Roma dopo il Pnrr, la sfida è trasformare i cantieri in servizi
Dalla fase straordinaria degli investimenti alla normalità amministrativa: la Capitale misura l’impatto del Pnrr su periferie e qualità urbana
Roma entra nella fase più delicata del Pnrr: non più solo quella della corsa alla spesa, dei cronoprogrammi e dei cantieri, ma quella del bilancio politico, amministrativo e urbano. È questo il cuore dell’incontro “Il futuro non è ordinario. Roma dopo il Pnrr”, promosso in Campidoglio il 22 giugno.
E il Dipartimento Pnrr di Roma Capitale ha messo a disposizione, a margine dell’evento, lo stato di avanzamento dell’impiego di risorse, aggiornato al 31 gennaio 2026. Dal quadro fornito si evince come ci siano investimenti programmati pari a 1,1 miliardi di euro per un totale di 290 interventi, suddivisi tra: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo; rivoluzione verde e transizione ecologica; istruzione e ricerca; coesione e inclusione. Con un aggiornamento della percentuale di realizzazione delle opere pari a circa l’87,2% con 253 interventi conclusi su 290; mentre, in termini di risorse economiche, la percentuale di investimenti realizzati arriva a circa l’86,5% con 991 milioni di euro di importo lavori.
Il titolo scelto da Roma Capitale non indica semplicemente il passaggio da una fase all’altra. Prova piuttosto a mettere a fuoco una domanda più complessa: cosa resterà alla città una volta concluso il ciclo eccezionale degli investimenti europei? Quali capacità amministrative, quali opere, quali servizi e quali modelli di collaborazione potranno diventare patrimonio stabile dell’amministrazione ordinaria?
A porre il tema è stato Giovanni Caudo, presidente della Commissione speciale Pnrr, che ha invitato a leggere il Piano non soltanto come un grande programma di spesa, ma come una politica pubblica capace di incidere sull’organizzazione della macchina amministrativa.
«Il Pnrr non è stato soltanto un programma di investimenti», ha ricordato Caudo, ma un vero laboratorio di governo pubblico, che ha costretto istituzioni diverse – Unione Europea, Stato, Roma Capitale, Municipi – a lavorare dentro un sistema condiviso di obiettivi, monitoraggio, responsabilità e tempi.
Per Caudo, il lascito del Piano non coincide solo con le opere finanziate o con lo stato di avanzamento degli interventi. Riguarda anche le competenze acquisite, le innovazioni organizzative introdotte e la capacità della pubblica amministrazione di programmare, coordinare, controllare e correggere in corso d’opera. In questa prospettiva, la Commissione speciale Pnrr non è stata soltanto un luogo di verifica amministrativa, ma uno spazio di accountability democratica: un presidio per rendere leggibile una politica pubblica complessa, fatta di centinaia di progetti, procedure, cantieri e soggetti coinvolti.
La riflessione è partita dai principali assi di investimento: rigenerazione delle periferie, mobilità sostenibile, rafforzamento dei servizi, valorizzazione del patrimonio culturale e storico. Ma il nodo, oggi, si sposta oltre la dimensione fisica delle opere. «La trasformazione urbana non coincide automaticamente con la trasformazione sociale», è il punto richiamato da Caudo.
Perché scuole, poli civici, impianti sportivi, spazi pubblici, infrastrutture sociali e servizi di prossimità producano un reale impatto, occorrono modelli di gestione stabili, manutenzione, personale, risorse ordinarie e continuità istituzionale.
La domanda, quindi, non è più solo cosa Roma sia riuscita a costruire, ma cosa sarà in grado di far funzionare. È qui che il post Pnrr diventa il vero banco di prova. La sfida, ha sottolineato Caudo, è «trasformare investimenti straordinari in servizi ordinari e permanenti», evitando che gli interventi restino episodi isolati o, peggio, nuove “cattedrali nel deserto”. Sul punto è intervenuto anche l’assessore di Roma Capitale Pino Battaglia che ha rivendicato il risultato raggiunto dall’amministrazione, ma ha allo stesso tempo richiamato la necessità di aprire una fase di valutazione critica. «Il Pnrr è stata una scommessa alla quale forse all’inizio in pochi credevano fino in fondo. Oggi però possiamo dire che Roma ha dato una grande prova di capacità amministrativa. Cronoprogrammi serrati e responsabilità chiare ci hanno dimostrato che esiste anche un modo diverso di lavorare e che siamo in grado di farlo».
Secondo Battaglia, Roma porterà a termine oltre il 90% delle opere previste entro le scadenze. Per una quota limitata di interventi, più complessi sul piano realizzativo, sono state concordate proroghe con le istituzioni europee, così da completare i lavori nei mesi successivi senza perdere le risorse assegnate. Ma il punto, ha spiegato l’assessore, è non disperdere il metodo costruito in questi anni: «Ora si apre una fase nuova: dobbiamo fare tesoro di questa esperienza, mantenere ciò che ha funzionato e correggere le criticità emerse».
Tra queste criticità, Battaglia ha indicato innanzitutto il tema del “giorno dopo”: non solo cantieri e opere, ma gestione, sostenibilità dei servizi e impatto reale sulla vita quotidiana delle persone e delle comunità. Un secondo nodo riguarda invece le gare, il sistema degli appalti e l’organizzazione della filiera. La concentrazione eccezionale di interventi in tempi rapidi ha prodotto, in alcuni casi, difficoltà operative e un ricorso ampio ai subappalti. «Una riflessione va fatta anche sull’appalto integrato e sulla progettazione», ha aggiunto Battaglia, indicando la necessità di portare nell’ordinarietà dell’amministrazione «il metodo, la capacità di collaborazione e l’attenzione ai risultati» maturati durante il Pnrr.
Proprio il rapporto tra pubblica amministrazione e sistema delle imprese è stato al centro dell’intervento di Francesca De Sanctis, neopresidente di Ance Roma-Acer. Per i costruttori romani , il Pnrr ha rappresentato una pressione straordinaria per tutta la filiera, ma ha anche dimostrato che, quando esistono obiettivi condivisi, responsabilità chiare e dialogo costante, Roma può accelerare.
Per De Sanctis, «il metodo vale quanto le opere»: il principale risultato non è soltanto l’apertura o la chiusura dei cantieri, ma il modello di collaborazione costruito tra amministrazione, imprese e parti sociali.
La presidente ha richiamato il ruolo delle imprese in una stagione nella quale molte gare sono state aggiudicate a ridosso delle scadenze e hanno richiesto un forte sforzo organizzativo. Il punto, ora, è evitare che quel patrimonio di relazioni venga disperso. Il confronto tra amministrazione, imprese e lavoratori non può essere considerato un’eccezione legata all’emergenza, ma dovrebbe diventare una prassi ordinaria per programmare meglio, anticipare le criticità, garantire qualità, sicurezza e continuità.
Centrale anche il ruolo del terzo settore, delle organizzazioni civiche e dei soggetti dell’economia sociale.
La presenza di Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma, nel panel dedicato all’impatto economico e sociale del Pnrr ha richiamato proprio questa dimensione: il Piano non può essere valutato soltanto in termini di spesa, cantieri o opere completate, ma in relazione alla sua capacità di intercettare fragilità, disuguaglianze e bisogni sociali. Il punto, emerso più volte nel dibattito, è che la collaborazione con il terzo settore può rafforzare la continuità degli interventi, ma non può sostituire la responsabilità pubblica nel garantire diritti, servizi e accessibilità.
Il post Pnrr, dunque, non si presenta come un ritorno alla normalità precedente. Al contrario, chiede una nuova normalità amministrativa, più capace di programmare e più attenta ai risultati.
La vera misura del successo si vedrà nei prossimi anni: nella capacità di far vivere le opere realizzate, di mantenere i servizi, di ridurre le disuguaglianze territoriali e di trasformare una stagione straordinaria in una competenza permanente.
In copertina: Roma © Pexels

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