
La rinascita delle città parte dall’acqua: il waterfront come motore di rigenerazione urbana
Lo studio di Teha Group nell’ambito della Community valore rigenerazione urbana 2026 fotografa il potenziale economico e sociale dei territori affacciati sull’acqua.
Il 37,2% dei comuni italiani si affaccia su mari, fiumi o laghi e concentra il 60% della popolazione e quasi l’80% degli arrivi turistici. I waterfront non sono più semplici infrastrutture portuali o confini geografici, ma rappresentano la più grande opportunità di rigenerazione urbana e sviluppo economico per l’Italia. È quanto emerge dal nuovo studio realizzato da Carlo Mauri di Teha Group e da Giovanni Acciaro, technical director di Net Engineering, nell’ambito della Community valore rigenerazione urbana 2026 di Teha Group, che ridisegna la mappa del valore strategico dei sistemi portuali, marittimi e fluviali del Paese. L’analisi parte da una fotografia nitida del territorio italiano:
sono 2.973 i comuni che dispongono di un waterfront. In questa porzione di Paese si concentra la vera forza trainante dell’economia nazionale: vi risiede il 60% della popolazione, si localizza il 64% delle imprese e lavora il 64,3% degli addetti.
Il dato diventa ancora più imponente se si guarda al comparto turistico: i comuni affacciati sull’acqua intercettano il 79,3% degli arrivi complessivi, una quota che sale addirittura all’81,9% se si considerano i soli visitatori stranieri. Per mappare questo enorme potenziale, Teha e Net Engineering hanno analizzato oltre 5 milioni di dati georeferenziati su un campione di 50 comuni, incrociando 30 indicatori divisi in sei driver di sviluppo (tra cui accessibilità, turismo, comunità e resilienza ambientale). Dal modello emerge Roma al primo posto per risultato complessivo, mentre Genova e Trieste si distinguono per infrastrutture, Venezia e Napoli per attrattività, e realtà più contenute come Montesilvano, Ostuni e Orosei per sostenibilità e connettività.
La sfida principale per i territori è superare la logica della stagionalità e connettere i progetti locali a scenari internazionali. Su questo fronte si inserisce la visione di Anselmo De Titta, amministratore delegato di Marina development corporation, il quale evidenzia come lo sviluppo dei waterfront sia un’occasione d’oro soprattutto per i centri medio-piccoli, sebbene servano strumenti burocratici più snelli. «Il progetto di waterfront deve essere un progetto di cerniera», ha sottolineato De Titta, evidenziando la necessità di mettere in relazione l’economia delle marine con quella urbana, generando valore per entrambe. L’obiettivo è creare poli vivi tutto l’anno, come sta accadendo a Marina di Pisa, ampliando lo sguardo oltre i confini regionali: «Noi non facciamo progetti locali», ha spiegato l’ad, richiamando la necessità di leggere interventi come quelli di Ventimiglia e Pisa all’interno di una geografia più ampia, almeno mediterranea.
Un richiamo fondamentale alla concretezza e alla tutela del tessuto industriale arriva dal mondo della logistica. Antonio Errigo, vicedirettore generale di Alis (Associazione logistica dell’intermodalità sostenibile), invita a non confondere la riqualificazione con la semplice deindustrializzazione.
«Rigenerare un waterfront non significa necessariamente trasformare un’area produttiva in un luogo di passeggio, di consumo, di intrattenimento»
ha osservato Errigo, ricordando come le attività portuali comprendano industria, cantieristica, formazione professionale e servizi. Secondo il vicedirettore di Alis, la rigenerazione deve saper coniugare l’anima produttiva con la vita cittadina, superando i limiti burocratici e i campanilismi attraverso una strategia nazionale che rispetti le diversità: «Genova non è Trieste, Napoli non è Cagliari, non è Ravenna». Grandi occasioni come l’America’s Cup del 2027 a Napoli o la trasformazione di Bagnoli-Coroglio dimostrano come lo sviluppo passi inevitabilmente dal coordinamento delle infrastrutture.
La rigenerazione, infine, non può essere ridotta a una mera operazione immobiliare. Deve avere un’anima, capace di reinterpretare la storia locale e aprirsi ai cittadini. È la filosofia espressa da Simonetta Cenci, partner e direttore generale di Atelier(s) Alfonso Femia, che porta come esempio il nuovo terminal crociere di Porto Corsini a Ravenna, dove l’architettura omaggia la tradizione del mosaico. «Non abbiamo voluto riprodurre il passato, l’abbiamo proprio voluto reinterpretare», ha spiegato Cenci, sottolineando l’importanza di coniugare memoria e contemporaneità attraverso piste ciclopedonali e aree aperte ai residenti. Una visione di inclusione che l’architetto ritrova anche nel waterfront di Levante a Genova, dove l’interesse privato si sposa con il beneficio collettivo: «Il consenso del cittadino e la partecipazione del cittadino all’interno di un edificio che è privato è sempre un valore aggiunto». Dall’analisi di Teha Group e Net Engineering emergono, in conclusione, tre linee guida di policy per il futuro dei waterfront italiani. In primis, gli investimenti differenziati: intervenire a tappeto sul sistema costiero e fluviale, sanando le criticità strutturali dove presenti e potenziando la competitività dove è già alta. Poi le decisioni guidate dai dati: rendere permanente l’uso dei dati georeferenziati per misurare i bisogni dei territori e valutare l’impatto reale delle opere. Infine, una governance flessibile: rifiutare un modello unico di partenariato pubblico-privato, calibrando invece i contratti e le collaborazioni sulla base della scala geografica, dei rischi e della sostenibilità economica del singolo progetto.









