampia responsabilità culturale e civile.
È stata la direttrice dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme, a mettere in relazione le parole chiave dell’incontro: progetto, conoscenza, cura, responsabilità e valore relazionale. Tutte riconducibili a una comune radice etica, perché, ha ricordato, «l’etica si costruisce nelle relazioni» e riguarda il modo in cui le istituzioni rispondono ai bisogni della collettività.
La missione del Demanio non consiste dunque soltanto nel governare e valorizzare un patrimonio composto da circa 45 mila immobili, ma nel comprendere come questi beni possano rispondere concretamente alle esigenze delle persone. Una visione che ha portato l’Agenzia a rafforzare la qualità della progettazione, la trasformazione digitale e le competenze interne, partendo dalla conoscenza degli immobili e delle storie che essi custodiscono.
«Al centro ci sono le persone», ha ribadito Dal Verme. La memoria non deve tradursi in immobilità, ma diventare uno strumento per continuare a far vivere i luoghi. Da qui la necessità di partire da una conoscenza profonda del territorio, del bene e delle relazioni che lo attraversano, orientando la discrezionalità delle scelte pubbliche verso l’interesse collettivo.
Numerosi i progetti richiamati durante l’intervento: dalle torri aragonesi di via Marina al sistema delle mura del Castello del Carmine, dal recupero dei cortili di San Giovanni a Carbonara agli interventi su Castel Capuano e Palazzo Fondi. Lo sguardo si è esteso anche all’area metropolitana e vesuviana, con il recupero dello Spolettificio borbonico di Torre Annunziata, le connessioni con Pompei, Oplontis e i beni sequestrati alla criminalità organizzata destinati alla cittadinanza.
Esperienze differenti, accomunate dalla volontà di ricostruire connessioni urbane e restituire significato a luoghi frammentati o abbandonati. Un processo che, secondo Dal Verme, non può essere affidato a un solo soggetto: «Nulla si può fare senza far partecipare».
La traduzione operativa di questo approccio è stata illustrata attraverso il Piano Città di Napoli, strumento con il quale l’Agenzia del Demanio mette in relazione patrimonio pubblico, pianificazione urbana e bisogni territoriali.
Nel capoluogo campano il percorso coinvolge 18 soggetti istituzionali e parte dall’analisi di 288 immobili pubblici appartenenti a diverse amministrazioni. Il quadro conoscitivo considera pianificazione urbanistica, sistemi storici e culturali, assetti geologici e ambientali, infrastrutture, mobilità, servizi e dinamiche socioeconomiche.
Poiché non è possibile intervenire contemporaneamente sull’intero patrimonio, il Piano ha individuato dieci progetti pilota, chiamati a produrre ricadute non soltanto edilizie, ma anche sociali, ambientali e urbane. Tra gli esempi presentati, il complesso di San Giovanni a Carbonara, dove gli spazi ai piani terra e quelli affacciati sul parco saranno destinati a funzioni aperte alla cittadinanza, mentre gli altri livelli accoglieranno attività istituzionali. Chiostri, percorsi interni, servizi e aree verdi dovranno concorrere a trasformare un bene pubblico in una vera infrastruttura di prossimità.
L’orizzonte nazionale è arrivare entro il 2028 alla sottoscrizione di 65 Piani Città, coinvolgendo i principali contesti urbani italiani. Al centro, un sistema di indicatori ambientali, sociali e culturali che consenta non soltanto di misurare gli effetti degli interventi, ma anche di orientare fin dall’inizio le scelte progettuali.
Tra i progetti raccontati durante il workshop anche quello della cosiddetta Cittadella della Polizia, nell’area settentrionale di Napoli, illustrato dall’architetto Vincenzo Corvino dello studio Corvino + Multari. L’intervento riguarda la trasformazione dell’ex caserma Boscariello e si inserisce in un programma di rigenerazione coordinato dal Demanio con Regione, Comune e Rete Ferroviaria Italiana. Il progetto punta a superare il modello della cittadella chiusa, costruendo un complesso istituzionale capace di stabilire un rapporto diretto con i quartieri di Scampia, Miano e Secondigliano.
La dimensione sociale della cura è emersa con particolare forza negli interventi di Eugenia Carfora, dirigente dell’Istituto Francesco Morano di Caivano, e di don Antonio Loffredo, protagonista del percorso di rinascita del Rione Sanità.
Carfora ha raccontato la scuola come presidio quotidiano di responsabilità e bellezza. «Ai giovani non dobbiamo dire venite: dobbiamo dire facciamo insieme», ha affermato, descrivendo un lavoro costruito “centimetro dopo centimetro” con gli studenti del Parco Verde. La rigenerazione, nella sua esperienza, parte dalla capacità di non essere indifferenti, di uscire dalle stanze e di trasformare i ragazzi da destinatari degli interventi in alleati del cambiamento.
Anche per don Antonio Loffredo il patrimonio acquista senso soltanto quando viene condiviso. «Che senso ha un patrimonio così, se resta chiuso?», ha domandato ripercorrendo l’esperienza del Rione Sanità e della cooperativa La Paranza.
Il recupero di chiese, catacombe e spazi abbandonati non viene misurato in metri quadrati, ma nella capacità della comunità di riattivarsi, generando lavoro, cultura e responsabilità. Il metodo parte dall’ascolto: prima si comprendono i bisogni del territorio, poi si progetta. I giovani diventano gestori dei beni e il patrimonio si trasforma da eredità passiva a risorsa capace di produrre nuove iniziative.
«La giustizia è ridare a chi è proprietario la sua proprietà; la profezia è ridare vita ai luoghi», ha sintetizzato Loffredo. Un principio che lega rigenerazione urbana, accesso alla cultura e contrasto alle disuguaglianze, perché senza luoghi gratuiti e aperti la bellezza rischia di restare privilegio di pochi.
In copertina: Foto di K da Pexels

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